Ci sono villain che battono in popolarità gli eroi, riescono a rifulgere di luce propria e non solo di riflesso
La riuscita di un eroe (o supereroe) dipende molto dal cattivo che gli si contrappone. Cosa sarebbe Otello senza Iago, Sherlock Holmes senza Moriarty, Dracula senza Van Helsing, Harry Potter senza Voldemort, Superman senza Lex Luthor?

Sarebbero eroi all’acqua di rose a cui piace “vincere facile”.
E’ nel faccia a faccia, nel confronto diretto che l’eroe dispiega tutta la sua forza. Perché questo succeda scrittori di tutte le epoche hanno delineato i villain con precise caratteristiche, il cattivo è funzionale alla riuscita della storia.
Chi è appassionato di un certo tipo di storie di fantasia, avrà sicuramente notato, nell’elenco precedente, l’assenza di uno dei cattivi più in voga e più “interpretati”: Joker.
La nascita di Joker
Joker è stato creato come nemico di Batman nell’aprile del 1940 dalla squadra formata da Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson. In realtà c’è più di una disputa su chi abbia effettivamente avuto l’idea per il Joker.
Gli storici sono abbastanza concordi nel ritenere che l’artefice sia stato perlopiù Jerry Robinson. Secondo Robinson, il cattivo dal ghigno perenne gli balenò nella mente mentre studiava alla Columbia University. Voleva creare l’antitesi di Batman, un personaggio che fosse una sfida degna per il signore oscuro (come Moriarty per Holmes), che avesse caratteristiche fisiche immediatamente riconoscibili e vivesse una contraddizione per così dire psicologica (un essere malvagio dotato di senso dell’umorismo)
Robinson disegnò una carta da gioco con un Joker dall’aspetto sinistro e la presentò a Kane e Finger. I tre hanno litigato per anni su chi avesse la paternità dell’uomo che ride.
Inizialmente il Joker doveva essere ucciso nel corso della sua seconda apparizione, ma l’editore Whitney Ellsworth intervenne, permettendo al personaggio di sopravvivere e di diventare l’arcinemico di Batman.
Ma non era una creazione originale.
L’Homme qui rit
La maschera del ghigno perenne era mediata da un film muto degli anni Venti, precisamente del 1928. Il titolo del film era The man who laughs ed era ispirato ad un racconto gotico di Victor Hugo.

Il romanzo è ambientato nell’Inghilterra della fine del XVII secolo e narra la vita di Gwynplaine, un giovane il cui volto è stato sfigurato da bambino per avere un sorriso permanente. Gwynplaine salva una bambina cieca, Dea, durante una tempesta di neve. I due vengono accolti da Ursus, un saltimbanco itinerante, e dal suo lupo, Homo (homo homini lupus).
Da adulti, Gwynplaine e Dea si innamorano. Il sorriso grottesco di Gwynplaine lo rende un’attrazione popolare, ma si sente indegno dell’amore di Dea a causa del suo aspetto. La trama si infittisce quando si scopre il nobile lignaggio del giovane, che porta a intrighi politici, a un tentativo di seduzione da parte della duchessa Josiana e alla sua elevazione alla Camera dei Lord.
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Alla fine, Gwynplaine rinuncia alla sua condizione di nobile per riunirsi a Dea e Ursus, scegliendo l’amore e la sua famiglia adottiva rispetto alla ricchezza e alla posizione.
Nel film del 1928 diretto dal regista espressionista tedesco Paul Leni, Gwyplaine è interpretato da Conrad Veidt. L’attore tedesco durante la seconda guerra mondiale riparò in Gran Bretagna per sottrarsi alla persecuzione nazista (sua moglie era ebrea e lui si rifiutò sempre di aderire al partito). Girò anche dei film a Hollywood, tra cui Casablanca.
Per interpretare il ragazzo sfigurato Veidt usò molto il linguaggio del corpo, anche per via, ovviamente, della mancanza del sonoro. I suoi occhi tristi, la fronte corrugata servivano a trasmettere il tormento interiore di Gwynplaine in contrasto con il suo perenne sorriso.
Jack Pierce, il truccatore, utilizzò protesi dentarie con ganci per tirare indietro gli angoli della bocca di Veidt, creando il ghigno inquietante, che divenne centrale per l’identità visiva di personaggio.
Finger avrebbe portato con sé fotogrammi del film per aiutarlo a disegnare il look del Joker. Il volto bianco, il ghigno e i capelli raccolti all’indietro ricordano da vicino Gwynplaine.
Gwynplaine è una figura tragica, con un’intima bontà, ma alcuni elementi, come il sorriso e il suo aspetto inquietante sono stati adattati al personaggio sinistro di Joker. La teatralità e l’umorismo cupo di Joker contrastano con l’intrinseca bontà di Gwynplaine, ma sono ispirati allo stile visivo del film.
Alcuni storici, in realtà, sostengono che anche un altro personaggio de The man who laughs, Barkilphedro (un buffone doppiogiochista), abbia influenzato i tratti della personalità di Joker, soprattutto la gioia sadica che prova per la sofferenza altrui.
Da semplice nemesi di Batman, Joker si è evoluto da semplice criminale a simbolo della follia e del caos. La complessità che il personaggio ha via via acquisito ha attratto attori di grande calibro.
Cesar Romero lo interpretò come un clown giocoso negli anni ’60. Jack Nicholson gli diede un’aura di gangster psicopatico nel film di Tim Burton del 1989. Heath Ledger lo trasformò in un agente del caos, vincendo un Oscar postumo. Jared Leto ne offrì una versione controversa in Suicide Squad. Joaquin Phoenix lo ha reso un antieroe tragico, vincendo l’Oscar per Joker nel 2019.
Ogni interpretazione ha aggiunto sfumature al personaggio, rendendo il Joker un simbolo di ribellione contro l’ordine costituito. Una lotta ad armi pari con il Cavaliere oscuro.
Antonietta Terraglia – Boomerissimo.it®


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