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Assassinio Lee Morgan

L’assassinio di Lee Morgan: una storia di troppo amore

Lee Morgan era un jazzista pieno di vita, di genio, di stile e di amore. Troppo amore per troppe cose. Gli è costato una pallottola nel petto.

Sono stato tarantolato dal jazz all’età in cui altri hanno scoperto le carte dei Pokemon. Mi frugo in fondo alle tasche da sempre per contare gli spicci che servono ad aggiungere al mio scaffale un altro disco, un altro libro. O, da quando ho cominciato pure a suonare, un altro pacco di ance, un altro bocchino, un altro spartito, un altro sassofono. 

Assassinio Lee Morgan
Lee Morgan e Helen Moore – Boomerissimo.it

Dicono che la tromba sia lo strumento che emette jazz, anche senza volere. I sax sono venuti dopo. Ma a me la tromba non è mai troppo piaciuta, salvo notevoli eccezioni. Una di queste, forse la più vicina ai miei gusti è Lee Morgan. Lee Morgan è il jazz come piace a me, moderno, sostanzioso, energico. Ma tutto sommato semplice, fatto di ingredienti elementari, e tutti buoni. Niente sovracuti irritanti, niente “trombettismi”. Lee Morgan viene dalla scuola di Art Blakey, e si sente.  Con Art Blakey che ti pompa alle spalle non puoi metterti a fare ghirigori che servono a far vedere agli altri trombettisti che sai giocare con la tromba meglio di loro. O a disturbare me, che sopra un certo numero di hertz mi innervosisco. Devi suonare duro, senza fronzoli del cavolo, oppure una locomotiva ti passerà sopra inesorabilmente. Pochi l’hanno saputo fare come Lee Morgan anche se sfortunatamente non per abbastanza tempo. 

All’improvviso, un’esplosione

Io sono grosso e tardivo, lo sono sempre stato in tutto. Mi ci vuole tempo per fare le cose. Per questo mi colpiscono così tanto le biografie di gente come Lee Morgan, uno nato nel 1938 e che 18 anni dopo stava suonando con Dizzy Gillespie. Lee Morgan, un trombettista giovane, della generazione appena successiva a quella di Clifford Brown, che già veniva dopo Dizzy e Fats Navarro. Nel jazz in un certo periodo le cose accadevano velocemente e dalla metà degli anni ‘50 ai primi anni ‘60 il bop che era stato una rivoluzione dieci o quindici anni prima era già superato, da un paio di nuove mode. 

The Sidewinder, una hit che si continua a vendere ancora oggi – Boomerissimo

Lee Morgan, con dietro l’inesorabile stantuffo di Art Blakey e a fianco di Wayne Shorter, un altro giovanissimo di belle speranze, riportò il jazz alla sua sostanza dura, esplosiva, brutale, regalandoci l’hard bop.  Lo faceva con i Messengers di Blakey, lo faceva da solo con album che resteranno per sempre moderni come The Sidewinder. Insegnava come si suona la tromba con il fuoco dentro, era anche un dandy che insegnava come ci si veste. A Herbie Hancock insegnò qual era la macchina giusta da comprare con i proventi del suo primo memorabile successo.  Insegnava tutto a tutti ma non imparò un paio di cose. La prima, e più devastante, era che l’eroina non è una buona compagna di vita per un musicista, anche se purtroppo è stata una compagna abituale di molti.  A metà degli anni ‘60 Morgan non aveva trent’anni ed era, da molti punti di vista, un uomo finito. La carriera si era incagliata, i nuovi dischi non arrivavano.  Il mondo del jazz aveva trovato un altro tossico inaffidabile da cui guardarsi, un altro genio spento dalle sue dipendenze.

