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Charles Bronson Giustiziere della notte

Charles Bronson, il suo Giustiziere fu un grande tradimento: “penoso”

Un romanziere scrive un libro per condannare la vendetta. Hollywood lo trasforma nel più grande inno alla vendetta degli anni Settanta. Come può un’opera dire esattamente il contrario di quello che voleva dire?

New York, 1971. È notte fonda. Brian Garfield torna a casa e trova la sua auto devastata: vetri in frantumi, gomme squarciate, carrozzeria ammaccata con una violenza gratuita, bestiale, che lo fa sentire violato, sconfitto. Solo pochi mesi prima avevano rubato la borsa alla moglie: uno scippo per strada, uno sfregio quasi insopportabile. È stato uno shock. Ma è solo stavolta, chissà perché, di fronte a un’automobile, la sua, che qualcosa si rompe dentro. La reazione è immediata, viscerale, inequivocabile: ucciderei quel figlio di puttana.

La rabbia dentro

Non so se sia un’esperienza che abbiamo avuto tutti, io certamente e quasi nello stesso modo. Non so se oggi mi definirei ancora “liberal” e progressista come sono stato per quasi tutta la vita. Ma quel romanziere di successo, quell’ospite di salotti giusti, in quel momento, certamente lo è.

Charles Bronson Giustiziere della notte
Il Giustiziere traditore – Boomerissimo.it®

Ha costruito tutta la sua visione del mondo sull’idea della tolleranza, sulle colpe di un crimine che nasce dalle storture della società. Come molti, a cui il crimine non è ancora toccato, vede i criminali come delle vittime, più che come dei colpevoli. E soprattutto ha la convinzione di ogni persona relativamente per bene, quella che ci hanno inculcato le nostre mamme:  la violenza è il problema, mai la soluzione. Garfield la violenza la pratica, ma solo alla macchina da scrivere, ha scritto romanzi di crimine per anni. Subirla, è diverso. Quella notte di fronte alla sua macchina maciullata senza motivo scopre che anche dentro di lui, sotto gli strati di educazione e – oggi diremmo – di correttezza politica. C’è un uomo che ruggisce, che si vuole vendicare, che vuole uccidere. Per un’auto ammaccata. La cosa è sconvolgente, e lo fa sprofondare nella vergogna. Death Wish, il libro che seguirà, quello da cui nascerà Il Giustiziere della Notte, è una confessione e una terapia che infligge a se stesso. Scrive per capire come un uomo qualunque — uno come lui — possa scivolare dall’impulso alla pistola, dalla pistola al grilletto, dal grilletto al vuoto. Il protagonista si chiama Paul Benjamin e lo immagina come un contabile, mezza età, vita ordinaria, nessuna eroicità. La sua discesa nel buio è progressiva, ma inarrestabile. Quando la moglie e la figlia vengono aggredite, Paul si incrina. Compra una pistola quasi solo per vedere cosa si prova. Poi inizia a camminare di notte nei quartieri peggiori di Manhattan, cercando qualcuno su cui sfogare qualcosa che non sa spiegare. Le sparatorie nel libro sono rapide e brutte, squallide, non hanno nulla di spettacolare. Gli lasciano un leggero rimorso che però basta a fermarlo. Uccisione dopo uccisione, Paul diventa più freddo, più insensibile, la sua coscienza si svuota fino al punto in cui, una notte,  preme il grilletto su un gruppo di ragazzi solo perché hanno l’aria sbagliata. Un detective lo individua. Lo lascia andare. Il romanzo si chiude su un uomo che ha perso qualcosa che non recupererà più. Un uomo finito, senza redenzione, senza trionfo, senza nessuna vittoria..

