Dal balcone di Piazza Venezia ai comizi su piattaforme social, dal culto del Duce al “MAGA movement”: il parallelo tra i due leader è meno assurdo di quanto sembra
Credo di aver fatto, come molti, l’errore di considerare Trump come una sorta di macchietta. Un uomo dai capelli arancioni fissati con la lacca ed un colorito dorato come una fetta biscottata.

Ma la storia ci insegna che proprio dai personaggi improbabili bisogna guardarsi. Ci sono paragoni storici che fanno sorridere e altri che fanno male. Quello tra Donald Trump e Benito Mussolini rientra in entrambe le categorie. Si tratta di un confronto che molti storici e politologi stanno prendendo sul serio, al punto che nell’analisi accademica di “Trump e il fascismo” il modello di riferimento più citato non è Hitler ma proprio il nostro italiano Benito Mussolini.
Le origini
Mussolini nacque a Dovia di Predappio, figlio di un fabbro socialista e di una maestra elementare. Un’Infanzia povera, burrascosa, coltelli in tasca e mazzate vere. A regime instaurato, il fascismo trasformerà Predappio in “Città del Duce”, meta di pellegrinaggi politico‑turistici per vedere la casa natale del Duce. Il mondo è bello perché è avariato.
Trump emise il suo primo vagito nel Queens, New York, figlio di un ricco costruttore immobiliare. Nel suo DNA palazzoni e rendite immobiliari. Mussolini ha dovuto inventarsi tutto da zero, Trump, invece, ha ereditato un brand di famiglia. La somiglianza tra di due non è sociale ma narrativa.

