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Trump l'impero razzista

Trump l’impero razzista e il testimone scomodo: Woody Guthrie

Il true crime dell’immobiliare americano: come Fred Trump fondò il suo impero sulla segregazione razziale e un suo inquilino Woody Guthrie lo raccontò in una canzone rimasta segreta per decenni

Il denaro non ha odore, dicevano i romani. Peccato che nessuno lo avesse spiegato a Fred Trump negli anni Cinquanta. Per essere onesti, non erano anni in cui i diritti civili avessero già fatto passi negli Stati Uniti. 

Trump l'impero razzista
Fred, Donald Trump e Woody Guthrie – Boomerissimo.it

Le leggi “Jim Crow”, in vigore dal 1876, avevano affermato il principio un tantinello ipocrita di  “separati ma uguali” in tutti i servizi pubblici – scuole, trasporti, ristoranti, ospedali. Di fatto, essere nero America significava essere relegato in un vero e proprio ghetto, fatto di strutture fatiscenti, e sotto l’occhio di una giustizia che sarebbe difficile definire imparziale. Solo nel 1954 la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione scolastica, ma rimaneva feroce la resistenza del Sud. Da qui sarebbe nata la stagione dei diritti civili di Martin Luther King, John Kennedy e, soprattutto, del fratello Bob. Tutti, non proprio casualmente, uccisi (anche se la fine di Bob è forse un fenomeno piuttosto diverso, del quale stiamo ancora vivendo gli sviluppi più drammatici).

Un caso a parte di resistenza, nella New York che oggi consideriamo una capitale progressista e liberal fu quello di Fred Trump, il padre del ben noto e attuale presidente Donald. Un imprenditore immobiliare che sarebbe un eufemismo definire “discusso” a causa di una conclamata idiosincrasia alla pelle nera. Una forma di disagio particolarmente redditizia, che gli consentì di creare un impero da centinaia di milioni di dollari, anticipando di settant’anni le fortune (peraltro imprenditorialmente alterne) del figlio Donald. 

Era un America cieca, e che soprattutto non voleva vedere. Ma non tutti i suoi inquilini chiusero gli occhi. Woody Guthrie, l’autore di “This Land Is Your Land”, divenne il testimone inaspettato e scomodo di quella realtà. Un cronista implacabile di quella segregazione dorata (per i bianchi). 

È una storia che potrebbe suonare come un thriller finanziario, ma nella quale c’è ben poca fiction, purtroppo. È la storia di come papà Trump trasformò la discriminazione razziale nel più redditizio degli investimenti immobiliari americani. A cantare la vergogna sarebbe rimasto solo un cantante folk, una di quelle personalità che zitte non possono stare, nemmeno se ci provano.

Woody Guthrie, l’incontro con Ted Trump 

Nel dicembre 1950, uno dei documenti più strani e improbabili della storia americana venne firmato in un ufficio di Brooklyn. Da una parte del tavolo sedeva Woody Guthrie, l’uomo che aveva scritto il più potente inno all’uguaglianza mai composto in America; dall’altra Frederick Christ Trump, il ricchissimo palazzinaro delle periferie newyorkesi. Il contratto di affitto per un appartamento a Beach Haven sembrava l’incontro tra due mondi inconciliabili. E infatti lo era.

Trump l'impero razzista
Woody Guthrie (public domain) – Boomerissimo.it

Per Guthrie, reduce da anni di viaggi attraverso un’America spezzata dalla Depressione, quella casa di Brooklyn doveva rappresentare finalmente la stabilità. Aveva 38 anni, una moglie, Marjorie, e tre bambini piccoli. Dopo decenni passati a vagabondare con la chitarra sulle spalle, anche per quell’incorreggibile vagabondo era tempo di mettere radici. 

La sua nuova dimora doveva essere Beach Haven: 2.700 appartamenti immersi nel verde, ma con lo skyline di New York City in vista. Avrebbe potuto essere il posto perfetto per creare e crescere una famiglia. Ma le cose si rivelarono più complesse del previsto. 

Guthrie non immaginava che il suo nuovo padrone di casa stesse scrivendo una delle pagine più vergognose della storia immobiliare americana. Guthrie, con il suo occhio vigile, non avrebbe tardato ad accorgersene.

