The King of Cool sul set di Papillon si comportò come al solito, da primo della classe con il coltello tra i denti
Steve McQueen, noi di Boomerissimo, lo amiamo. Aveva un bel caratterino e anche questo è un fatto. Uno di quelli che devi prendere così, senza tentare di cambiarlo. Ne abbiamo parlato più volte e sempre per lo stesso identico motivo. Era il tipo che non riusciva a stare sul set senza attaccare briga con colleghi e coprotagonisti. Con Yul Brynner, ne I magnifici sette, la guerra fu sul cavallo e sulla pistola. Sfidò Paul Newman pretendendo lo stesso identico cachet e lo stesso identico carattere sul manifesto de L’inferno di cristallo, dopo essersi scelto per primo il ruolo che gli conveniva di più. In mezzo a queste due storie, in un angolo di Giamaica travestito da Guyana Francese, entrò Dustin Hoffman. Destino gramo anche per lui.

Papillon, celebrato film che viene ancora trasmesso di tanto in tanto su canali per persone datate, raccontava l’amicizia tra due carcerati, uno con l’ossessione della fuga e l’altro con quella dei soldi. I due diventarono amici per interesse, Papillon offrì protezione al mingherlino e spaventato falsario in cambio di denaro. Si tennero in vita a vicenda per anni. Il pubblico ha sempre creduto a quella finzione. Sul set, tra un ciak e l’altro, non ci credeva nessuno.
La fila dei nomi che non arrivarono mai sul set
Prima di arrivare a McQueen, Papillon passò attraverso un elenco di occasioni mancate. Il libro di Henri Charrière uscì nel 1969 e divenne uno dei bestseller del decennio. I primi a comprare i diritti furono i produttori Ted Richmond e Robert Dorfmann. Furono anche i primi a tentare di farne un film con Roman Polanski alla regia e Warren Beatty protagonista. Il progetto, però, non decollò mai. Non c’erano soldi, mancavano le condizioni per realizzarlo e il film fu abbandonato prima ancora di iniziare.
Passarono gli anni, i diritti restarono lì. Lorenzo Semple Jr. (autore del Batman televisivo) scrisse una sceneggiatura tratta dal libro. Fu proprio quella versione ad attirare l’attenzione di Steve McQueen, ormai stella di prima grandezza e pessimo carattere. McQueen chiese due milioni di dollari, una cifra da capogiro per il 1972. E li ottenne, ovviamente insieme al nome scritto per primo in cartellone. Un solo divo, però, non era abbastanza per giustificare una produzione che prometteva di costare una fortuna. I produttori pretesero un secondo nome, meno caro di The King of Cool, ma comunque in grado di attirare pubblico in sala. Decisero per Dustin Hoffman, fresco del successo de Il laureato e Un uomo da marciapiede. Il suo cachet fu di un milione e duecentocinquantamila dollari, settecentocinquantamila in meno di McQueen. Nel libro di Charrière e nella sceneggiatura di Semple, il personaggio di Louis Dega, quello che doveva interpretare proprio Hoffman, spariva presto dalla storia. La breve permanenza non giustificava certo un cachet milionario. Arrivò così, a ridosso dell’inizio delle riprese, Dalton Trumbo, per allargare il ruolo di Dega e trasformarlo in un compagno di viaggio per l’intera durata del film. Il regista Franklin J. Schaffner, fresco di Oscar per Patton e già dietro la macchina da presa de Il pianeta delle scimmie era certo che il pubblico, al cinema, per il prezzo di un solo biglietto volesse vedere almeno due star.
McQueen primo, Hoffman secondo (e lo scoprì un po’ troppo tardi)
Hoffman capì in quale ginepraio si era cacciato nel corso del film. Le note di produzione dell’epoca, quelle raccolte anni dopo da Turner Classic Movies, lo descrivevano per un periodo delle riprese arrabbiato e poco collaborativo. Tra un ciak e l’altro, i due attori quasi non si parlavano. Poi, quando la cinepresa girava, tornavano ad essere perfetti professionisti. Era la cortese freddezza di chi sapeva benissimo di essere il secondo nome, contro la supponenza di chi aveva deciso di restare il primo a ogni costo.

