Mentre si prepara la serie true crime sul serial killer, è bene ricordare che il caso non è chiuso, né per la polizia, né per una mamma in particolare.
Dopo i film e le serie su Bundy e Dahmer, le reti statunitensi hanno messo in cantiere quella su John Wayne Gacy.

Secondo il sito Parade, oltre a mostrare il killer e la sua vita, adeguato spazio verrà dato alle vittime e alle loro famiglie.
Non ancora dimenticato
La comunità di Chicago non ha ancora dimenticato quanto avvenuto in una casa della sua tranquilla periferia. Una casa che era non solo il luogo dove oltre trenta ragazzi hanno trovato la morte, ma che ne ha anche celato i resti fino al dicembre del 1978, quando la polizia entrò nella villetta di Gacy, all’8213 di West Summerdale Ave. Gli agenti non trovarono solo le prove della presenza della sua ultima vittima, Robert Piest, ma sentirono distintamente l’odore di corpi in decomposizione.

Non avevano idea che, da lì a qualche giorno, avrebbero riesumato 29 corpi, ammassati, gli uni sugli altri. Gli altri, non avendo più posto, Gacy li aveva gettati nel fiume Des Plaines. Quando la villetta fu abbattuta c’era un discreto pubblico ad assistere, come ad un rito catartico. Rasa al suolo la casa, si sperava che anche il male che in essa era avvenuto, il dolore di cui quelle pareti erano state testimoni, sparissero.
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Per un po’ il pellegrinaggio di curiosi continuò nel quartiere e di tanto in tanto qualcuno ancora oggi si aggira a cercare quel luogo di morte, in un tanto inutile, quanto macabro tour. Su quel luogo ora sorge un’altra casa e nessuno di quelli che abitava vicino è ancora lì. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, cominciò il difficile rito del riconoscimento. Inutile dire che non fu affatto semplice. Alle famiglie degli scomparsi fu chiesto di fornire indicazioni precise su cosa indossassero l’ultima volta che furono visti vivi, cartelle cliniche, radiografie, tutto ciò che potesse aiutare ad identificare quei resti, che una volta erano ragazzi. Ad oggi, dopo quarantacinque anni dai fatti, cinque corpi sono ancora senza nome. Per questo, per la polizia di Chicago il caso è sì risolto, ma non chiuso.
Michael Marino
Il riconoscimento delle vittime è un atto pietoso ed è, per le famiglie, l’unico modo per mettere la parola fine e andare avanti. Ma c’è una madre che si rifiuta di accettare che suo figlio sia una di quelle vittime, la madre di Michael Marino.

Michael Marino era un ragazzino di quattordici anni all’epoca dei fatti. Sparì una domenica, il 24 ottobre del 1976. Uscì di casa alle due e avrebbe dovuto fare ritorno per le sei. Aveva promesso a sua madre che avrebbero visto un film insieme. Mike e il suo amico Kenneth Parker di poco più grande, furono visti per l’ultima volta all’incrocio tra Clark Street e Diversey Parkway. Furono ritrovati insieme, nella stessa fossa sotto il pavimento della casa di Gacy. Almeno è quello che affermano gli inquirenti. Il riconoscimento all’epoca si basò sulle impronte dentali e relative radiografie. La madre di Marino però, non ci ha mai creduto fino in fondo. Toccava la lapide e sentiva che quello sepolto lì non era suo figlio. Nel 2012 decise di riesumare la salma e sottoporre i resti all’esame del DNA. Anche l’ufficio dello sceriffo nel 2011 aveva avviato un progetto per dare un nome ai John Doe che ancora aspettavano.

Secondo il perito di parte della madre di Mike, il DNA rivelerebbe che quel corpo non appartiene a Marino. Il dentista forense che all’epoca esaminò i resti di Marino e Parker, si dice sicuro dell’identificazione. Bisogna ricordare che i corpi erano uno sull’altro, ammassati e in poco spazio, in condizioni non favorevoli alla conservazione e che è altamente possibile che le ossa si siano mescolate e deformate. Per la signora Marino, invece, è la prova che suo figlio forse è ancora vivo, da qualche parte. E lei continua a sperare di rivederlo, prima di morire.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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