Cencioso, pietoso, rinato

Ci sono donne che, incomprensibilmente, da sempre vivono nel mondo del jazz, mosse a pietà da certi rottami, musicalmente fantastici, ma umanamente ormai oltre l’ultimo stadio, quello in cui la gente cambia marciapiede quando ti vede. O viene colta da un attacco di tosse, se gli chiedi quando ci sarà un’altra serata per te. 

Assassinio Lee Morgan
Lee Morgan dopo la rinascita – Boomerissimo.it

Una di queste era Helen Moore, forse meno famosa della baronessa Pannonica De Koenigswarter, ma di indole simile. Anche se, come avrebbero provato le cose, molto meno paziente. Helen aveva un appartamento a New York che serviva come camera di decompressione, pronto soccorso e casa di riposo per una scelta élite di bopper precipitati nelle loro dannazioni e ormai incapaci di vivere in maniera autonoma.

“Era cencioso, faceva pena”
–Helen Moore

Lee Morgan faceva pietà nel 1967, ma a casa di Helen ritrovò lentamente se stesso, la sua capacità di suonare, la sua carriera e infine l’amore. Sotto l’ala di Helen Morgan tornò ad essere pieno di energia, formò una nuova band, componeva di nuovo. I due erano di fatto sposati, anche se non si erano mai dati la pena di celebrare ufficialmente il matrimonio. Ma il mondo del jazz non è così formale, e li conosceva come marito e moglie. 

Troppo amore e una pallottola, nel petto

La carriera di Morgan era di nuovo in vetta. Il suo album “Live at the Lighthouse” era stato accolto con immenso entusiasmo dal pubblico degli appassionati, ed è effettivamente un capolavoro: il punto più alto della sua carriera. Tutti lo volevano di nuovo, era di nuovo una star (quantomeno nel mondo non immenso del jazz). Morgan si vedeva dappertutto, tranne che ormai a fianco di Helen, che cominciò a sospettare che la bulimia emozionale di suo marito stesse tornando a manifestarsi. Cominciò a pensare, con qualche ragione, che ci fosse di mezzo un’altra donna. Helen non era stupida, e benché avesse una certa propensione da crocerossina, non era nemmeno troppo paziente. Non viveva in una dimensione altra, come Pannonica, che collezionava i suoi strani musicisti come altre raccolgono gatti per la strada. Helen Moore era una donna e una nevosa sera di febbraio del 1972 si presentò allo Slug’s Saloon dell’East Village, piano di fan accorsi ad ascoltare il nuovo Lee Morgan Quintet. Il gruppo a cui lei aveva permesso di nascere.  Lee Morgan era in compagnia di Judith Johnson, la sua giovanissima musa. Helen in compagnia di una pistola, chiusa dentro la borsetta. La musica, il frastuono e il rumore dei bicchieri di un tipico club di New York non riuscirono a coprire la violenza e il frastuono dello scontro a tre che seguì: un alterco brutale e selvaggio, a cui il trombettista mise fine scaraventando Helen letteralmente fuori della porta, nella neve. La borsetta cadde sul marciapiede, si aprì. La pistola uscì. Helen la raccolse, rientrò nel club e mentre Lee Morgan stava per salire sul palco per il secondo set, gli sparò un colpo solo, al petto.   Il genio rinato morì così, nel caos assoluto di un club sconvolto da quello sparo. Tra gente che gridava, che fuggiva, ambulanze che arrivavano quando ormai non c’era più niente da fare.  La pazienza della crocerossina si era esaurita definitivamente. La carriera luminosa, brevissima, piena di inciampi di Lee Morgan si chiudeva a 33 anni, prima ancora di quella di un altro involontario “maestro” della vita bruciata, Charlie Parker.

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Helen Moore fu condannata a una pena tutto sommato lieve, per omicidio di secondo grado. Uscì dopo pochi anni in libertà condizionata. Pochi mesi prima di morire, nel 1996, rilasciò una lunga intervista che ricostruiva quella sera, e tutto quello che l’aveva preparata.  Una sera che di vite ne ha distrutte almeno due. 

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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