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Milanese Giallo capitolo 1

Il rullino sparito | Milanese Giallo (1)

Il giallo a puntate di Boomerissimo. Milano, 1975. Ricky Rota ha lasciato i fotoromanzi per una trattoria. Un vecchio amico gli chiede di far sparire un rullino prima della polizia. Poi i morti gli arrivano addosso, e il commissario Caputo non lo lascia in pace.

L’appartamento era vuoto. Ricky era fermo al centro della stanza. Le mani in tasca. La luce del pomeriggio entrava da una finestra senza tende, tagliando il pavimento in due parti: una grigia, una più scura. Il divano era rovesciato. I cuscini strappati. La moquette marrone mostrava macchie che qualcuno aveva provato a pulire con candeggina. L’odore di disinfettante copriva qualcos’altro. Qualcosa di dolciastro. Pesante.

Milanese Giallo capitolo 1
Ricky Rota e il rullino scomparso – Boomerissimo.it®

La porta non era stata forzata. L’aveva aperta con uno spadino — una vecchia limetta per unghie che portava nel portafoglio per ogni evenienza. La serratura Viro aveva ceduto al secondo tentativo. Quasi troppo facile. Il corpo non c’era più. L’avevano portato via da due giorni. Morte accidentale, avevano scritto. Infarto. Cose che possono capitare, all’età del Gaucho. O a qualunque altra. Ricky andò in cucina. Pochi passi. L’appartamento era un monolocale con mobili raccogliticci buttati lì alla bell’e meglio: il divano, un tavolo di formica con una sedia sola, un comodino con una sveglia ferma alle 3:17, un armadio a due ante. Niente mensole. Niente quadri. Niente libri. Niente che dicesse chi fosse stato, davvero, l’uomo che ci aveva vissuto. Aprì i cassetti della cucina. Due piatti. Una pentola. Posate per una persona. Un barattolo di caffè vuoto. Un pacchetto di crackers che aveva l’aria di essere lì da un lustro. Il frigorifero ronzava piano. Lo aprì. Una bottiglia di latte inacidito. Mezza cipolla avvolta nella stagnola. Nient’altro. Il rullino non c’era. Richiuse il frigo e guardò il muro. La carta da parati era di un beige slavato, con un motivo floreale che si ripeteva ogni trenta centimetri. In un punto, all’altezza delle spalle, c’era un segno più scuro. Come se qualcuno ci appoggiasse la testa. L’unica cosa personale in tutta la casa era quel segno lasciato per abitudine, non per scelta. Aprì l’armadio. Tre camicie appese. Un paio di pantaloni grigi. Nella tasca della giacca trovò un pacchetto di caramelle. In quella dei pantaloni, uno scontrino della Stazione Centrale. Un caffè. 150 lire. Due giorni prima. Nient’altro.

Milanese Giallo capitolo 1
La stazione, il Philco, il Buondì, la Gina – Boomerissimo.it®

Si sedette sulla sedia che scricchiolò. Le molle del sedile non erano in forma. Guardò il divano rovesciato, i cuscini aperti come ferite, le macchie che la candeggina non aveva tolto. L’odore entrava nel naso e ci rimaneva. Tre giorni. Solo tre giorni, e adesso era seduto in un appartamento dove un uomo era morto, a cercare un rullino che non aveva mai visto, per un favore che non aveva mai voluto fare. Tre giorni prima, si era svegliato alle sette e dieci. La luce entrava dalle persiane. Sentiva il rumore dei tram in via Pepe. Qualcuno parlava forte in strada. Dialetto milanese. Parole smozzicate. Si alzò. La coperta buttata da un lato. Dalla parte di Luisa, il cuscino mostrava ancora il suo passaggio. Non faceva mai rumore quando usciva. Si vestiva al buio, apriva la porta senza farla cigolare, la richiudeva con un click quasi impercettibile. Andò in bagno. Si lavò i denti. Le pantofole di Luisa erano sotto il lavandino. Ciabatte di spugna rosa, consumate sul tallone. Le guardò. Non gli davano fastidio. Niente caffè. Non aveva voglia di trafficare con la moka. Si vestì: pantaloni scuri, camicia scura. La giacca la prese dall’attaccapanni dietro la porta. Pesante. La stessa da tre stagioni. Scese le scale. L’ascensore era rotto da maggio, nessuno sembrava aver voglia di ripararlo. Al secondo piano incrociò la signora Colombo, che portava fuori il cane. Un bastardino bianco e grigio che abbaiava sempre. Oggi stava zitto. La signora gli disse buongiorno. Ricky rispose con un cenno della testa, giusto perché siamo persone civili. Fuori c’era quella luce bianca che Milano ha a novembre. Non pioggia. Non sole. Una specie di attesa. Entrò al Bar Carillon. Il padrone, Ernesto, stava dietro il banco con una sigaretta in bocca. Ex pugile. Sessant’anni. Alto, spalle larghe. Le mani ancora capaci di fare male.

