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Don Bronstein, ultimo scatto fatale: un mistero cool, tra jazz e Playboy

Era “uno di loro” tra i jazzisti neri di Chicago e tra le modelle di Hefner. Don Bronstein sapeva scomparire. Ci è riuscito davvero, per quasi quarant’anni.

Ci sono giornate che nascono così, e si ricordano per sempre. Un volo, per fare due passi, alla mostra di uno dei pochi (si spera) fotografi di un certo tipo, di cui non hai mai sentito parlare. Una bella giornata di sole intorno alla Triennale e dentro le vetrate luminose, in un angolo tra i meno prestigiosi della austera costruzione, ti ritrovi nel buio, nel fumo, nelle strade macilente di una Chicago di settant’anni prima. 

Don Bronstein fotografia
Don Bronstein – Boomerissimo.it

Una città che pulsava di blues elettrico, che francamente puzza e va a pezzi. La notte si suona jazz e come tutto quello che è successo da sempre a Chicago è roba solida, di pochi fronzoli, che ai lustrini di New York non ha nulla da invidiare, salvo appunto i lustrini. E che ti prende a cazzotti in faccia, subito, per cominciare. Impact è il mantra di Chicago. E tra il plugged nickel di Miles Davis, i club fumosi di Rush Street e gli studi Chess Records, l’impatto te lo porta, brutale ma con una grazia tutta sua, una specie di Mohameed Alì della macchina fotografica. Un tipetto autodidatta, ma che si è insegnato alla grande, uno che punzecchia o martella, compone o spacca con la Leica sempre prenta e lo fa con uno stile definito “too cool” da chi lo conosce. Si chiamava Don Bronstein. Nato nel 1926, morirà il 14 aprile 1968 ad Acapulco, in Messico, a soli 41 anni, mentre è in missione per Playboy. Infarto improvviso che a noi malvagi lascia aperte le porte dell’immaginazione, ma che pone fine a una carriera che ha già lasciato un segno profondo: oltre 500 copertine per dischi. E poi un salto forse illogico, dai vicoli e dai vecchi neri sgarrupati con la chitarra:  il ruolo di primo fotografo ufficiale di Hugh Hefner e un Grammy Award. Due facce del cool e del glamour solo apparentemente incompatibili, ma che nelle mani di Bronstein diventeranno lo Yin e lo Yang di un’estetica, come dire, sofisticata e carnale. Muore all’improvviso, e nessuno sembra sapere perché. Lascia una moglie giovane e due figlie ancora piccole e Il suo archivio – negativi, contact sheet, stampe, collage e persino registrazioni audio – rimane chiuso in soffitta per quasi quarant’anni. Sigillato. Dimenticato. La time capsule di un’epoca irripetibile.

Uno di noi

Bronstein era il contrario dello stupido paparazzo che ruba un po’ di colore con al macchina al collo. Per i musicisti era “uno di noi”, un insider, un camaleonte che in mezzo ai musicisti diventa musicista, si mischia ai jazzisti e ai bluesmen neri di Chicago, alle signore con la fascia in testa, il vestito della festa, il cappello e le caviglie grosse, come se fosse uno di loro.

