Nel 1863 il calcio bandì le botte e divenne lo sport della classe operaia. Il rugby le tenne, privilegio da gentiluomini. Una storia di fabbriche, sabati liberi e virilità britannica.
Ho giocato un po’ a rugby, e soprattutto, negli anni formativi passati in un collegio dove studiavamo scienze agrarie, ho dovuto sopportare le angherie dei giocatori di rugby (uno dei quali, molto più grosso di me ma con una gamba ingessata e armato di pericolose stampelle, tentai una volta di uccidere). Il rugby era uno sport di cui la nostra scuola vantava una squadra a suo modo prestigiosa. Conoscendolo da vicino, nella sua pratica e nei suoi personaggi, tutto mi è venuto in mente, tranne che fosse uno sport “aristocratico”. Si vede che non avevo approfondito abbastanza la materia.

A calcio ho giocato meno, un paio di mezze partitelle sotto casa, una “sobri contro ubriachi” e non posso dire molto. Alla fine, per me, scelsi il ciclismo e la pallacanestro. Il calcio mi è rimasto nel sangue da tifoso, e sotto questo aspetto la storia che sto per raccontarvi non mi stupisce. Ero un ragazzo del Milan, la squadra dei casciavit. La squadra popolare di Milano. Dopo la partita i suoi tifosi sciamano da San Siro verso la “barriera”, la cintura industriale, operaia, che formava il polmone del tifo rossonero. Conoscendo un po’ i sofisticati bauscia dell’altra sponda del Naviglio, non avevo però mai sospettato che lo sport che seguivo, e che spesso mi avvelenava le domeniche, fosse nato proprio come sport popolare, di operai. Eppure qualcosa proprio le origini della mia squadra avrebbero dovuto dirmi.
La classe operaia in campo, di calcio
È 1863 quando in pub fumoso di Londra, undici signori in cravatta e baffi si siedono per decidere le regole del football. Uno sport che non è nuovo e non è ancora molto simile a quello che conosciamo. Sui campi si gioca ancora qualcosa con la palla che assomiglia più al calcio fiorentino che a qualsiasi altra cosa abbiamo mai visto giocare.

Ma da quella riunione fumose, lubrificata da qualche birra, per una strana alchimia di classe sociale e orari di fabbrica, nascerà lo sport più popolare del mondo. Tra i presenti c’è Francis Maule Campbell, rappresentante del Blackheath FC. Difende l’hacking, l’aspetto più brutale del gioco: calci negli stinchi, placcaggi, strattoni. Prende alla lettera una massima che avrà fortuna qualche tempo dopo: “il calcio non è uno sport per signorine”. L’hacking, le legnate sono per lui l’ultima trincea della virilità britannica. La sua posizione è netta: toglierlo significherebbe snaturare il nobile gioco”. Ma nell’animata riunione non riesce a convincere la maggioranza, che vota un netto no. Via le botte, via la palla portata in mano. Campbell sbatte la porta e se ne va. Il Blackheath esce dalla Football Association appena nata. Nasce l’Association Football, ovvero il football, il calcio, il gioco del pallone. Il rugby, con tutte le sue mischie e i suoi placcaggi, se ne va per la sua strada insieme a Mister Campbell e troverà codificazione definitiva nel 1871. Ma questa è solo la prima parte della storia.
Il sabato che cambiò tutto
Il gioco è nato, ma manca ancora di un pubblico, una base di praticanti e ovviamente di tifosi. Insomma, è ancora una di queste astrazioni molto britanniche, la cui genialità appare forse e solo in un secondo tempo, che in questo caso sta appunto per arrivare. La svolta ha un nome che potrebbe apparire poco sportivo: “Atto delle Fabbriche”, ovvero il sabato pomeriggio libero dalle 14 in poi.
Tifosi Aston Villa – Boomerissimo.it®
Una di quelle innovazioni che cominciano a dare un volto umano alla rivoluzione industriale che ha fatto della Gran Bretagna un impero. Gli operai di Manchester, Birmingham e Glasgow non aspettano altro, ma nello stesso tempo nasce il problema di cosa fare in tutto quel tempo libero. La risposta appare sotto forma di un pallone di cuoio. Campi improvvisati cominciano a sorgere tra le ciminiere, squadre nascono dall’officina o dalla cappella metodista dietro l’angolo.L’Aston Villa nasce da una congregazione wesleyana. Il West Ham dagli operai dei cantieri navali del Thames Ironworks, e i martelli dello stemma sono ancora lì a ricordarlo. L’Arsenal è figlio degli operai di una fabbrica di munizioni di Woolwich. Il calcio diventa lo sport del sabato alle tre perché ha una preziosa caratteristica: è l’unico che si può permettere chiunque. Non servono country club, non occorre possedere cavalli né vascelli di nessun tipo, non occorre nessuna attrezzatura speciale. Bastano una palla di cuoio fornita dal club e un paio di scarponi consumati. Le porte, come nei campetti delle nostra gioventù, si cominciano a segnare con i cappotti. Il resto prima o poi verrà. È lo sport ideale per chi il lunedì torna in fabbrica.
Le botte come privilegio di classe
Il rugby nel frattempo resta saldamente legato alle public schools: Eton, Harrow, Rugby stessa e alle università di Oxbridge. È un gioco per figli di papà, ufficiali, professionisti. La violenza codificata del campo, compresi i placcaggi spaccacostole, le mischie vere sono parte di un codice cavalleresco e un privilegio. Un signore sfaccendato può permettersi di incassare qualche pestone, ma chi non deve tornare in fabbrica il lunedì deve mantenere le ossa intatte e non può permettersi di rischiare il salario di duelli tra gentiluomini. Le botte diventano una distinzione sociale come il sigaro dopo cena o il cavallo in scuderia.
La frattura si consuma di nuovo nel 1895, e questa volta dentro il rugby stesso. I club del Nord, sono ancora ad alto tasso di minatori e tessili e chiedono rimborsi per le giornate di lavoro perse per infortuni. La Rugby Football Union, controllata dagli ex allievi delle scuole private, risponde sdegnosamente no, in nome del sacro principio del dilettantismo. Nascerà la Northern Union, poi Rugby League, con una piccola apertura che porterà al professionismo. È uno scisma di classe dentro uno scisma di classe.
La palla gira il mondo
Mentre il rugby si tiene strette le sue botte e litiga sui rimborsi da infermeria, il calcio sta già cominciando a girare il pianeta. Lo portano in giro i marinai, i commercianti, gli emigranti britannici. Prima in Brasile, poi in Argentina e in Italia. Dove arrivano uomini con una valigia e una palla di cuoio, e spesso sono operai e tecnici come Herbert Kiplin, il tessile che, oltre a formare maestranze lombarde, sarà il fondatore del Milan, nasce una squadra.

Il calcio non costa niente, non richiede un campo omologato, né (almeno per il momento) un arbitro patentato. Bastava lo spazio e la voglia di prendere a calci un pallone. La classe operaia forse non va in paradiso, ma si appropria della palla e ne farà lo sport più seguito del mondo. Le botte restano ai signori: gente che ha già tutto e può anche permettersi un occhio nero, un braccio al collo. O un paio di stampelle assassine.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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