«Il solito?» «Sì.»

Il cappuccino era cattivo nel modo giusto. Troppa schiuma, caffè bollito, niente zucchero. Lo beveva così da anni. Ernesto non aveva brioche calde. Sul banco c’era un cestino con i Buondì ancora nel cellophane. Ricky preferí evitare. Pagò. Centocinquanta lire. Uscì. Camminò verso la trattoria. Via Pepe, poi via Borsieri, poi dritto verso la stazione. Venticinque minuti a piedi. Passò davanti al mercato di Piazzale Lagosta. I banchi stavano aprendo. Un uomo scaricava cassette di verdura da un furgone. Una donna già contrattava per delle arance. La fermata del tram era piena. La sua strada era sempre la stessa. La conosceva a memoria. Ogni buca nel marciapiede. Ogni saracinesca chiusa. Ogni insegna mezza rotta.L’Isola finiva ai binari di Porta Garibaldi. Poi bisognava scendere verso Centrale. Via Sammartini era una via grigia di servizio, parallela ai binari della stazione. Nessuno ci passava per caso. Stampatori, elettricisti, piccoli uffici. E la sua trattoria.

Milanese Giallo capitolo 1
Trattoria Rota – Boomerissimo.it®

L’insegna diceva solo TRATTORIA ROTA. Lettere nere su fondo bianco. Nient’altro. La saracinesca era ancora mezza abbassata. La alzò. Entrò. L’odore era sempre lo stesso, familiare: fumo, cera per pavimenti, un fondo di fritto. Le luci al neon scaldarono lentamente. Il ronzio. Il bancone. I tavoli con i piani di formica beige. Le sedie di metallo con i sedili color vinaccia. Il televisore Philco nero nell’angolo, spento. Accese la macchina del caffè. Accese il televisore a volume basso. Aprì il frigo e controllò che tutto fosse a posto. Il cuoco sarebbe arrivato alle dieci. Il cameriere alle nove e mezza. Il telefono squillò. Ricky guardò l’apparecchio sul bancone. Tre squilli. Non aveva ancora acceso tutte le luci. Il neon sopra il banco tremolava. Sollevò la cornetta. «Trattoria Rota.» «Ricky.» La voce di Lillo. La riconobbe subito. Erano passati mesi dall’ultima volta. «Devo parlarti.» Ricky si appoggiò al bancone. Con la mano libera prese un accendino dal portacenere. Non fumava molto. Lo faceva solo quando qualcuno lo metteva a disagio. E Lillo aveva questa abilità. «Parla.» «Non al telefono.» «Allora non parlare.» Una pausa. Lillo respirò. Si sentiva il rumore di un ufficio sullo sfondo. Macchine da scrivere. Telefoni lontani. La pausa durò tre secondi. «El Gaucho è morto.» Ricky non disse niente. L’accendino gli scivolò tra le dita. Lo rimise nel portacenere. «L’hanno trovato due giorni fa,» disse Lillo. «Nel suo appartamento. Un coccolone. Così dicono.» «Dov’è il problema?» «C’è un rullino. Non sviluppato. L’aveva con sé. O forse l’aveva dato a qualcuno. Non si sa. Quello che si sa è che non deve finire alla polizia.» Ricky si sedette sullo sgabello dietro il bancone. La luce del neon gli faceva male agli occhi. Si strofinò la fronte con due dita. «Non mi interessa.» «Lo so. Ma devi farlo lo stesso.» «Perché?» «Perché te lo chiedo io.» Ricky guardò il televisore. Il suo riflesso sullo schermo. Le spalle un po’ curve. I capelli scuri, lunghi sul collo. Quarantaquattro anni. La faccia di uno che aveva smesso di sorridere per mestiere almeno dieci anni prima. «Non faccio più queste cose, Lillo.» «Non ti sto chiedendo di fare niente di illegale. Solo di trovare un rullino prima che altri lo trovino. Non c’entra niente con la sua morte. Sono solo foto. Foto che creerebbero problemi inutili a persone che non c’entrano.» «Che foto?» «Niente di criminale. Non importa. Importa che spariscano.» Ricky prese una sigaretta dal pacchetto che teneva sotto il banco. L’accese. Aspirò. Il fumo sapeva di niente.

