Undici stagioni a insegnare che la famiglia e la fede possono superare tutto. Peccato non abbia saputo insegnarlo a sé stesso
Sono una fanatica di serie tv, ma è ovvio che anche per ragioni anagrafiche sono affezionata a quelle degli anni 70 e 80. Riguardandole mi accorgo di quanto fossero ingenue alcune e quanto sarebbero improponibili altre. C’è stato il momento in cui la televisione doveva insegnare e quello in cui doveva “rompere”.

Alle serie degli anni Novanta mi sono appassionata poco, ma qualcuna l’ho vista. Ne ricordo una, melensa, zuccherosa, su una famiglia numerosa, in cui la figura più importante, il padre, era un pastore. Ricordo che mi faceva parecchio sorridere, perché l’attore/pastore, Stephen Collins, in precedenza era stato protagonista di una serie in odore di Indiana Jones. Ma il pastore, padre perfetto nascondeva più di un segreto.
Settimo cielo
Ci sono città da cui si deve scappare. Des Moines, Iowa, deve essere una di quelle. Stephen Collins nacque lì, e quando divenne il reverendo Eric Camden della serie 7th Heaven, quella del Midwest profondo sembrava una provenienza poetica. L’America vera, quella dei valori, della domenica in chiesa con la tutta la famiglia.

Il reverendo Camden era il papà d’America. Undici stagioni, 243 episodi su WB prima e CW poi, dal 26 agosto 1996 al 13 maggio 2007. Creata da Brenda Hampton e prodotta da Aaron Spelling, lo stesso di Dynasty, Settimo cielo (così fu tradotta per l’Italia, con quel tocco di pio che non guasta mai) era il prodotto family values per eccellenza di quegli anni. Niente parolacce, niente sangue, niente equivoci a doppio senso: solo dialoghi pregni tra genitori amorevoli e figli adolescenti in difficoltà, con un finale rassicurante ogni sera. Collins, con i capelli brizzolati, lo sguardo mite e il sorriso disarmante di chi è disposto ad ascoltarti per ore senza mai alzare la voce, incarnava alla perfezione quel mondo. Ogni episodio conteneva un messaggio esplicito: la famiglia e i valori cristiani potevano superare tutto. Era così convincente da sembrare, in retrospettiva, ancora più inquietante. Perché di lì a qualche anno sarebbe venuto fuori qualcosa di raccapricciante.
Prima del colletto bianco: un avventuriero nel Pacifico del Sud
Prima di diventare il simbolo dell’America cristiana protestante e moderata, Stephen Collins era stato qualcosa di completamente diverso, un avventuriero con un idrovolante, un eroe da fumetto anni Trenta da prima serata. Era il 1982 quando l’ABC mandò in onda Tales of the Gold Monkey (I predatori dell’idolo d’oro), prodotto da Donald P. Bellisario, quello di Magnum P.I., uno che di intrattenimento se ne intendeva.
La serie era ambientata nel 1938 nel Pacifico del Sud, su un’isola immaginaria chiamata Boragora, e Collins interpretava Jake Cutter, ex pilota dei Flying Tigers riconvertito a pilota/tassista, sempre coinvolto in complotti internazionali, tra spie naziste, tesori perduti e situazioni che avrebbero messo a dura prova anche Indiana Jones. Il quale, non a caso, era uscito al cinema l’anno prima: I Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg aveva rilanciato il gusto per le avventure pulp degli anni Trenta, e la televisione aveva fatto la cosa più ovvia, cercare di mettere nella scatola del soggiorno quello stesso spirito. Collins, con quel suo fascino da soldato di ventura un po’ logoro, indossava perfettamente nei panni di Jake Cutter. Doti particolari: coraggio, ironia e una certa malinconia sullo sfondo. L’idrovolante era un Grumman Goose d’epoca. La compagna era affascinante. Il cane Jack, un jack russel con un occhio solo, divenne il personaggio più amato della serie. Per fare un paragone colto, il progetto pescava anche da Avventurieri dell’aria di Howard Hawks, il film del 1939 con Cary Grant tra nuvole e pericoli tropicali. I critici chiamarono immediatamente Tales of the Gold Monkey “la versione televisiva di Indiana Jones”. Durò una stagione sola. Il budget era elevato per l’epoca, il cast di qualità. Ciononostante fu cancellato, per le solite tensioni tra rete e produzione. La serie ha un piccolo ma tenace seguito di culto tra gli appassionati di TV anni Ottanta. Poi arrivò Star Trek: The Motion Picture nel 1979, dove Collins era il comandante Decker, e alcune miniserie di buon livello, tra cui Le due signore Grenville del 1987, che gli valse una candidatura all’Emmy. Era un attore rispettato, versatile, capace di passare dall’avventura al dramma senza fare una piega. Non era però una superstar. Ci volle Eric Camden per trasformarlo in un’icona. Miracoli dell’abito talare.
La fine
L’11 ottobre 2014 il sito TMZ pubblicò un nastro audio registrato due anni prima, durante una sessione di terapia di coppia tra Collins e la moglie Faye Grant, già attrice di Ralph Supermaxieroe. Sul nastro si sente un uomo, poi identificato come Collins, ammettere condotte sessuali inappropriate nei confronti di tre giovanissime, in tre momenti distinti della sua vita: 1973, 1982 e 1994.
Collins non smentì. Si lasciò intervistare da Katie Couric per ABC News e dalla rivista People e confermò sostanzialmente tutto, definendo gli episodi come “isolati”, parlando di “impulsi esibizionistici” e di “problemi di confine”, negando di essere un pedofilo nel senso clinico del termine. Dal suo racconto emerge che nel 1973 si comportò in modo non consono con una minorenne di circa 10 anni (all’epoca Collins aveva circa 25-26 anni). Dal nastro emerse che Collins le aveva preso la mano e l’aveva posta sul proprio pene. Nel 1982 oggetto delle sue attenzioni fu una ragazzina di circa 12 anni. L’ultimo episodio ebbe luogo nel 1994, nei confronti di un’adolescente di circa 13-14 anni.
Le sue parole nell’intervista furono:
«Non sono assolutamente attratto, fisicamente o sessualmente, dai bambini. Ho fatto qualcosa di terribilmente sbagliato che rimpiango profondamente. Ho lavorato per espiare da allora».
La ex moglie Faye Grant aveva denunciato i fatti alla polizia di Los Angeles e New York già nel 2012 (dopo che una delle presunte vittime, o un suo familiare, si era rivolta a lei). Una delle vittime avrebbe contattato Grant nel 2012 con dettagli sugli abusi. Le sue parole, scelte con la cura di chi evidentemente aveva già riflettuto a lungo su come presentare la cosa, non fecero che peggiorare l’impressione generale. Le indagini della NYPD e della LAPD non portarono ad arresti. I reati erano prescritti. Giustizia processuale non pervenuta. Un risultato che fa a pugni con qualsiasi senso di equità. Collins espresse sì rimorso pubblico, ma quanto basta. Le sue scuse suonarono particolarmente raccapriccianti perché arrivavano dalla bocca dell’uomo che per undici anni aveva predicato l’integrità morale in prima serata. La serie sparì dai palinsesti dei network più importanti. Collins venne licenziato dal ruolo ricorrente in Scandal, tagliato dal cast di Ted 2. Si dimise dal consiglio nazionale della SAG-AFTRA. La sua carriera si chiuse di colpo. C’è un dettaglio che vale la pena raccontare, perché è il tipo di coincidenza che, se fosse in un romanzo, sembrerebbe forzata. Nel 2014, lo stesso anno dello scandalo, Collins aveva girato un cortometraggio intitolato Penance. Soggetto: un prete con un passato di abusi su minori. Il film uscì mentre il caso esplodeva sui media. L’ironia non era sottile. Non era nemmeno ironia, era qualcosa di più difficile da nominare.
Collins oggi
Dal allora Stephen Collins si è ritirato completamente dalla vita pubblica hollywoodiana. Si è trasferito a Fairfield, nell’Iowa e conduce una vita che, per quanto si riesce a sapere, è rigorosamente priva di telecamere. Pratica meditazione trascendentale da decenni. Dal 2019 sembrerebbe avere una relazione con Jenny Nagel, descritta da alcune fonti come una fan di 7th Heaven.

