In tempo di guerra, nemmeno i santi erano al sicuro… finché non intervenne un vero napoletano
La guerra non risparmia niente e nessuno. Durante i conflitti non si hanno scrupoli nei confronti degli esseri umani, né, tantomeno, delle opere d’arte. Se non vengono distrutte, sono comunque braccate per ricavarne denaro. Il fatto che siano, in qualche caso, oggetti devozionali, non fa alcuna differenza. L’ira divina non è tenuta in alcuna considerazione, se non da qualcuno particolarmente devoto.

La Seconda Guerra Mondiale ha colpito duramente l’Italia, alcune città più di altre. Napoli fu una di quelle. Gli alleati la sottoposero a bombardamenti continui per via del porto che era fondamentale per i riformimenti tedeschi e per annientare la resistenza civile.
Napoli in guerra
Tra il 1940 e il 1943 la città visse sotto una pioggia di bombe. Le strade erano ridotte a macerie, la gente viveva nel terrore e il Duomo rischiava di trasformarsi in un obiettivo militare. Nel Duomo così come avviene tuttora, era custodito il tesoro di San Gennaro. Il pezzo di maggior valore è rappresentato dalla tiara del Santo, un capolavoro di oreficeria realizzato nel 1713 da Matteo Treglia.

È tempestata da 3964 pietre preziose, tra cui 3328 diamanti, simbolo della solidità della fede, 168 rubini che rappresentano il sangue del santo e 198 smeraldi, espressione di conoscenza, il tutto per un peso di 18 kg. Fa parte del tesoro più ricco al mondo, con un valore superiore a quello inglese, di proprietà del popolo di Napoli, non dello Stato o del Vaticano. In quegli anni la Deputazione della Cappella di San Gennaro, che da secoli custodisce il tesoro a nome dei napoletani, decise di agire in segreto per sottrarre il tesoro e le reliquie alle brame degli eserciti. Lo affidò al principe Stefano Colonna di Paliano, uomo di fiducia con legami stretti con i monaci benedettini. Il principe caricò personalmente tre casse di legno sigillate con il piombo su un’auto e le portò all’abbazia di Montecassino, considerata allora uno dei luoghi più sicuri d’Italia, lontana dai fronti e protetta dal suo status di monumento religioso. Le consegnò all’abate Gregorio Diamare, napoletano pure lui, con la richiesta di nasconderle perché la città martoriata non poteva più garantire la salvezza di quei gioielli, identità stessa di Napoli. I monaci accettarono e per qualche mese il tesoro rimase al sicuro tra le mura millenarie dell’abbazia, mescolato ai tesori della biblioteca. Ma non avevano fatto i conti con le strategie militari.
Da lì a poco Montecassino venne a trovarsi nel cuore della linea Gustav. Nell’ottobre del 1943 due ufficiali tedeschi della divisione Göring si presentarono all’abbazia avvertendo che presto sarebbe stata evacuata e distrutta dagli Alleati. I monaci, per non perdere i libri antichi, i codici miniati e le pergamene, accettarono l’offerta di tre camion per portare tutto a Roma. Con la tipica astuzia dei votati a Dio, le casse del tesoro di San Gennaro vennero abilmente nascoste in mezzo a quei documenti, tra il Placito Cassinese e le reliquie medievali. I nazisti cercavano opere d’arte per la collezione di Göring e oro da fondere, non certo pergamene polverose, e così il convoglio partì senza alcun sospetto. Il tesoro arrivò intatto nella Biblioteca Vaticana, dove rimase custodito per oltre tre anni. Roma fu liberata nel giugno del 1944 e Napoli, ormai libera ma ridotta a un cumulo di rovine e dominata dal mercato nero, implorava il ritorno dei suoi gioielli sacri. La Deputazione però esitava: i costi di un convoglio blindato erano altissimi, la città ancora instabile, e nessuno voleva assumersi la responsabilità di un viaggio che poteva finire in un furto colossale o in un agguato. Il carteggio tra Napoli e il Vaticano diventava sempre più fitto, ma non si intravedeva soluzione. Nel marzo del 1947 cominciò a diffondersi una voce che il tesoro stava per tornare, ma nessuno, né le autorità, né i nobili, osavano muoversi per la paura di finire ammazzati o derubati lungo strade distrutte dalla guerra, ponti crollati, posti di blocco e bande di disperati ovunque.
Il re di Poggioreale
Fu allora che entrò in scena Giuseppe Navarra, un guappo old style (e non di cartone), nato nel quartiere di Poggioreale intorno al 1898. Figlio di un merciaio, era un uomo ben messo fisicamente che in gioventù aveva fatto il palombaro. Archiviato il fondo del mare, si era messo a lavorare in subappalto per imprese edili come la Ditta Ottieri.
