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James Bond e la Walther PPK

James Bond e la “ pistola da donna”: quando Q si mise contro il Mossad

Bond aveva la pistola sbagliata. Il Mossad aveva la stessa pistola — e la usò per una delle operazioni più spietate del Novecento. Stessa arma, due storie completamente diverse.
Ognuno ha i suoi punti deboli, e per qualcuno sono piccoli gingilli meccanici dal funzionamento letale. Molto tempo fa, la passione della fotografia nacque dagli scatti e dai ronzii delle macchine fotografiche meccaniche di precisioni. Aggeggi di precisione che un mio art director del tempo definiva “belle come una pistola”. Col tempo sarebbero venute anche le pistole. E tra loro una piccola Beretta, abbastanza simile a un modello che non mi avevano fatto maneggiare da militare, perché l’arma corta era riservata agli ufficiali. A me rimase la M60, la mitragliatrice di Rambo. Ma questa è un’altra storia.

James Bond e la Walther PPK
James Bond e la PPK – Boomerissimo.it®

Quella della Beretta, che spara proiettili come chicchi di riso, è quella di James Bond.

Una pistola tutta sbagliata

Se gli agenti segreti sullo schermo, e degli oggetti che maneggiano non hai mai avuto pratica diretta, c’è caso che ti sfugga qualcosa di essenziale. Quell’oggetto che sullo schermo appare letale, non sempre è il più adatto alla bisogna. 007, in effetti, per anni ha girato il mondo con un’arma che un esperto di armi scozzese definì, senza troppi complimenti. 

“una pistola da donna. E non una signora molto simpatica per giunta.”

Siamo nel 1956. E a quel tempo Bond sparava solo nei libri, una serie di romanzi di successo, scritti da un ex ufficiale dell’intelligence britannica che si chiamava Ian Fleming e che aveva il talento raro di rendere glamour anche la morte. I libri erano scritti bene e tra i lettori più appassionati c’era un chimico industriale di Glasgow di nome Geoffrey Boothroyd — uomo di poche cerimonie ma molte competenze in fatto di armi da fuoco.

James Bond e la Walther PPK
James Boothroyd l’esperto di armi – Boomerissimo.it®

Boothroyd lesse i romanzi, apprezzò Bond, ma restò disgustato dall’arma che usava. Colpito nell’orgoglio di appassionato, fece una cosa che richiede una certa dose di coraggio: scrivere direttamente all’autore, per metterlo in guardia da un errore drammatico. Il 23 maggio 1956, con competente e cortese fermezza, mise nero su bianco la sua critica: la Beretta .25 che Bond portava in tasca era indegna di un agente segreto. Aveva una buona capacità di penetrazione, e fin qui ok, ma i suoi colpi minuscoli trasferivano così poca energia al bersaglio da lasciare l’avversario perfettamente in grado di restituire il favore, a meno di ucciderlo sul colpo. Una pistola elegante. Una pistola inutile. Fleming lesse, come capita ai grandi, si rese conto dell’errore e rispose a stretto giro di posta. Dopo soli otto giorni, complice l’efficienza delle poste britanniche del tempo, esattamente il 31 maggio 1956, il fan coraggioso riceveva la sua risposta.

“Mi hai convinto del tutto. Bond ha sempre ammesso che la .25 Beretta non era una stopping gun.”

Qui c’è un dettaglio molto britannico, che vale la pena sottolineare. Boothroyd, da classico suddito della regina, era un appassionato di revolver — una tradizione imperiale che aveva dato al mondo armi robuste, affidabili, ma ingombranti. Per suggerire la pistola giusta a Bond, l’appassionato uscì dai suoi preconcetti e si calò nella testa di una spia. Un agente sotto copertura non può portare con se un grosso revolver, come quelli che lui personalmente preferiva: troppo ingombrante, impossibile da nascondere sotto uno stretto smoking su misura. Serviva qualcosa di piatto, discreto, ma con abbastanza carattere da fermare sul serio un malintenzionato. La soluzione individuata da Boothryd è quella che conosciamo: la Walther PPK, calibro 7,65 mm. Un’arma di polizia. Non la pistolina da borsetta scelta da Fleming, ma nemmeno un cannone in stile Clint Eastwood. Quella via di mezzo che, quasi sempre, è la risposta giusta. Fleming, convinto, cambiò l’arma di Bond a partire da Dr. No, nel 1958. Ma fece anche una cosa molto più importante: in segno di gratitudine creò il personaggio del Maggior Boothroyd, l’armiere del MI6. Quel fan scozzese era entrato nella leggenda: era diventato Q. Fleming stava attraversando un momento difficile. I suoi libri stavano diventando film, ma non nel modo che avrebbe voluto lui. Nel 1962 per Dr. No, il produttore Albert Broccoli aveva scelto come protagonista un certo Sean Connery, attore scozzese semisconosciuto che Fleming detestava cordialmente.