Entrambi trasformano la propria banale biografia in mitologia nazionale. Il ragazzo di provincia che “si fa da sé” anche se è figlio di un fabbro anarcosocialista e il miliardario che si presenta come outsider anti‑élite, pur essendo de facto la personificazone di una classe fondata sui soldi.
Propaganda
Mussolini ha imparato molto presto che il potere passa da come ti porgi e ti imponi al tuo pubblico. Dal balcone di Piazza Venezia costruisce il linguaggio dell’uomo forte: frasi brevi, urlate, ripetute, accompagnate da gesti teatrali e pose studiate. La propaganda fascista lo mostra sempre in posizione dominante: a cavallo, a torso nudo, col petto in fuori e lo sguardo rivolto verso un futuro che, per lui e per gli italiani tutti, è finito malissimo.
Trump ha fatto la stessa cosa più o meno: comizi infiniti in palazzetti, ma il suo podio è soprattutto digitale. Gli studi sulla sua retorica mostrano un uso sistematico di frasi semplici, slogan ripetuti (“Make America Great Again”, “Fake News”), iperboli e insulti personalizzati. È esattamente la grammatica populista che in molti testi sul fascismo viene attribuita a Mussolini. Semplificare, ripetere, creare slogan e ridicolizzare il nemico. Lo schema è identico, quello che cambia sono i canali. Un secolo non è passato invano. Mussolini parla dall’alto di un balcone davanti a “folle oceaniche”; Trump parla dall’alto dell’algoritmo. In Italia, negli anni Venti e Trenta, la propaganda era l’intero Stato. Il regime fascista controllava giornali, radio, cinema, scuola e perfino la toponomastica. I giornalisti dovevano essere iscritti all’albo controllato dal regime; i giornali d’opposizione chiudevano; i contenuti esteri filtrati o doppiati per “bonificarli” anche dal punto di vista linguistico. Si arrivò a vietare l’uso di parole straniere e dei dialetti nello spazio pubblico, in nome dell’italianità monolitica imposta dall’alto. È la versione analogica della “bolla informativa”: non esistono canali che non passino dal filtro del regime.
Trump non ha potuto nazionalizzare i media, quindi ha imboccato una strada alternativa, se non puoi controllare tutto, puoi però costruirti il tuo ecosistema. Nacque così Truth Social, piattaforma gestita dalla Trump Media & Technology Group. Dal punto di vista finanziario è un mezzo disastro con perdite per decine di milioni di dollari e un risultato negativo di circa 35 milioni nei primi anni di attività. Dal punto di vista politico è però geniale, un canale diretto con il suo popolo, senza interferenza.
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È la versione capitalistica della propaganda fascista:
– Mussolini usa lo Stato come megafono unico;
– Trump usa una sua azienda privata per costruire la sua controinformazione, l’importante è che il culto tenga.
Controllo del linguaggio
Il fascismo, nel suo delirio di omologazione, arrivò persino a intervenire sull’alfabeto. Nel 1929 il regime bandì di fatto l’uso di lettere e parole straniere, imponendo neologismi italiani al posto di termini inglesi o francesi, e scoraggiando l’uso di dialetti e lingue regionali in pubblico. Era una forma di controllo culturale, l’idea che persino i suoni dovessero essere fascisti. Eia eia…
Trump non può imporre per legge le parole da usare, ma svuota di credibilità le parole altrui. Definisce i media a lui critici come “fake news” e “enemy of the people”, etichette da manuale del perfetto capo autoritario che servono a delegittimare la stampa indipendente. Parallelamente, costruisce un suo personale idioma fatto di iperboli (“the greatest”, “the best”), etichette stigmatizzanti (“sleepy”, “crooked”) e slogan che sostituiscono concetti complessi. Dove Mussolini tentava di uniformare la lingua, Trump punta a manipolare il significato delle parole.
Il culto della personalità
Gli storici del fascismo parlano di culto della personalità per Mussolini. La sua immagine, quella proposta al popolo, vedeva il Duce lavoratore instancabile, genio militare, padre della patria, atleta, agricoltore e, se necessario, meteorologo capace di “chiamare la pioggia”. Le foto venivano ritoccate all’uopo. Mussolini diventò il testimonial dell’Italia, anzi il brand della nazione. Il regime aveva creato un universo parallelo dove la menzogna era la regola.
Su Trump la letteratura scientifica parla esplicitamente di “personality cult”. Studi di psicologia e scienza delle religioni hanno analizzato i suoi comizi e le reazioni dei suoi sostenitori e hanno trovatoi culto del leader, più che normale supporto ad un partito. Slogan come “I alone can fix it” e la centralità assoluta della sua figura nel movimento “Make America Great Again” sono stati evidenziati come segnali classici di personalismo autoritario. Tra i due è simile la dinamica psicologica di fondo. Il leader infallibile, identificato con la nazione stessa.
Il nemico permanente
Per riuscire a governare senza un progetto e con metodi illiberali serve un nemico permanente. Se siamo tutti contro colui che ci distrugge, non ci avvediamo delle manchevolezza del capo. Nel caso di Mussolini, il nemico cambiava etichetta, prima i socialisti, poi i “pessimisti”, gli antifascisti, fino agli stranieri “corruttori”. Mutava il nome, ma la loro funzione era identica: giustificare repressione, confino, violenza contro chi dissentiva e leggi eccezionali. L’opposizione non era mai solo un avversario politico, era contro L’Italia stessa. Trump adatta la medesima logica al contesto USA del XXI secolo. I suoi nemici sono i media mainstream, l’“élite liberal”, i migranti, parte dell’apparato statale (“deep state”), i democratici dipinti come anti‑americani. L’uso dell’espressione “enemy of the people” per la stampa richiama il vocabolario dei regimi del Novecento; le analisi lo collocano nel repertorio dell’autoritarismo populista. Mussolini mandava gli oppositori a morte o al confino. Trump, finora, li seppellisce di cause, indagini e campagne mediatiche. Cambiano gli strumenti, non l’intento. Il dissenso non è qualcosa con cui confrontarsi, ma qualcosa da intimidire.
La bugia come politica
Il Washington Post ha documentato 30.573 affermazioni false o fuorvianti di Trump nei quattro anni del primo mandato, circa 21 al giorno. E’ strategia. Ed è riconoscibile nella letteratura sui regimi autoritari: saturare il pubblico di versioni alternative, affinché l’idea stessa di verità condivisa svanisca. Nel fascismo italiano, la menzogna era anch’essa sistema. L’Italia veniva raccontata come una potenza moderna, all’avanguardia, efficiente, rispettata. Il Paese invece arrancava economicamente e militarmente, e le disfatte venivano occultate o giustificate sotto il nome di “eroici sacrifici”.

Per Trump e Mussolini la propaganda non serve solo a convincere: serve a confondere, a rendere più fitta la nebbia fino a che distinguere tra fatto e narrazione non sia più possibile. Quando il cittadino è stremato, non capisce più niente, è più incline a delegare tutto al leader. Mussolini eliminava il dissenso con i manganelli, condanne, esecuzioni. Trump lo fa in modo più subdolo tramite piattaforme social di cui è proprietario, cause legali, delegittimazione mediatica. Il risultato è lo stesso. Nel primo caso gli italiani non potevano protestare perché avevano paura, mentre gli americani non protestano perché non sanno più che cosa protestare se il capo ha il diritto di riscrivere la realtà ogni santo giorno. La storiografia avverte che Trump non è Mussolini, l’America del 2020 non è l’Italia del 1922, la scala della violenza fascista non è comparabile con la realtà statunitense contemporanea. Corretto.
Ma, il parallelo Mussolini–Trump è oggi considerato, da molti studiosi, il più solido e meno forzato tra i paragoni. Entrambi trasformano la loro biografia in mito nazionale; centralizzano informazione e linguaggio; costruiscono un culto del leader che invade ogni spazio, non solo quello politico, usano nemici interni per giustificare misure sempre più illiberali. La differenza, oggi, è che l’utente non deve più andare in pellegrinaggio a Predappio per sentirsi vicino al capo, basta iscriversi a una piattaforma in perdita e mettere un like. Il che, paradossalmente, rende tutto ancora più pericoloso.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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