Milanese Giallo capitolo 1
Ls strana morte di El Gaucho – Milanese Giallo Capitolo 1

«Dov’è?» «Non lo so. So che l’aveva El Gaucho. So che forse l’aveva dato a qualcuno. Il resto devi scoprirlo tu.» «Perché io?» «Perché conosci le persone giuste. Perché sai come muoverti. Perché sei l’unico di cui mi fido.» L’ultima frase gli diede fastidio. Lillo non si fidava di nessuno. Mai. Lavoravano insieme ai tempi di Red Diamond. Lillo era un fotografo, poi art director. Aveva talento, ma aveva il vuoto dentro. Quello che ti fa scalare le aziende, aprire la tua agenzia, prendere clienti come Pasta Cirillo e Amaro Torino. Arrivare in alto. Dimenticare da dove vieni. Ricky invece era andato di lato. Aveva preso la trattoria. Aveva smesso di rispondere al telefono. Aveva costruito una vita dove nessuno gli chiedeva niente. Fino a quel momento. «Non posso,» disse Ricky. «Mi devi un favore. Anzi, me ne devi più di uno. E lo sai.» Ricky spense la sigaretta. Il portacenere era già mezzo pieno di cenere del giorno prima. «Dammi un giorno.» «Non ho un giorno. Vai oggi.» «Dove?» «L’appartamento di El Gaucho è ancora sigillato. La polizia ha già ripulito. Non troverai niente lì. Ma c’era una ragazza. Si vedevano qualche volta. Una veneziana. Lavorava dalle parti di Porta Venezia. Chiedi in giro. Qualcuno la conosce.» «Nome?» «Te lo dico quando lo trovo. Per ora vai.» Ricky rimase con la cornetta in mano. Il ronzio del telefono vuoto. Riattaccó. Si diresse alla finestra e guardò fuori. Un tram passava in fondo alla via. Un uomo spingeva un carrello con delle scatole. Due piccioni beccavano qualcosa sul marciapiede. La giornata era cominciata da mezz’ora. Aprì la porta sul retro. Attraversò la piccola stanza che usava come ufficio. Una scrivania di metallo, una sedia girevole, un classificatore. Aprì il terzo cassetto e prese la pistola. La Beretta 70. La Gina. Anche quella l’aveva presa per un’idea di Lillo, tanto tempo fa. La teneva perché in una trattoria di Milano non si sa mai. Non l’aveva mai usata. Ma era lì. La controllò. Carica. La rimise nel cassetto. Non si sa mai. Finito il servizio, aveva passeggiato verso Porta Venezia. Aveva parlato con qualcuno, nessuno conosceva questa veneziana. Cosa doveva aspettarsi da una pista senza nome per cercare qualcosa che non si sa cos’è, non si sa perché è sparito, non si capisce perché va cercato? Era l’ultimo favore che restituiva a Lillo, questo era sicuro. Ma lui era uno insistente. Il giorno dopo aveva chiamato di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. Ricky non rispondeva. Lasciava squillare il telefono della trattoria. Il cameriere alzava gli occhi. Il cuoco spegneva il fuoco. Niente. Solo squilli. Poi il silenzio. Alla quinta chiamata, alzò la cornetta. Disse: «Non ho trovato niente.» Lillo non si scompose. «Cerca meglio.»