Bond, la pistola da donna – Boomerissimo.it®

Lui, che aveva in mente un agente raffinato, quintessenzialmente inglese, si ritrovò invece con uno che veniva dai quartieri operai di Edimburgo. Un tipo brutale, figlio di un camionista, ex marinaio con un fisico da scaricatore di porto. Una vera maledizione. Eppure, in quella strana alchimia che a volte il destino si diverte a combinare, il Bond che il mondo avrebbe amato era fatto proprio di quelle contraddizioni: l’attore che Fleming non aveva scelto, la pistola che Fleming non aveva immaginato ma che aveva avuto la lucidità di accettare quando un lettore gliela aveva indicata. Connery e la PPK. Una leggenda costruita quasi per caso, grazie alla passione coraggiosa di un fan e alla saggezza di un autore che sapeva quando aveva torto.

Beretta 71, femmina letale per il Mossad

Vale però la pena di fermarsi un momento sulla questione delle cosiddette “pistole da donna”, perché nella realtà non era una battuta. Durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, molti servizi segreti equipaggiavano i propri agenti con armi di piccolo calibro — privilegiando la discrezione rispetto alla potenza. Il ragionamento era quello di Boothroyd, ma rovesciato: meglio qualcosa che non si vede ma colpisce quando serve che qualcosa di potenzialmente efficacissimo, ma praticamente inutilizzabile. 

Munich 1972 massacro in diretta
Le vittime di Monaco 1972 – Boomerissimo.it

Il caso più affascinante, e storicamente più significativo, è quello della Beretta Modello 71, una piccola automatica calibro .22 LR che il Mossad israeliano adottò come arma d’elezione per operazioni speciali e air marshal — le guardie armate che viaggiavano in borghese sui voli El-Al per prevenire dirottamenti. Compatta, silenziosa, precisa, con un rinculo quasi inesistente: perfetta per chi doveva sparare in uno spazio ristretto e affollato senza fare danni collaterali. Nel febbraio del 1969, all’aeroporto di Zurigo, un air marshal di nome Mordechai Rachamim, con la sua “pistola da donna” sventò un attacco terroristico palestinese scaricando il suo intero caricatore da nove colpi contro i terroristi — armati di fucili d’assalto. Uno smacco per Boothroyd. Dopo il massacro di Monaco del 1972, quando undici atleti israeliani furono assassinati dal gruppo Settembre Nero, il Mossad ottenne da Golda Meir l’autorizzazione all’Operazione Ira di Dio: una caccia senza quartiere ai responsabili, condotta in tutta Europa per oltre vent’anni. La prima missione partì il 16 ottobre 1972, a Roma. Lo specialista d’armi della squadra aveva fatto recapitare da Ginevra cinque Beretta calibro .22. Con quelle pistole — esattamente il tipo di arma che Boothroyd aveva deriso — il Mossad portò avanti una delle campagne di intelligence più spietate e sistematiche del Novecento. La storia delle armi da fuoco è piena di paradossi. La pistola “da donna” di Bond era inutile. La pistola “da donna” del Mossad era letale perché con il suo piccolo calibro non faceva praticamente rumore, ed entrava anche nella tasca dei jeans, o di una giacca estiva senza dare nell’occhio. Non aveva “stopping power”, non avrebbe fermato con il suo impatto un aggressore, magari esaltato da qualche additivo. Non era un’arma difensiva. Poteva solo uccidere, ed è quello che fece molte volte.

James Bond e la Walther PPK
Berettta 71, la pistola che vendicò la strage di Monaco – Boomerissimo.it®

La dimostrazione pratica di cosa sia lo “stopping power”, principio così caro Boothroyd arrivò nel settembre 1964, sul set di Goldfinger ai Pinewood Studios. La BBC girò un breve documentario intitolato The Guns of James Bond: Connery in costume presentava il servizio, poi appariva Boothroyd in persona — il vero Q — che allineava tre lattine di succo di pomodoro e sparava. Con la Beretta il foro era piccolo e pulito, la lattina quasi intatta. A parte il foro, non aveva ricevuto nessun danno. Con la Walther PPK la lattina si gonfiava e deformava, assorbendo il colpo. Poi Boothroyd estraeva il suo preferito personale, un Ruger .44 Magnum, calibro devastante: la lattina veniva semplicemente disintegrata. “Here’s my favorite, the 44 Ruger Magnum – a man-sized gun.” Pausa. E aggiungeva subito la nota dolente: troppo grande persino per nasconderla sotto un cappotto. Per Bond serviva la PPK.

Quel documentario dura 2 minuti e 39 secondi e vi dirà tutto quello che c’è bisogno di sapere sulla pistola necessaria ad un agente segreto. Lo trovate qui:

La prova di Boothroiyd – Boomerissimo.it®

Oggi è impossibile immaginare James Bond con qualsiasi altra pistola. La PPK è Bond quanto il martini mescolato, quanto lo smoking, quanto il numero 007. Eppure, senza un appassionato ficcanaso e ostinato difensore delle sue idee, quella pistola non ci sarebbe stata.  Invece di una pistola da spia, James Bond avrebbe avuto una pistola da donna. In tempi di identità fluide, in cui il volto del prossimo Bond resta ancora avvolto nelle nebbie delle opzioni politicamente corrette, forse sarebbe stata una scelta anticipatrice. Ma Sean Connery preferiva le cose alla vecchia maniera, almeno per quanto ne sappiamo, ed è andata bene così.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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