Il business del New Deal: progetti pubblici, profitti privati

Nel 1947 l’America celebrava la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ma aveva un problema pratico: milioni di soldati di ritorno avevano bisogno di una casa. La Federal Housing Administration (FHA) lanciò un programma di prestiti agevolati per costruire alloggi popolari destinati ai veterani. Un’iniziativa nobile, sulla carta. 

Per un imprenditore senza scrupoli come Fred Trump era anche l’’occasione d’oro per arricchirsi. Sono situazioni che in Italia (ma ovviamente non solo) conosciamo fin troppo bene.

Trump intascò ben 26 milioni di dollari di prestiti federali (se vi sembrano molti sappiate che oggi lequivalgono a oltre 300 milioni di oggi) e ci costruì due immense città satellite: Beach Haven e Shore Haven Apartments a Brooklyn. 

Come spesso succede (e i milanesi di questi anni ne sanno più di qualcosa) l’edilizia popolare si trasformò rapidamente in una macchina per fare soldi. 

Il meccanismo non era particolarmente innovativo, ma si dimostrò estremamente efficace: Trump gonfiò a dismisura i costi di costruzione dichiarati al governo, intascandosi la differenza: un trucco era geniale nella sua semplicità. Per Beach Haven, Trump stimò costi di costruzione astronomici che gli permisero di incassare prestiti federali in eccesso sui costi reali per 3,7 milioni di dollari. 

La differenza finì nei suoi conti correnti, mentre gli affitti rimasero proporzionali ai costi gonfiati. Un doppio colpo.

L’inquilino scomodo: quando Guthrie iniziò a prendere appunti

È facile pensare che Guthrie, ignaro menestrello al tavolo con lo squalo dell’immobiliare,  fosse del tutto ignaro dei trucchi finanziari di papà Trump. Quello che, con l’andare del tempo,  non riuscì più a ignorare era l’evidenza.

Beach Haven, la sua nuova residenza, era un mondo esclusivamente bianco. In un complesso di 2.700 appartamenti, gli afroamericani erano praticamente inesistenti. Come era possibile, in un complesso di case popolari, creato per i reduci di una guerra che aveva visto combattere insieme tutta l’America, anche se non sempre con uguali diritti?

Per un uomo che aveva dedicato la vita a cantare l’America popolare, di tutti. Per una specie di Bruce Springsteen del suo tempo che parlava di bianchi, neri, immigrati, poveri, gente che lavoavaduramente, quella realtà non era sopportabile. Guthrie iniziò a prendere appunti, a osservare, a documentare quello che vedeva, con ‘indignazione crescente

Negli archivi di Guthrie a Tulsa, restano pagine e pagine di appunti feroci scritti in quegli anni.  Solo un anno dopo essersi trasferito, Guthrie aveva già soprannominato il complesso “Bitch Havens” – un gioco di parole sarcastico che trasformava il “paradiso sulla spiaggia” in qualcosa di molto meno idilliaco. 

“Old Man Trump”: la canzone che non doveva esistere

Nel 1954, l’indignazione di Guthrie prese la forma di una canzone che sarebbe rimasta nascosta per oltre sessant’anni: “Old Man Trump”, scritta come un atto d’accusa diretto contro il suo padrone di casa, eppure mai registrata

Fred Trump – Boomerissimo.it

La canzone era un capolavoro di sarcasmo e rabbia sociale. Tutta la canzone era fatta di versi sarcastici, ma quello più devastante era nelle parole di apertura.

“Suppongo che il Vecchio Trump sappia / quanto odio razziale / Ha rimescolato in quella sanguinosa pentola di cuori umani / Quando ha tracciato quella linea di colore / Qui al suo progetto familiare Beach Haven”

–Woody Guthrie “Old Man Trump”

Parole profetiche, scritte quando Donald Trump aveva appena otto anni, ma che molti potrebbero considerare di una modernità inquietante.

Le mappe della vergogna

Eppure, il vero capolavoro di Fred Trump non erano i trucchi contabili, ma  l’aver legalizzato la discriminazione razziale, trasformandola in una macchina da soldi.  Negli anni Trenta, la Home Owners’ Loan Corporation (HOLC) aveva creato mappe a colori di ogni area metropolitana americana per valutare la “sicurezza residenziale”.