E così, adesso era nell’appartamento di El Gaucho. Il monolocale. I mobili spaiati. La sveglia ferma alle 3:17. L’odore di disinfettante e morte, che a quel punto della giornata si erano ormai mescolati. Aveva cercato dappertutto. I cassetti. I barattoli della cucina. Il frigo. L’armadio. Sotto il divano. Dietro il comodino. Dentro la sveglia. Niente. Il rullino non c’era. Si guardò intorno. Il divano rovesciato con la fodera strappata. Qualcuno aveva già cercato. La polizia? Forse. O forse qualcun altro. Si avvicinò al balcone. La portafinestra era chiusa. L’aprì. Uscì. Il balcone era stretto. Due metri per uno. La ringhiera era bassa. Sotto, il cortile interno del palazzo. Cemento. Bidoni della spazzatura. Una bicicletta arrugginita. Ricky guardò giù. Tre piani. Nemmeno abbastanza per ammazzarsi, o ammazzare qualcuno. Ma non era quello che cercava. El Gaucho era morto di infarto. Stecchito. Dicono. Le parole di Lillo gli tornarono in testa. Un coccolone. Così dicevano. Il corpo trovato sul pavimento, la faccia blu, il cuore fermo da ore. Nessuno aveva toccato niente fino all’arrivo della polizia. Morte naturale. Un uomo solo, sessant’anni, il cuore che smette di battere. Ricky guardò ancora il cortile. Cemento. Spazzatura. Bicicletta arrugginita. Ricky non credeva a quella versione. Anzi, ci credeva così poco che quasi non gliene importava. Il morto era un estraneo. Il rullino era una scocciatura. Lillo era un debito. Rientrò. Chiuse la portafinestra. Si fermò al centro della stanza. La luce stava cambiando. Fuori stava calando la sera. I colori diventavano più spenti. L’ombra sul pavimento si era allungata. Prese di nuovo il pacchetto di crackers. Lo guardò meglio. Dentro c’erano delle briciole. Sotto i crackers, un biglietto. Un foglio strappato. Scritto a penna. Una calligrafia piccola, inclinata. L’indirizzo di un bar in via Padova. E un nome: Pervinca. Mise il biglietto in tasca. Uscì dall’appartamento. Richiuse la porta. Scese le scale. Il palazzo era silenzioso. Nessuno lo vide. In strada, il semaforo lampeggiava giallo. Passò un tram vuoto. Le luci dei negozi si accendevano. L’aria era più fredda. Si mise le mani in tasca e camminò verso la fermata. Dietro di lui, l’appartamento vuoto continuò a puzzare di disinfettante e di morte. La sveglia segnava ancora le 3:17. La moquette beige mostrava le macchie che nessuno aveva pulito davvero. E il rullino non c’era. La città si accendeva intorno a lui. Milano. Novembre 1975. Le strade bagnate. Le luci dei lampioni. La gente che tornava a casa. E un uomo di quarantaquattro anni con una pistola che non aveva mai usato nel cassetto della trattoria. Pervinca. Era il secondo nome, nella classifica di quelli che non avrebbe mai più voluto leggere.


Milanese Giallo capitolo 1
“Milanese Giallo”, la copertina – Boomerissimo.it®

Milano, 1975. Ricky Rota ha lasciato i fotoromanzi e la pornografia su carta per una trattoria in via Sammartini, a due passi dalla Stazione Centrale. Formica, neon, ferrovieri, un risotto al giorno. Una vita che si è scelto perché nessuno gli dicesse cosa fare. Poi squilla il telefono. Un vecchio amico, troppo in alto per sporcarsi le mani, gli chiede un favore. C’è un rullino da far sparire prima che lo trovi la polizia. Non è un crimine, dice. Solo problemi. Ricky dice no. Poi dice sì. Da quel momento i morti cominciano ad arrivargli addosso. Un monolocale vuoto a Porta Venezia. Una direttrice che non paga e non spiega. Un editore che deve parlargli, ma non al telefono e non a casa. E il commissario Caputo, che lo conosce dai tempi della buoncostume e non ha intenzione di lasciarlo in pace.

Ricky non vuole tornare in quel mondo. Il mondo, però, è già alla porta della trattoria. Un giallo grigio e secco, senza redenzione. Un occhio a Scerbanenco, l’altro al riso nella pentola.


Questo è un’opera di fiction. Nomi, personaggi, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o usati in modo fittizio. Qualunque somiglianza con persone reali, vive o morte, o con fatti realmente accaduti è puramente casuale. Milano del 1975 fa da sfondo; la storia e i personaggi sono inventati.

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