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Sandro Mazzola

Sandro Mazzola, la serpentina che non è mai finita

Tra un cognome troppo grande e un carattere troppo discreto, c’era un calciatore che preferiva il dribbling alla parola. A Budapest, mentre tutti volevano il tiro, lui restò con la palla e fece di testa sua.

Sono mezzo milanista e mezzo ungherese. Per motivi, credo, comprensibili, Sandro Mazzola non è mai stato il mio eroe. Nel grande dualismo con Gianni Rivera, non occorre dire da che parte stavo io. Eppure c’era in Mazzola qualcosa che mi piaceva, una grandezza che aveva qualcosa di modesto. Non era Rivera, non ne aveva nemmeno quella gentile arroganza. Giocava. E delle volte giocava talmente bene da spedire il mio eroe, sempre refrattario ad allenarsi, in tribuna. La sua leggenda comincia con quella che, se avessi avuto l’età della ragione, sarebbe stato una ferita, e che certamente lo fu per mio padre, che queste prodezze le vedeva alla radio, sporto pericolosamente da un balcone, con l’antenna tirata allo spasimo, per captare le deboli onde che arrivavano da Budapest.

Sandro Mazzola
Sandro Mazzola – Boomerissimo.it®

Il Népstadion

L’8 dicembre 1966, al Népstadion di Budapest, la palla arriva come una sciabolata a Sandro Mazzola da Gianfranco Bedin. È il ritorno degli ottavi di Coppa dei Campioni, Vasas-Inter. L’andata a San Siro è finita 2-1. In Ungheria fa il freddo che può fare in Ungheria quando si fa sul serio. Un freddo che si sente anche attraverso il vetro del televisore. Mazzola riceve, parte. Supera un difensore, poi un altro. Il portiere Varga esce. Mazzola lo scarta. Mészöly rientra di corsa dalla linea. Mazzola lo mette a sedere e continua. Dalle tribune, e dalle case italiane davanti ai televisori Atlantic in bianco e nero, si sente gridare in italiano: “Tira! Tira!”. Lui non tira. Tocca ancora. Mio padre probabilmente bestemmia. Intanto Mazzola controlla. Riparte. Quando finalmente decide di chiudere, lo fa con un tocco mancino che rotola inesorabilmente in rete. Sono passati secondi infiniti, che nessuno ha contato. L’Inter è avanti. Segnerà ancora al 66’. Finirà 0-2. L’Italia, davanti alla televisione, ha visto uno di quei momenti che decenni dopo saranno di Maradona. Uno di quei capolavori del calcio che non si possono più dimenticare, anche se li hai visti alla radio.

Sandro Mazzola
Con Ferenc Puskás – Boomerissimo.it®

Quel gol, secondo l’UEFA, è tuttora uno tra i più belli della storia della Coppa dei Campioni. Mazzola, a ottant’anni, dirà che era il suo preferito. Non per il risultato. Per il tempo infinito che ha passato con il pallone tra i piedi, mentre tutti gli dicevano di passare,  di lasciare a qualcun altro la responsabilità. Ha fatto di testa sua, un lunghissimo lampo di gloria, uno dei pochi che hanno davvero illuminato la carriera di Sandro Mazzola, come forse avrebbe meritato. Era ancora una giovane promessa, a ventiquattro anni. Già da tre stagioni era titolare nella Grande Inter di Helenio Herrera. Il “mago” si era inventato un sistema tutto suo, fatto per chiudere e ripartire. Mazzola doveva essere il terminale: magro, veloce, con la tecnica in corsa che gli permetteva di saltare l’uomo senza fermarsi. Herrera lo aveva spostato più avanti rispetto al centrocampo dove era nato, e dove avrebbe coltivato il dualismo con Rivera. Il risultato era una lama verticale che bucava le difese chiuse. Il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, in finale contro il Real Madrid di Di Stéfano e Puskás, Mazzola aveva già segnato due dei tre gol del 3-1. Aveva ventuno anni. All’ingresso in campo si era fermato a guardare Di Stéfano. Suárez l’aveva dovuto richiamare: “Resti a guardare o vieni a giocare?”. Non si sentiva tagliato nella stoffa dei giganti. Dopo i gol era andato a chiedere la maglia a Di Stéfano. Si era trovato Puskás davanti. “Sei degno di tuo padre. Io ci ho giocato contro.” Non era la prima volta che qualcuno glielo diceva. Quando era bambino, al Filadelfia, a volte entrava in campo per mano con Valentino e i tifosi del Torino facevano il boato. Bacigalupo, il portiere, durante gli allenamenti gli faceva passare i rigori apposta. Sandro faceva il giro del campo esultando come se avesse segnato in campionato.

