Cosa c’entrano i Beatles con Bettino Craxi? Una questione di calzature, perché tutti ricordano il leader socialista per gli stivaloni mussoliniani che gli inventò Forattini. Ma gli stivaletti craxiani che hanno segnato un’epoca erano un modello completamente diverso
Molti hanno rinnegato le loro idee politiche di gioventù, e tra questi ci sono anche io. Non so se la maturità porti consiglio o solo imbecillità, fatto sta che molte delle splendide cose che vedevo da ragazzo nel Sol dell’Avvenire e nelle promesse del Socialismo (democratico), oggi mi appaiono decisamente appannate. Sono stato un ragazzo innamorato del socialismo autonomista. Forse per eccesso di eccentricità sentivo il richiamo di Saragat, di Turati e di Rodolfo Mondolfo.

Per una stagione nemmeno troppo breve e nemmeno troppo giovanile della mia vita ho pensato che l’uomo che incarnava queste promesse e queste speranze di progresso fosse Bettino Craxi. Ed è inutile esplodere in risate o enumerare indignati crimini e misfatti del personaggio. Era una cosa che si faceva già allora, e che mi confermava solo nella convinzione che io e Bettino stavamo vedendo giusto. Per questioni abbastanza dolorose che non hanno nulla a che vedere con tutto ciò, e su cui non ho intenzione di diffondermi qui, temo che con la mia testa di oggi, accanto a Bettino non mi ci ritroverei più. Lui direbbe le stesse cose che diceva allora (e che allora mi lasciavano solo moderatamente perplesso). Io adesso straccerei la tessera e me ne andrei. Senza nulla togliere alla simpatia umana (a me sono sempre stati simpatici tipi alquanto strani, un altro era D’Alema) in effetti c’erano cose che di Craxi non mi piacevano troppo nemmeno allora. Non era il decisionismo, nulla c’entravano le presunte aspirazioni dittatoriali che Forattini aveva sintetizzato maleficamente con gli stivaloni mussoliniani del malaugurio. Ma una aveva effettivamente a che fare con le calzature. Craxi aveva un’intera collezione di stivaletti curiosissimi. Negli anni ‘70 / ‘80 si trattava di un capo piuttosto singolare e credo del tutto fuori moda. All’inizio li portava solo Craxi, poi iniziò ad indossarli anche qualche insospettabile. Benché la Milano da Bere, almeno nel mio mondo, sia stata più la città delle Church (o nel mio caso delle Allen Edmonds), e in campo maschile di una certa piega classic-dandy a spalle larghe, quel mondo della politica e della cultura, che teneva di più al low profile, cominciò a essere contaminato dallo stivaletto Chelsea. Praticamente l’unica calzatura che Bettino Craxi indossasse, e di cui possedeva innumerevoli varianti, in pelle marrone scura, nera, oltre che in varie gradazioni e toni di scamosciato, per le occasioni più informali.
Uno stivaletto da Beetle
Com’era nata la passione per un capo così curioso e, per lungo tempo, eccentrico? Per molti della nostra generazione, per non parlare di quelli che un certo mondo l’hanno conosciuto per sentito dire solo dopo, Craxi è stato il centro di un universo piuttosto pacchiano, dalle ambizioni autocelebrative faraoniche: personaggi eccessivi, marmi, piramidi, fotografi e architetti, hanno contribuito ad avvicinare la figura estetica del Segretario al Potere a certi modelli della monumentalità autarchica come Ceausescu o i leader nordocoreani.

Ma c’è stato un lato di Craxi, il ragazzone non ancora al potere, leader di una corrente insignificante del Psi milanese, che solo i suoi amici hanno conosciuto. Il Craxi con la chitarra, delle serate tra amici; il Craxi rivoluzionario, cileno, sessantottino (da Primavera di Praga), il Craxi beat, giovanilistico e rock. È probabile che proprio in questo periodo giovanile, Craxi sia stato affascinato da un tipo di stivale dalle origini piuttosto lontane, ma che era stato rilanciato negli anni ‘60, da un quartetto di Liverpool che oltre che rivoluzionare la musica, rivoluzionò più volte l’estetica di una certa gioventù di cui il giovane Benedetto (detto Bettino) faceva sicuramente parte, seppur con idee tutte sue.
Storia dello stivaletto Chelsea, prima di finire ai piedi di Craxi
A metà degli anni ‘60, oltre ai capelli a caschetto e una sfilza di numeri uno in classifica che forse nessun gruppo musicale al mondo ha mai ripetuto, i Beatles rilanciarono sulla scena del fashion un vecchio arnese della moda vittoriana: i Chelsea Boots.

A metà dell’Ottocento, un’altra stagione carica di rivoluzioni, J. Sparkes-Hall creò una calzatura del tutto nuova, adatta alla Regina che desiderava qualcosa di pratico, che si potesse mettere e togliere senza impazzire con stringature infinite, fibbie o altre diavolerie. Charles Goodyear aveva da poco inventato la gomma vulcanizzata, una nuova tecnologia che si rivelò utilissima per creare uno stivaletto chiuso al centro da una banda elastica. Si può mettere e togliere senza dover slacciare nulla. Il nuovo gambaletto, creato per rendere più pratici e confortevoli i momenti di equitazione della Regina Vittoria, diventò un successo immediato. La “New Sensation” di quello spicchio di epoca ottimista e positivista si realizzava perfettamente in quelle scarpe tecnologiche e avveniristiche. Poi la loro epoca finì, prima che un secolo dopo a riscoprirle fossero i Beatles. Così vecchi da essere completamente nuovi, ancora pratici e geniali come il giorno che erano stati inventati, i Chelsea Boots finirono ai piedi dei quattro, su qualche copertina di disco venduto a milioni di copie, su riviste, manifesti e infine ai piedi del ragazzone con la chitarra, che si dava da fare tra la sua casa di Milano e la Sezione di Sesto San Giovanni, dove ebbe il primo incarico di segretario, e combatté le prime battaglie contro un PCI ancora quadrato e sovietico, precedente ai tormenti di Berlinguer. Nella Stalingrado d’Italia, dove il PCI prendeva percentuali bulgare (un paese che al segretario comunista non avrebbe portato bene). Il ragazzone socialista dal fronte di Sesto San Giovanni non guardava a Mosca ma a occidente, per la precisione a Londra. Non essendo per il resto particolarmente casual o beat, si concesse almeno il paio di scarpe che gridava swingin’ London. No, non erano gli stivaloni del malaugurio che gli mise Forattini. Erano degli stivaletti del tutto diversi. Avevano segnato la metà del XIX secolo, la rivoluzione dei british rock. Segnarono una certa stagione anche qui.
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Poi tutto finì come spesso finiscono le cose in Italia, nel nulla. Tutto tranne i Chelsea Boots, che continuano a godere di un certo successo anche se i più si sono dimenticati perché. Ci abbiamo pensato noi di Boomerissimo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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