Raccoglieva legname e ferro tra le macerie dei bombardamenti per rivenderlo e arricchirsi. Con quei traffici e soprattutto con il contrabbando e il mercato nero aveva messo insieme una fortuna. Si era guadagnato persino la stima degli americani che si rivolgevano a lui per tenere a bada la popolazione turbolenta e affamata. Navarra si era autoproclamato Re di Poggioreale, viveva in una casa di via Stadera dove aveva allestito una grande sala con un trono al centro e altre sedie dorate, per sé, per la moglie che tutti chiamavano la Regina e per il figlio. Lì riceveva i “sudditi”. C’era chi andava a chiedergli favori, chi a risolvere dispute o semplicemente per mangiare un piatto di pasta nei giorni più tristi. Il figlio, l’erede “al trono” fu vittima di un bombardamento. Da quel giorno Navarra si vestí di nero e andó in giro con una Lancia Dilambda nera, dodici cilindri che si diceva fosse appartenuta a Vittorio Mussolini. Sul retro aveva fatto scrivere a grandi lettere “il re di Poggioreale”. Era un personaggio controverso, temuto e rispettato insieme, un po’ Robin Hood partenopeo che derubava gli Alleati per sfamare mezza Napoli, un criminale con un cuore d’oro, come lo definivano in tanti. Legatissimo a Napoli e alle sue tradizioni, quando la città si trovò priva del Santo e del tesoro e nessuno che volesse rischiare per riportarlo, fu lui a presentarsi. Si offrì volontario al cardinale Alessio Ascalesi senza chiedere nulla in cambio se non la benedizione del santo. Decisione presa, era il 1 marzo 1947, anche se tutte le date della vicenda non sono scritte nella pietra.
Operazione San Gennaro
Il cardinale, lieto di tanta devozione (e di qualcuno che gli togliesse le castagne dal fuoco) gli firmò un lasciapassare. Il 5 marzo l’operazione ebbe inizio.
Il principe Colonna di Paliano, ormai quasi novantenne, lo accompagnó come garanzia morale e partirono per Roma. Arrivarono in Vaticano quello stesso giorno. Grazie alla parola del principe, furono consegnate loro le casse sigillate. Navarra le caricò personalmente, pezzo per pezzo, poi si misero in viaggio verso Napoli, senza scorta. Erano soli ad attraversare un’Italia ancora piena di macerie, sbandati e posti di blocco. Il viaggio durò giorni, settimane secondo alcune versioni, e si tramutò in leggenda. Poi, il 5 (o l’8) marzo del 1947, facendo seguito a un telegramma che annunciava il ritorno, Navarra fece il suo ingresso trionfale a Napoli con il tesoro integro e sigillato, accolto da una folla festante come in una scena da film. Il cardinale Ascalesi gli aveva mandato centomila lire di ringraziamento, ma lui ne restituì duecentomila da dare ai poveri, dicendo “non voglio nulla per me, voglio solo baciare il sacro anello”. Ogni volta che raccontava questa storia la arricchiva di dettagli. Una volta raccontava di essere stato fermato da banditi e lui impassibile, aveva aperto le casse e dicendo che c’erano solo cravatte e calzini dell’anziano padre. Un’altra volta che a un posto di blocco mostrò ai carabinieri una tessera falsa da vicesindaco di Napoli, procuratagli dall’arcivescovado. In qualche racconto sparì per dieci mesi, tanto che a Napoli tutti pensarono che il guappo avesse rubato il tesoro.
Il ritorno alla vita normale
Dopo il recupero del tesoro, Navarra tornò alla sua vita ordinaria: mercato nero, contrabbando, affari edilizi e varie attività, per così dire, borderline. Alla fine finì in carcere per varie frodi, evasione fiscale e altro non meglio identificato. Venne condannato a due anni. Nel 1952 ottenne la grazia dal Presidente della Repubblica e c’è un cinegiornale della Settimana Incom del 6 marzo 1952 in cui lui, intervistato nella sua casa di Poggioreale, ringrazia pubblicamente il Capo dello Stato per la grazia, nega ogni addebito e ricorda le opere di beneficenza fatte per la città.
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La sua storia ispirò racconti, articoli e addirittura un film del 1961 intitolato “Il re di Poggioreale” con Ernest Borgnine nel ruolo principale. Tra gli autori c’era anche lo scrittore John Fante. La vicenda influenzò anche la sceneggiatura di “Operazione San Gennaro” di Dino Risi. Navarra morì qualche anno dopo. Quando i pii e i devoti ebbero paura, solo un delinquente riportò a casa il tesoro di San Gennaro e con esso un pezzo dell’anima di Napoli. Per una volta la grazia non l’aveva fatta il santo.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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