Il cognome, la staffetta e i sei minuti

Valentino Mazzola, il grande Mazzola. Secondo molti, il vero Mazzola era morto il 4 maggio 1949, a Superga, insieme a quasi tutto il Grande Torino. Sandro aveva sei anni. Viveva con il padre e la sua nuova compagna a Torino. La compagna lo aveva portato via, in un mulino, il giorno della tragedia. Nessuno gli disse subito che il padre era morto. Lo scoprì origliando i sussurri della madre, nascosto sotto un tavolo, mentre lei faceva finta di raccontare una partita alla radio. Era tornato con sua madre a Cassano d’Adda. In Brianza, in una zona dove i contrabbandieri di sigarette nascondevano la merce nei tombini.

Sandro Mazzola
Mazzola e Rivera, la staffetta – Boomerissimo.it®

Le auto si fermavano al semaforo, facevano un segno, e i bambini tiravano fuori le stecche. A volte le rubavano per rivenderle agli stessi contrabbandieri e comprare un pallone da cinquecento lire. A sedici anni, lui e il fratello Ferruccio si erano resi conto del peso del cognome. “Sembri Mazzola” era un complimento che gli altri si facevano tra loro. Per loro era un confronto continuo. Nelle giovanili dell’Inter qualcuno aveva detto che era entrato soltanto per il nome. Benito Lorenzi lo proteggeva. Giuseppe Meazza lo allenava a Rogoredo e gli insegnava a non urlare ai compagni: “Se ti becco un’altra volta, non giochi più.” Il 10 giugno 1961, a diciotto anni, aveva debuttato in Serie A in una Juventus-Inter finita 9-1. Una debacle voluta dal presidente Moratti aveva mandato la Primavera per protesta contro la Figc. Un suicidio annunciato, di cui il giovane Sandro era stato costretto a essere parte. La mattina Mazzola aveva tre interrogazioni a ragioneria. La madre non voleva che partisse. I compagni avevano convinto il preside. In campo, primo tempo sbagliato, secondo tempo il rigore. Boniperti era andato a salutarlo: “Ho giocato con tuo padre. Era il più forte di tutti.” Una delle tante volte che avrebbe sentito questo commento. Herrera, all’inizio, lo considerava troppo esile. Poi aveva cambiato idea e lo aveva spostato avanti:  ne aveva fatto la punta del sistema.

Sandro Mazzola
Di Stefano – Boomerissimo.it®

Il 24 febbraio 1963, al suo primo derby, segnò dopo tredici secondi. Ancora oggi è il gol più veloce della storia della stracittadina. Uno dei non pochi record di Sandro Mazzola. L’azione era stata un triangolo velocissimo: Di Giacomo tocca per Mazzola, che appoggia a Suárez, lo scarico per Corso, il lancio avanti, di nuovo Suárez che chiude e Mazzola in area che salta Trapattoni e batte Ghezzi con un destro secco. La partita era finita 1-1 con il pareggio di Sani. Quella stagione l’Inter avrebbe vinto lo scudetto. Poi sarebbero arrivati gli altri tre, le due Coppe dei Campioni, le due Intercontinentali. Capocannoniere di Serie A nel 1964-65 con diciassette gol. Capocannoniere della Coppa dei Campioni 1963-64 con sette. Unico italiano ad aver segnato in due finali europee (Vienna 1964 e Lisbona 1967, persa 2-1 contro il Celtic dopo il rigore del vantaggio). Nel 1971, secondo al Pallone d’Oro, dietro a Johan Cruyff (57 punti contro 116) e davanti a George Best. Con la Nazionale: settanta presenze, ventidue gol, esordio a vent’anni contro il Brasile di Pelé con un rigore trasformato, campione d’Europa nel 1968 (nella squadra ideale del torneo), finalista mondiale nel 1970. Nel campionato 1970-71 aveva partecipato alla rimonta che aveva portato l’Inter allo scudetto dopo un avvio difficile. Aveva calcolato le giornate rimaste con Facchetti sull’aereo. Aveva anche fatto irruzione nello spogliatoio dell’arbitro in una partita contro il Napoli, non per chiedere favori ma per protestare contro una direzione che riteneva sbagliata. La partita era finita 2-1.

