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Marina Lotar e il cavallo

Marina Lotar e il cavallo: retroscena di uno scandalo

L’ex moglie di un giornalista Rai, un cavallo chiamato Principe, un porno italiano di settantuno minuti. Per decenni se n’è parlato come se tutti l’avessero visto. Quasi nessuno ha guardato il resto.
Marina Frajese, Marina Hedman, Marina Lotar. Comunque vogliamo chiamarla, c’è una donna che ha lasciato un’impressione indelebile nella mente di una generazione che l’ha vista all’opera e in quelle immediatamente successive. Se chiedete a noi di Boomerissimo, che abbiamo ormai una certa autorità nel campo di un certo tipo di vintage, non c’è nessun dubbio sul fatto che sia lei la superstar delle superstar, anche molto più di dive più note, celebrate, talvolta sfortunate, che restano nell’immaginario nazionalpopolare e nei titoli della stampa non specializzata.

Marina Lotar e il cavallo
Marina Lotar e il cavallo – Boomerissimo.it®

Di Marina Lotar abbiamo raccontato in questo articolo che resta saldamente, sempre, tra i più letti di Boomerissimo. È un articolo che accenna appena, però, a ciò che rende Marina Lotar un nome noto anche ai meno informati (ammesso che lo siano davvero). La famosa scena scandalosa, anzi un intero film con un cavallo. Una cosa che, solo a nominarla oggi, rischierebbe di spalancarti le porte della galera. Se non altro per crudeltà sugli animali.

Marina e la sua bestia

Un titolo che, nel folklore del primo porno italiano, funziona come una leggenda metropolitana. Marina e la sua bestia. L’anno è il 1984, il minutaggio classico per il suo tempo: settantuno minuti. La regia è di Arduino Sacco per la Lucky Book, e per decenni è stato citato come “il film del cavallo”. Chi lo ha visto davvero, o almeno chi lo ha guardato con attenzione, sa che la fama è più grande della scena. Chi non lo ha visto continua a favoleggiare di Marina Lotar e del suo stallone di nome Principe, e di un atto zoofilo davanti alla macchina da presa. L’ultimo tabù. Il punto più basso, più estremo, di un’industria che in pochi anni era passata dalle suore di Joe D’Amato alle videocassette da edicola. 

Marina Lotar (già Frajese)
Paolo Frajese, il primo marito – Boomerissimo.it®

La trama, per quello che conta, è un gioco di scatole cinesi. Marina, già star dei film per adulti, annuncia che vuole ritirarsi. Prima, però, pretende un ultimo lungometraggio. Lo racconta allo sceneggiatore Giuliano e alla segretaria Cecilia. Mentre parla, immagina le sequenze: in una esegue una fellatio allo stallone Principe; in un’altra Cecilia viene rapita. Poi arriva un camioncino e il cast si sistema per un’orgia. Fine della storia. Il trucco è piuttosto geniale, ed è una fusione tra letteratura erotica e cinematografia, tra immaginazione e messa in scena. Marina Hedman Bellis, nata a Göteborg il 29 settembre 1944, nota in Italia prima come Marina Frajese e poi, dopo la causa civile intentata dall’ex marito Paolo Frajese, come Marina Lotar, non interpreta un personaggio. Interpreta se stessa che sta per lasciare il mestiere e vuole chiudere con un gesto impossibile. Arduino Sacco, da Ancona, nato il 6 maggio 1950, è il regista d’esperienza chiamato a realizzare la storia che resterà leggendaria. È l’autore di una buona parte della produzione dell’epoca, con una batteria di pseudonimi come Dudy Steel, Ondy Steel e Hard Sacc: macchina a spalla, montaggio nervoso, dialoghi tronfi, un gusto per il meta-cinema che tornerà in Marina e il suo cinema. Non è Joe D’Amato. Non è Luca Damiano. Non ama il patinato. È un ramo, più artigianale e più ruspante, dello stesso albero. Un ramo dal grande futuro. Il libro di Franco Grattarola e Andrea Napoli, Luce rossa (Iacobelli, 2014), colloca il film immortale di Marina Lotar con precisione storica, nella fase in cui il quinquennio d’oro delle sale a luci rosse (1979-1984) sta già cedendo il passo alle VHS. I cinema, ancora giovani, chiudono. Le cassette devono vendere da sole, sullo scaffale, con un titolo che basti. Marina e la sua bestia, anche Morbida… Marina e la sua bestia o Una donna un cavallo, è fatto per quello scaffale.

Legno.

Wikipedia italiana, IAFD e le schede di settore dicono la stessa cosa, con parole diverse: la scena in cui Marina esegue una fellatio al cavallo è simulata. Il pene è una protesi in legno. Non gomma, non lattice: legno. L’Internet Adult Film Database, a proposito di un altro titolo della stessa costellazione, Perdizione (1986, anche Marina’s Animals, regia di Luigi Grosso come Bill Lewis), annota che l’atto con il cavallo è palesemente simulato. Un utente di IMDb, a proposito proprio di Marina e la sua bestia, scrive che quella “silly gum cock” non poteva ingannare nessuno che guardasse con un minimo di attenzione.