La legge di Hollywood

Il libro, quasi contro la volontà dell’autore, che lo considera un capolavoro delicato e prezioso, che non adatterà mai per il cinema, trova la strada di Hollywood. A comprarne i diritti sono Michael Winner e Dino De Laurentis, ma sono due produttori, la razza più spietata del cinema. Hanno comprato una scatola, e ora possono smontarla e rimontarla per arrivare esattamente dove vogliono, alle pulsioni più profonde di un pubblico spaventato e vittima di una esplosione criminale. La prima versione è ancora troppo vicina all’originale, tanto che quando Charles Bronson, il protagonista prescelto, la legge dice: Sarebbe stato meglio per Dustin Hoffman. I due produttori capiscono che qualcosa non va ancora, e allora cambiano il nome del protagonista, la professione, la sua personalità, che diventa dura e spietata. E soprattutto trovano un nuovo finale. Faremo un sacco di soldi, gli dicono. E.Bronson, che non ha nulla in contrario, accetta anche se il suo agente trova la storia eccessiva, teme che possa legittimare la violenza. Bronson pensa, o finge di pensare, che proprio la durezza della storia renderà il film una condanna della violenza. Ad ogni modo il finale prescelto non è dei più adatti per l’introspezione. È la celebre scene del dito-pistola alla stazione di Chicago. Kersey sorride ai teppisti ed è pronto a ricominciare. Non è un uomo vinto, ma un eroe: la sala applaude, i registratori di cassa cominciano a suonare, come diceva Zio Paperone.

Charles Bronson Giustiziere della notte
La locandina originale di Death Wish – Boomerissimo.it®

Garfield, che non aveva voluto mettere mano alla sceneggiatura per non sciupare il suo gioiello, se ne va speranzoso a vedere l’anteprima insieme all’amico Donald Westlake, altro giallista di vaglia. Resta scioccato.Aveva scritto per condannare la fantasia della vendetta, ritrova sullo schermo la sua celebrazione più sfrenata. Esce distrutto, stavolta spezzato per davvero. Pronuncia una parola sola: “Penoso”. Winner, il produttore, forte di un contratto blindato,  interpellato sulla reazione dell’autore, risponde con grazia tipica del tycoon hollywoodiano: «Garfield è un idiota».

“Penoso”
–Brian Garfield

“Garfield è un idiota”
–Michael Winner

Dal suo punto di vista, ha tutte le ragioni. Il film sbanca, con trenta milioni di dollari di incasso. Ne era costati solo tre virgola sette. Ma quel primo botto è solo l’inizio di una striscia vincente che durerà vent’anni, con quattro sequel. Una delle franchise più ricche di Hollywood. In Italia il film arriverà solo nel 1975,  diventando subito un caso. È l’Italia violenta che vi abbiamo raccontato qui, quella delle rapine, dei sequestri, del terrorismo. Come in America, le sequenze di Bronson vengono vissute come una liberazione fisica. Persino nelle sale parrocchiali, qualcuno applaude quando Kersey spara. È uno scandalo, che spacca la coscienza del paese. C’è chi grida al sacrilegio, chi al al fascismo. Ma le sale sono piene. L’Italia, è evidente, ha sete di vendetta, ancora più diretta e brutale di quella dei poliziotteschi che più o meno portano lo stesso brivido. 

La disperazione di Garfield

Tutti stanno vincendo, tranne la spinta morale dell’autore (forse il suo portafoglio è un po’ meno traumatizzato). La cattiveria che aveva scoperto dentro di sé non è stata esorcizzata, ma amplificata su uno schermo. Il mostro che lo imbarazzava è diventato un’icona. E non c’è niente che lui possa fare. Tranne penitenza. Nel 1975 scrive Death Sentence, romanzo di espiazione. È il seguito diretto del romanzo. Paul Benjamin torna a uccidere a Chicago, ma stavolta esita, si innamora, vede innocenti colpiti dagli emuli del vigilante che lui stesso ha ispirato.

Il finale scandaloso – Boomerissimo.it®

Nel 2007 ne fanno un altro film, con Kevin Bacon al posto di Bronson. Garfield apprezza, ma il film è ovviamente un flop, proprio mentre i sequel della Cannon film diventano sempre più grezzi e brutali. Quando Garfield muore, nel 2018, la sua creatura è diventata ormai una dannazione. Continua a ripetere in ogni intervista possibile che la violenza non paga, genera solo violenza. Ma ormai il suo Giustiziere si aggira nella notte e nelle coscienze anche senza di lui, qualunque cosa lui ne pensi. Ed è una violenza che paga, e paga molto bene. Lui non voleva questo, ma in fondo l’assegno l’ha incassato anche lui.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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