Azzurro spento

In azzurro la luce si era accesa meno. Il dualismo con Gianni Rivera è un grande classico, una questione nazionale che alla fine hanno pagato cara tutti e due. Due stili diversi: Rivera più regista, geometrico, da copertina e da Pallone d’Oro (vinto nel 1969); Mazzola più verticale, con gli scatti e le serpentine. Erano amici. Avevano fondato insieme l’Assocalciatori nel 1968. Si stimavano. Pelé aveva detto che gli italiani erano strani a non farli giocare insieme. Difficile pensare che avesse torto. Ma gli italiani a volte sono effettivamente strani. Ai Mondiali del Messico 1970, Valcareggi aveva imposto la staffetta. Mazzola di solito il primo tempo, Rivera il secondo. In semifinale contro la Germania aveva giocato il primo tempo della partita del secolo, finita 4-3 dopo i tempi supplementari. In finale contro il Brasile, Rivera era entrato solo negli ultimi sei minuti. Mazzola avrebbe detto, anni dopo, che non l’aveva mai capito. Rivera lo stesso. “Una cosa che poteva succedere solo in Italia.” In quel contesto Mazzola era diventato spesso “l’altro”: quello solido che faceva il lavoro e lo strappo, mentre Rivera sorrideva, trotterellava e si prendeva i flash dei fotografi. Gianni Brera non gliel’avrebbe perdonato. Persino nella Grande Inter il sistema di Herrera era riuscito a metterlo in ombra. Mazzola era il terminale ideale del contropiede, ma raramente l’unico protagonista assoluto. Se ce n’era uno, era il “Mago”. Mazzola incideva forte sul campo. Ma nella vita era schivo. Voce non alta. Dopo il ritiro, ultima partita il 3 luglio 1977 in finale di Coppa Italia contro il Milan, aveva provato a fare il dirigente all’Inter, e nessuno dovrebbe dimenticare il suo ruolo nell’arrivo di Ronaldo. Ma il ruolo di dirigente, in una giungla di coltelli come l’Inter di quel tempo, non faceva per lui. Aveva provato come commentatore in Rai, ma non aveva la stessa autorevolezza che aveva mostrato sul campo. Non era un uomo di chiacchiere, ma di serpentine.

La sua grandezza è stata assoluta. Velocità, tecnica in corsa, dribbling essenziale, senso del gol, lavoro. Tutti l’avevano capita. Poi era tornato nell’ombra di un cognome, e di un carattere che non era fatto per i riflettori. La maglia che Puskás gli aveva dato a Vienna, quella sera del 1964, è rimasta da qualche parte. Non risulta tra i cimeli della sua collezione. Non era quella di Di Stéfano, un gigante che Mazzola adorava. Una maglia che aveva chiesto e non aveva avuto. Quella di Puskas, era “solo” quella di un altro che aveva giocato contro suo padre e gli aveva detto che era quasi bravo come lui. Non so se questa cosa per Sandro Mazzola fosse un problema. So che quella maglia, la maglia di un eroe del calcio, non meno di Di Stefano, Mazzola figlio non l’ha mai mostrata in televisione.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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