Marina Lotar (già Frajese)
L’erotismo naturale di Marina Lotar – Boomerissimo.it®

È un dettaglio che cambia tutto e non cambia niente. Cambia tutto perché toglie al film il crimine che gli è stato attribuito per quarant’anni: non c’è un animale costretto a un atto sessuale (attenzione, perché il grande crimine che macchierebbe chi volesse ripetere una produzione del genere è proprio questo, la “crudeltà sugli animali”). Marina stessa, in dichiarazioni dell’epoca riprese anche da chi ha raccontato la sua biografia, difese la scena come finzione e sostenne che non c’era stato maltrattamento. Non cambia niente perché il mercato non comprava la realtà: comprava il titolo. Lo stallone si chiama Principe. Il nome basta. Chi affittava la cassetta in un negozio di provincia nel 1985 non andava a verificare la consistenza del legno. Si accontentava, chiamiamolo così, del sogno.

I precedenti

Il precedente c’è, e non è italiano. Nel 1975 Walerian Borowczyk gira La Bestia: cavalli che si accoppiano per davvero, inquadrature lunghe, un film d’autore che il circuito europeo tratta come scandalo colto. Quei fotogrammi, scrive Nocturno in un saggio sulla zoofilia sullo schermo, «il cinema italiano trafugò e ripropose in qualsiasi contesto». L’anno dopo, in Italia, arriva Bestialità di Peter Skerl: una scena con un dobermann, anch’essa simulata. L’attrice Franca Stoppi viene condannata da un giudice romano per atti immorali. Si può alludere, si può copiare, si può vendere il tabù. Ma fare sul serio è un altro mestiere, e un altro reato. Sacco e i suoi colleghi scelgono la via più saggia, quella di mezzo. Mostrano abbastanza da far credere, non abbastanza da finire in tribunale per l’animale. Il risultato è un oggetto piuttosto assurdo: un film hard che delude chi cerca l’estremo vero e affascina, a distanza di decenni, chi cerca il meccanismo.

La fabbrica delle bestie

Marina e la sua bestia è un successo immediato e non resta solo. Nel 1985 arriva il seguito, Marina e la sua bestia n. 2, noto anche come L’orgia dell’amore. Wikipedia lo attribuisce a Renato Polselli; altre schede lo legano ancora a Sacco. Polselli, negli extra del DVD NoShame de L’amante del vampiro (2004), racconta di aver girato «un» Marina e la sua bestia. La trama che descrive, però, è un’altra: è quella del seguito, che peraltro è in parte un riciclo di scene preesistenti. La confusione sui crediti è tipica di quel cinema: stessi corpi, minestroni in montaggio, titoli che si moltiplicano a partire dallo stesso materiale, per saturare il catalogo. Nello stesso giro di mesi e anni escono Marina il cavallo e lo stallone, La bionda e la bestia, L’amore e la bestia, Un desiderio bestiale, Ramba sfida la bestia, Belve del sesso. Perdizione / Marina’s Animals ripete il numero del cavallo, di nuovo finto. IAFD segnala, in Marina una bestia in calore (1987), scene con cane, asino e cigno: anche lì i falli sono finti.

La scena del cavallo di Marina Lotar – Boomerissimo.it®

È una nuova linea di produzione, non un “capolavoro” isolato. Marina Lotar, che altre attrici del periodo rifiutavano per i suoi eccessi (e che gli appassionati amavano invece per la sua energia naturale), diventa il volto a cui attaccare il marchio.

La leggenda ha vinto

Il paradosso è questo. Centinaia di scene hard “vere” girate in Italia tra il 1979 e il 1991 sono scomparse nel rumore delle VHS. Una fellatio a una protesi di legno, invece, è ancora lì a farci parlare e scrivere. Una chicca per collezionisti: alcune copie in circolazione videro le scene “zoo” tagliate. Erano finte, ma il solo sospetto bastava per rendere il titolo ingestibile per un distributore che non voleva problemi. Il film integrale è diventato così ancora più raro, ancora più mitico. Sacco, dopo gli anni Novanta, ha chiuso con il porno e ha aperto una casa editrice che porta il suo nome. Non ama parlarne. Marina, con dignità rara, una volta abbandonate le scene ha escluso ogni rientro. Ha rifiutato, nel 1998, una parte in Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, e nel 2008 un’offerta per la fiction Carabinieri. Lo stallone Principe, se è mai esistito come animale da set e non solo come nome di copione, non ha rilasciato interviste. A distanza di più di quarant’anni, il film resta nei ricordi di tutti, anche di chi non lo ha visto (per esempio noi). Ma spesso continua a parlarne (come abbiamo appena fatto). A dimostrazione che l’erotismo (ma anche molto altro) nasce e cresce soprattutto nell’immaginazione. Se quello con il cavallo sia un bel sogno, ognuno lo deciderà per conto proprio. Almeno nell’immaginazione siamo ancora liberi. 

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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