Don Bronstein fotografia
Chicago Street Music, 1965 – Boomerissimo.it

Sembrano non accorgersi che il suo colore alquanto chiaro è quello sbagliato, e della scatoletta di metallo e vetro al collo. Scomparire, trasformarsi nel soggetto: questa abilità dei grandi della street photography si trasferira anche tra i setosi budoir della center page di Playboy. Donne stupende che si distendono come gatte, senza nemmeno vederlo, forse. O se lo vedono, è ancora una volta “uno di noi”. A Chicago, tra il 1953 e il 1968, cattura l’essenza della scena musicale nera che stava conquistando il mondo. Come art director e fotografo di Chess Records – l’etichetta di Leonard e Phil Chess che lancia Muddy Waters, Chuck Berry, Howlin’ Wolf, Etta James, Bo Diddley – entra negli studi e nei club come uno di famiglia. I musicisti lo accolgono, e lui prende. Louis Armstrong nel 1956, in shorts e ciabatte, che prova da solo su un palco vuoto allo Highland Park di Chicago. O Eartha Kitt, Sarah Vaughan, Duke Ellington, Nat King Cole, Miles Davis nelle famose serate del Plugged Nickel. Ogni scatto ha qualcosa di intimo. Anche appeso in cima a una scalinata di un palazzone fascista ha la capacità di sussurrare nell’orecchio, con stile. Bronstein progetta copertine che resteranno nella storia per Atlantic, Verve, Impulse! E nessuno lo sa, o quantomeno non lo sapevo io, che qualcosa della materia conosco.

Don Bronstein fotografia
Copertine di Don Bronstein – Boomerissimo.it

Il passaggio a Playboy è felpato, naturale. Bronstein è il primo fotografo della rivista di Hefner, e definirà l’estetica del suo paginone centrale negli anni Cinquanta e Sessanta. Viaggia per il mondo alla ricerca di bellezze e di storie, ma il suo cuore resta sempre a Chicago, tra le architetture di Mies van der Rohe e i neon dei locali jazz. Il suo stile graffiante e discreto (nel suo caso non è una contraddizione) illumina l’alba della liberazione sessuale, e lo fa senza mai un briciolo di volgarità. Nel giugno 1963, una giovane cantante era in cartellone per tre settimane al Mister Kelly’s. Dopo uno show, Bronstein la portò all’alba sulla Oak Street Beach, sul lago Michigan. Piedi nudi sulla sabbia, schiena rivolta all’obiettivo, capelli mossi dal vento, il sole che sorge sull’acqua. Non è una foto di Playboy. Sarà  la copertina di People, l’album che lancerà Barbra Streisand tra le stelle. Nel 1965 quell’immagine vinse il Grammy per la migliore copertina. 

Don Bronstein fotografia
Barbra Streisand, People – Boomerissimo.it

In macchina, in aereo, in pullman, tra una sessione e l’altra, un’era prima dei computer portatili, Bronstein fissava i suoi appunti in audiocassette. Molti anni dopo, riaprendo un archivio rimasto sigillato per decenni, le figlie, da adulte, hanno sentito lì la sua voce, per la prima volta. La madre, devastata dalla perdita improvvisa aveva chiuso lo studio e depositato tutto l’archivio in soffitta, protetto dalla polvere e dal dolore. Solo decenni dopo, aprendo quelle scatole, le due sorelle hanno ritrovato non solo fotografie, ma un padre che non avevano potuto conoscere davvero. Per la prima volta entravano in contatto con un uomo che aveva vissuto intensamente, senza mai cercare la ribalta.

L’ultimo scatto

Acapulco, il 14 aprile 1968. Bronstein è lì per un servizio di Playboy. Muore all’improvviso, nessuno sa perché. La diagnosi dice infarto improvviso. In quell’epoca le autopsie non erano routine e le notizie circolavano con la lentezza del telegrafo. Alcune voci parlarono di annegamento o altre circostanze, ma le fonti familiari e gli necrologi dell’epoca (come su Down Beat) sono ferme sull’attacco cardiaco. Bronstein se ne va, in punta di piedi.

L’ultimo scatto fatale – Boomerissimo.it®

Il silenzio che è seguito è stato totale, tombale. L’archivio scompare per quasi quarant’anni. Niente mostre, né libri monografici. Sono le figlie a produrre il primo libro: Don Bronstein: Photographs 1958-1968 di PowerHouse Books, poi con esposizioni che culminano con  “The Rhythm of the Eye” alla Triennale di Milano (aprile-maggio 2026), la prima grande personale europea. E il mistero oscuro di Acapulco, la notte di Chicago, si illumina di nuovo, in una indimenticabile giornata di sole. Don Bronstein è tornato tra noi, per restarci.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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