Trump l'impero razzista
Fred Trump e The Donald (Public Domain) – Boomerissimo.it

Il sistema era semplice e devastante: i quartieri verdi erano considerati “desiderabili” (bianchi e benestanti), quelli blu “ancora desiderabili” (bianchi di classe media), quelli gialli “in declino” (misti), e quelli rossi “pericolosi” (prevalentemente neri). Il termine “redlining” che nasceva da quelle linee rosse tracciate sulle mappe, indicava confini invalicabili per mutui, prestiti e investimenti. Nessuno, nel mondo degli affari, metteva soldi in una zona “rossa”.

Fred Trump abbracciò con entusiasmo queste direttive federali. Il governo non solo permetteva, ma incoraggiava attivamente gli “usi inarmoniosi dell’edilizia”, zuccheroso sinonimo di “segregazione razziale”. Trump inventò ogni genere di clausola restrittive e la inserì nei suoi contratti di affitto per escludere sistematicamente gli inquilini neri, trasformando Beach Haven in una enclave per soli bianchi.

Guthrie non conosceva i meccanismi tcnici, ma vedeva gli effetti e la portata di quel sistema. Nei suoi quaderni scrisse all’inizio  parole di speranza che si sarebbero ben presto tragicamente scontrate con la realtà.

L’inchiesta del Senato: quando i nodi arrivano al pettine

Nel 1954 – lo stesso anno in cui Guthrie scrisse “Old Man Trump” – un comitato del Senato americano, guidato dall’avvocato William McKenna, iniziò a indagare sui profitti illeciti derivanti da contratti pubblici. Fred Trump finì sotto la lente d’ingrandimento proprio per quei 3,7 milioni di dollari sottratti al programma federale destinato ai veterani.

L’inchiesta rivelò un sistema corruttivo perfetto. Clyde L. Powell, responsabile dell’ufficio FHA di New York, controllava il flusso di denaro per Beach Haven e concedeva a Trump privilegi di ogni tipo, tutti illegali.

Mentre Guthrie scriveva le sue canzoni di protesta nel suo appartamento, a pochi isolati di distanza si consumava uno dei più grandi scandali immobiliari dell’epoca. Eppure Trump non fu mai processato: e ancora una volta, per una ragione molto italiana. Così facevano tutti, far cadere il tycoon avrebbe travolto tutto il sistema, con i suoi profitti e le sue ramificazioni corruttive nella politica. L’impero illegale, costruito con denaro pubblico poteva continuare a crescere.

Una discriminazione da centinaia di milioni di dollari

Nel 1967, su 3.700 appartamenti del Trump Village, solo 7 erano occupati da famiglie nere. Non era, come abbiamo visto, un caso. Era un business plan. La segregazione permetteva a Trump di mantenere affitti alti e proprietà “desiderabili” secondo i criteri razziali dell’epoca.

Un sistema redditizio: Fred e Donald Trump – Boomerissimo.it

Il sistema funzionava attraverso codici precisi: le domande di affitto degli afroamericani venivano marcate con una “C” di “colored”. I portieri ricevevano istruzioni di scoraggiare i neri che cercavano appartimenti, sostenendo che non c’erano posti liberi o gonfiando gli affitti. Gli agenti immobiliari dovevano inviare le richieste dei neri all’ufficio centrale per il “rifiuto”, mentre potevano accettare sul posto quelle dei bianchi.

Guthrie assisteva quotidianamente a questa discriminazione sistematica. La sua rabbia di artista e attivista si alimentava ogni giorno di più

Per comprendere la portata della denuncia di Guthrie bisogna ricordare chi fosse diventato negli anni Cinquanta. Non più il vagabondo della Dust Bowl, ma un militante maturo e consapevole per i diritti civili. Aveva scritto “The Ferguson Brothers Killing” per denunciare l’omicidio di due giovani neri disarmati a Long Island nel 1946. Aveva composto “Buoy Bells from Trenton” per condannare l’ingiustizia del caso dei “Trenton Six”, sei afroamericani condannati per omicidio da una giuria tutta bianca in un processo viziato da spergiuri e prove prefabbricate.

