Nina Simone, la Grande Sacerdotessa del Soul non si esprimeva solo con la musica. A volte per difendere i propri diritti occorre usare la pistola.
La pubblicità ha fatto anche cose buone. Se molti nel mondo conoscono Nina Simone è grazie a un fortunatissimo spot del 1987 per Chanel N°5, firmato da Ridley Scott. Aveva come colonna sonora un pezzo che nessuno aveva mai notato nei precedenti 30 anni, ma che nessuno è mai più riuscito a dimenticare: “My Baby Just Cares for Me”.

Inciso nel 1958, nel suo album d’esordio per la Charly Records quel disco sarebbe stato una delle molte opere di Nina Simone, e per la verità in generale di molti artisti neri, a ingrassare le tasche dei manager discografici, senza dare agli artisti quasi nessun beneficio.
È una lunga e abbastanza orribile storia, quella che ha sottratto persino a gente come Charlie Parker, Dexter Gordon e tanti altri, le royalties a cui avrebbero avuto diritto. A Dizzy Gillespie no, lui era uno che i contratti li sapeva fare.
In quel 1987 di rinascita, quel vecchio disco schizzò in cima alle classifica, ripubblicato da Charly Records come singolo. Undici settimane nelle top ten del Regno Unito e di mezza Europa. Nina Simone diventò una star universale, ma i diritti discografici del suo pezzo appartenevano alla casa discografica. Nonostante una lunghissima battaglia legale, alla Sacerdotessa non toccò un centesimo: riuscì solo a farsi pagare i diritti d’uso per la pubblicità. La pubblicità, appunto, a volte fa anche cose buone.
La Grande Sacerdotessa del Soul
Nina Simone l’abbiamo un po’ tutti riscoperta in quel momento. Eppure è stata un’artista importante. Aveva il sogno di diventare una pianista classica, e il pianoforte lo cominciò a studiare a tre anni, nel 1936. Ma il North Carolina degli anni ‘30 non era il posto ideale per coltivare le ambizioni classiche di una ragazza nera, povera. Il suo talento dovette trovare altre strade, quelle classiche, sì, ma per un’artista dalla pelle scura: esibizioni nei club, concerti. La musica dell’anima era anche una musica che serviva al corpo, a sopravvivere in un mondo difficile e ostile.
Nel 1959 col suo primo album “Little Girl Blue” arrivò al successo, e i soldi cominciarono ad arrivare, ma in altre tasche, quelle dei discografici. Nonostante una quantità impressionante di dischi venduti, Nina Simone non ha mai conosciuto la ricchezza.
Chanel N°5, Ridley Scott, 1987 – Boomerissimo.it
Il suo primo contratto discografico, per il disco che conteneva “My Baby”, lo firmò senza un avvocato, una decisione infelice che secondo la Simone le è costata nel corso della carriera oltre un milione di dollari
“Ho inciso 35 album, ne hanno stampati 70 clandestinamente. Tutti si sono presi un pezzo di me”
–Nina Simone
Come molti artisti della sua epoca, si vide sottrarre le royalties da un’industria discografica rapace, che spesso non rispettava nemmeno i contratti capestro che imponeva agli artisti.
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Nonostante questo, o forse proprio per questo, finì nei guai anche con le tasse, che nel 1970 le contestarono l’evasione su soldi che probabilmente non aveva mai incassato, e le sequestrarono la casa.
“Certo che ho premuto il grilletto”
L’arte e la lotta di Nina Simone ne fecero una protagonista della stagione dei diritti civili. Suo è l’inno di quella stagione “Mississipi Goddam”, sua è l’ispirazione che molte cantanti di quella stagione hanno ricevuto, da Roberta Flack ad Aretha Franklin (che dalle vicissitudini di Nina Simone imparò anche a farsi pagare sempre in anticipo, e in contanti, per le sue esibizioni). Alla fine degli anni ‘60, sfinita, Nina Simone decise di lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi in Europa, una decisione che di sicuro non mise fine alla sua lotta, anzi la portò al suo momento più drammatico.
Nina Simone, l’intervista alla BBC – Boomerissimo.it
In Svizzera, aveva sede una casa discografica tra quelle che le avevano reso la vita difficilissima “si erano rubati i miei album e non mi pagavano”.
Nina Simone decise che di cause ne aveva fatte abbastanza, senza mai ottenere i denari a cui aveva diritto.
Entrò nell’ufficio del responsabile finanziario chiedendo “Dove sono i miei soldi?” La risposta fu la solita “Niente soldi, non ti daremo proprio niente”.
“Oh sì che me li darete”
–Nina Simone
Nina tornò a casa, e prese una pistola. Poi si diresse verso il ristorante dove il dirigente stava pranzando, e gli sparò, per ucciderlo. Ma lo mancò.

In un’intervista del 1999, un giornalista della BBC le chiese se aveva davvero premuto il grilletto. “Certo che l’ho fatto, e mi ha fatto sentire meglio”. Le dispiaceva solo una cosa: averlo mancato.
È difficile sapere quale sia stata la casa discografica responsabile di questa piccola divergenza, che poteva finire molto male (e che in ogni caso non finì con il pagamento a Nina Simone, a testimonianza che nel mondo degli affari i soldi valgono più della pelle).
Noi di Boomerissimo abbiamo fatto qualche ricerca, concludendo che difficilmente possono essere state Bethlehem o Colpix Records, le prime e ormai dimenticate etichette degli anni del debutto. Non hanno mai pagato niente, o quasi, ma erano ormai lontane nel tempo e nello spazio.
Molto più probabilmente al centro del giallo, con sparatoria ci sono due giganti come la Philips (poi assorbita da Polygram e oggi Universal) oppure Rca, la grande firma della musica presso cui la Simone credeva di trovare riparo dalle angherie delle piccole etichette di provincia.
Ci incise i suoi dischi più famosi della fine degli anni ‘60 e dei primi anni ‘70. Ma la musica, almeno nel campo delle compensazioni economiche degli artisti, a quanto pare rimase la stessa.
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Nina Simone continuò a girare da un’etichetta all’altra, e alla fine dovette prendere una pistola in pugno. Inutilmente.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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