McQueen, va detto per onestà, era anche capace i battersi per i meno fortunati, purché non lo oscurassero sul set. Quando la produzione non pagò i dipendenti per tre settimane, mentre i produttori portavano il girato grezzo a Parigi per convincere i finanziatori a sganciare altri soldi, l’attore non fece la primadonna. Si mise davanti a tutti e disse:
“Unless everyone gets paid, I don’t work.”
Steve McQueen, ai produttori di Papillon
Se non pagavano la troupe, lui non girava. I soldi, alla fine, arrivarono. Ed era lo stesso identico uomo che a Hoffman aveva appena fatto pesare tre quarti di milione di dollari di differenza. McQueen era leale con i sottoposti, insopportabile con chiunque gli stesse accanto. Le riprese si svolsero in Spagna per le scene ambientate in Francia e poi soprattutto in Giamaica, che si prestava benissimo a fare da controfigura della Guyana Francese: Falmouth per il bagno penale ricostruito, le paludi vicino a Ferris Cross, gli interni girati a Montego Bay. I seicento figuranti vestiti da detenuti francesi erano, in gran parte, tedeschi emigrati sull’isola come coloni agricoli. Lo stesso Charrière, malato di cancro alla gola, riuscì a raggiungere il set e a riconoscere la sua prigione nei dettagli della scenografia.
Il “consiglio” di McQueen
Il vero scontro arrivò sulle battute. Hoffman, arrivato dal teatro e dall’Actors Studio, si lanciò in una tirata carica di enfasi davanti alla macchina da presa. McQueen lo interruppe davanti a tutta la troupe, senza troppi giri di parole:
“Less, man, less. Toss that shit out, you don’t need it. Keep it simple.”
Steve McQueen a Dustin Hoffman, sul set di Papillon
Non era un consiglio da collega premuroso. Era un attore che correggeva pubblicamente l’altro, davanti a decine di persone che li stavano guardando lavorare. Il regista, Schaffner, disse che Hoffman si caricava a lungo prima delle scene importanti, mentre McQueen si limitava ad andare avanti e a girarle. A Schaffner, alla fine, importava solo il risultato . Ai due attori, sul set, importava moltissimo chi tenesse davvero in pugno la scena.

In questo McQueen diede il suo meglio. La scena della fuga finale, del tuffo in mare, eseguito a Maui, McQueen la eseguì personalmente, senza controfigura. La definì una delle esperienze più esaltanti della sua vita. Tutto questo succedeva su un set movimentato. Tanti furti. Seicento paia di scarpe, macchinari, tavole, trentamila dollari evaporati a fine lavorazione. L’autista di Hoffman investì un pedone, ferendolo. Le minacce di morte arrivarono all’attore, non all’autista. Qualcuno della troupe fece bollire la marijuana locale per i cocktail, il regista si sentì ale.
A riprese concluse, Hoffman usò sempre due registri diversi per raccontare quell’esperienza. In pubblico, parlava di “rivalità amichevole”, e descriveva McQueen come uno degli uomini più simpatici ed eleganti mai conosciuti fuori dal set. Sul lavoro, ammetteva, l’uomo diventava, con eufemismo scelto con cura, “very intense”. In un’altra occasione, più secca, lo chiamò “that son of a bitch”.
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Il film costò oltre tredici milioni di dollari, una cifra folle per l’epoca, coperta in parte da Allied Artists grazie agli incassi di Cabaret. Ne incassò più del doppio nel giro di un anno, superando i cinquanta milioni di dollari nel mondo. Nessuno dei due attori fu nominato all’Academy, l’unico riconoscimento andò alla colonna sonora di Jerry Goldsmith. Non girarono mai più un film insieme. C’era forse del rispetto, ma amicizia o quantomeno cameratismo no.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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