Nel 1949 aveva marciato fianco a fianco con Paul Robeson, Howard Fast e Pete Seeger contro i razzisti di Peekskill, New York, esperienza che gli ispirò 21 canzoni. Guthrie non era un osservatore neutrale: era un combattente per la giustizia sociale, armato di chitarra.

La sua convivenza forzata con Fred Trump diventò così una sorta di laboratorio sociale, una pila di rabbia che alimentava la sua rabbia. Dal 1950 al 1952, Guthrie poteva osservò da vicino, ogni giorno,  come funzionava la macchina della segregazione immobiliare. 

Bob Dylan, che negli anni Sessanta andava regolarmente a trovare Guthrie ricoverato in ospedale, ricordava sempre come il maestro fosse ancora tormentato da quelle esperienze. 

L’eredità tossica: dall’impero di mattoni al patrimonio politico

Nel corso dei decenni, Fred Trump trasferì gradualmente la proprietà dei suoi immobili ai figli attraverso una rete di società, spesso sottovalutando drasticamente il valore delle proprietà per evadere le tasse. 

L’impero Trump e il testimone – Boomerissimo.it

Sono cifre spaventose: lo stesso set di edifici che secondo i Trump valeva 41,4 milioni di dollari nel 1997 fu venduto dieci anni dopo per oltre 16 volte quella cifra.

Il New York Times per una volta attentissimo (sorvoliamo qui sugli scandali e sulla cecità dell’ex grande giornale in altri campi) ha documentato centinaia di differenti strade attraverso le quali Fred Trump riuscì ad arricchire il figlio, nel corso di cinque decenni. Donald ricevette almeno 413 milioni di dollari alle cifre di oggi dall’impero immobiliare del padre. Non tutti devono cominciare da zero, insomma. Una fortuna incalcolabile e costruita, mattone dopo mattone, sulla discriminazione sistematica e l’esclusione razziale.

Nel 1973 la Civil Rights Division del Dipartimento di Giustizia americano citò in giudizio insieme Fred Trump e il figlio Donald per discriminazione razziale. Le prove erano schiaccianti e ben quattro sovrintendenti e agenti confermarono che le domande inviate all’ufficio centrale erano tutte codificate per razza. 

Fred Trump aveva dato istruzioni esplicite, non solo di non affittare ai neri ma persino di “diminuire ulteriormente il numero (già risibile) di inquilini neri, incoraggiandoli a “trovare alloggio altrove”.

La denuncia sepolta di Guthrie

La canzone di Guthrie, è stata riscoperta solo nel 2016 negli archivi di Tulsa dal professor Will Kaufman, conteneva versi che oggi suonano profetici.

Il folk impegnato di Woody Guthrie – Boomerissimo.it

Nel 2016, diversi artisti hanno finalmente dato voce alle parole di Guthrie. Ryan Harvey, Johnny Irion e persino Ani DiFranco e Tom Morello hanno registrato “Old Man Trump”, trasformando una denuncia privata in un atto di resistenza pubblica. La canzone che Guthrie non registrò mai è diventata un simbolo di protesta settant’anni dopo essere stata scritta.

Fred Trump non è mai stato processato per le morti legate alla discriminazione abitativa o per i profitti illeciti dei contratti pubblici. L’impero immobiliare costruito utilizzando fondi federali e segregazione razziale è stato la “dote” finanziaria per il lancio politico del figlio Donald. Che poi Donald l’abbia sperperata con una serie di avventure imprenditoriali che l’hanno portato alla bancarotta e forse a cercare altre fonti di soldi non meno torbide di quello che venivano dal padre, è un altro discorso.

Resta il fatto che il cinismo razzista è diventato un patrimonio immenso, che è diventato politica, e che oggi, anche grazie ai limiti e all’incapacità di un’Europa politica mai nata per davvero, ci governa da oltre oceano. 

Woody Guthrie, il cantore dell’America democratica, aveva visto tutto in anticipo. Ma a quanto pare non è stato sufficiente.

Antonio Pintér – Boomerissimo.it

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