L’ultima immagine pubblica disponibile risale al maggio 2024, quando fu fotografato a svolgere commissioni. Aveva 76 anni. L’espressione non era più quella del reverendo Camden. Nel settembre 2024 tre ex giovani interpreti della serie, Beverley Mitchell (Lucy), David Gallagher (Simon) e Mackenzie Rosman (Ruthie), hanno pubblicato un podcast chiamato Catching Up With the Camdens. Hanno dichiarato di aver condannato il comportamento di Collins, di non aver mai subito nulla di inappropriato da parte sua sul set e di essere stati sorpresi esattamente come tutti gli altri. Collins non è stato invitato. Il vecchio cast di Settimo cielo, quello di attori adulti, ha reagito in modo meno compatto. Certe cose è meglio non ricordarle.
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Settimo cielo era davvero una di quelle produzioni che sembravano costruite apposta per essere rassicuranti: le famiglie si parlano, i problemi si risolvono, il male è sempre esterno e riconoscibile. Il reverendo Camden era la rassicurazione fatta persona. Sapere che dietro quella bontà si celava una storia diversa ha lasciato in molti quello strano senso di tradimento che non si risolve mai del tutto, nemmeno sapendo benissimo che il personaggio e l’attore sono cose diverse. Peccato che Collins abbia passato undici anni a convincerci che fossero la stessa cosa.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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