Mentre Paolo Frajese raccontava in diretta lo shock nazionale del 16 marzo 1978, Marina stava varcando ogni confine: da moglie discreta a icona del cinema hard. Una storia vera di libertà e scandalo.
Il 16 marzo 1978 è una data che nessuno che l’abbia vissuto può cancellare dalla memoria. Come l’assassinio di Kennedy in America. Come l’undici settembre. A differenza di altre tragedie, via Fani l’abbiamo vissuta quasi in diretta. L’immagine di quel giorno è straniante e ogni volta che con Boomerissimo® torniamo su quel giorno, il nastro scorre di nuovo.

L’impressione diventa sempre più spiazzante. Paolo Frajese. L’espressione, il mix di professionalità, la consapevolezza di essere al centro di un momento non solo tragico ma anche storico, che segnerà la sua carriera per sempre. Che ne farà un’icona. Paolo Frajese è il primo cronista della Rai ad arrivare sul posto. Parla in diretta, con la voce tesa, mentre descrive quello che vede: l’auto blindata dell’onorevole Aldo Moro crivellata di colpi, gli agenti uccisi, il vuoto improvviso di una strada che fino a poco prima era solo traffico romano. È uno shock nazionale, quello che tutti stanno vivendo in quelle ore, trasmesso in diretta nelle case degli italiani.
L’altro shock
Ma c’è un altro shock, più privato, che Paolo Frajese sta subendo in quegli stessi giorni. Pochi lo sanno ancora con certezza, ma lui sì. La donna che per anni è stata sua moglie, la madre dei suoi figli, la signora Frajese, non è più solo un ricordo di vita borghese. Marina sta girando film. Film a luci rosse. E non si tratta più di scene soft destinate all’estero: il suo nome, o quello che ne resta, sta iniziando a circolare anche in Italia in un contesto che fino a poco tempo prima sarebbe stato impensabile per la consorte, o anche l’ex consorte di un giornalista della Rai.

La cronaca da Via Fani di Paolo Frajese (Clicca qui)
Il divorzio era arrivato due anni prima, nel 1976. Era già un piccolo sconquasso nell’Italia e nella Rai di allora, che preferivano la discrezione, il non detto. Ma il divorzio era ormai legge e da allora Marina Hedman Bellis, la bionda svedese arrivata in Italia come hostess e diventata moglie di un cronista di successo, aveva cominciato a reinventarsi. Prima come fotomodella, poi come attrice. Piccoli ruoli all’inizio, commedie erotiche come quelle con Lino Banfi ed Edwige Fenech, poi il passaggio più deciso verso un cinema più duro, che non faceva più mistero delle sue intenzioni. Insomma, verso l’hard. Nel 1978, mentre Paolo commentava la tragedia di via Fani, Marina aveva già alle spalle La pretora di Lucio Fulci e Emanuelle in America di Joe D’Amato. Il passo successivo, quello che l’avrebbe resa una delle prime pornostar italiane, era ormai vicino.
Scegliere
Marina nasce il 29 settembre 1944 a Göteborg, in Svezia. È alta, bionda, bella in un modo che all’epoca in Italia fa ancora impressione. È una hostess di volo quando, nel 1965, Paolo Frajese, il promettente giovane giornalista, arriva in Svezia per una serie di servizi televisivi. Si conoscono, si innamorano, si sposano. Lei lascia il lavoro, segue il marito in Italia e mette su famiglia. Due figli. Vita da moglie italiana del tempo, da signora borghese, lontana dai riflettori. È esattamente quello che ci si aspetta da una moglie di giornalista Rai di successo: elegante, presente. Ma discreta. Tutto cambia nel 1976. L’incanto, forse più subito che voluto, finisce. Il matrimonio va in pezzi. Il divorzio, in quegli anni, è ancora una ferita aperta nella società italiana. Forse Paolo si aspetterebbe che Marina scomparisse dalla scena. Lei invece prende una decisione netta: ricominciare. Prima come fotomodella, poi con i primi passi nel cinema. Nel 1976 debutta in La pretora di Lucio Fulci, commedia erotica con Edwige Fenech. Ma subito dopo entra nel giro di Joe D’Amato con Emanuelle in America. Lo fa con decisione ma anche con discrezione: la scene più esplicite, all’inizio, sono pensate soprattutto per il mercato estero. Ma il confine si sta già spostando.
Un erotismo naturale
Colpisce, nelle testimonianze dell’epoca e nelle interviste ai registi che hanno lavorato con lei, la lucidità con cui Marina affronta questa nuova fase. Non si presenta come vittima delle circostanze. Al contrario, diversi registi (tra cui Franco Lo Cascio, conosciuto come Luca Damiano) la ricordano per la professionalità e per quella “carica erotica istintiva” che portava sul set. Lei stessa, in dichiarazioni riportate da chi l’ha intervistata, spiega di aver abbracciato il cinema a luci rosse anche perché lì, a differenza di altri ambienti, i produttori non pretendevano favori sessuali in cambio di un ruolo. È una donna che osserva, valuta e decide. La scelta è sua. La fa.

Nel 1979 arriva il film che segna il vero salto: Immagini di un convento di Joe D’Amato. Uno dei primi titoli hard pensati anche per il mercato italiano, che in quel momento impazzisce per il genere carcere e convento. Tutto quello che si era solo immaginato si squaderna sullo schermo dei cinema, e non solo di quelli a luci rosse. Specialmente in provincia le sale hanno una curiosissima doppia programmazione, senza troppi pudori. Hard al pomeriggio, film – diciamo così – “normali” e per famiglia la sera e nei weekend. Marina ha un ruolo importante. Il successo della pellicola è amplificato proprio dalla sua storia personale: l’ex moglie di un giornalista noto che sta diventando una delle prime pornostar del paese. Il confine tra vita privata e immagine pubblica è ormai definitivamente saltato, in frantumi. Marina non si ferma nemmeno ai limiti già molto ampi del genere. Si spinge avanti con temerarietà. Gira cose che sono proibite persino in un genere proibito. Nel 1984 è Marina e la sua bestia, un film che provoca clamore anche all’interno del cinema porno per una sequenza di con un cavallo di nome Principe. È un passaggio estremo. Se non siamo male informati, il più estremo della sua carriera. Anche qui Marina non subisce nulla. In un’intervista dell’epoca difende la scena sostenendo che si trattava di finzione e che non c’era stato alcun maltrattamento. L’animale è salvo, il pudore meno. La disperazione dell’ex marito si può solo immaginare. Lui ne parla il meno possibile.
Non solo hard
In quegli anni i confini tra i generi sono porosi e il porno, nemmeno quello più estremo, non è una condanna. Lo abbiamo raccontato anche altrove. E infatti lei a lavorare anche in film più mainstream o di commedia. Appare in Primo amore di Dino Risi, e persino in La città delle donne di Federico Fellini. Ha una parte divertente in Fantozzi subisce ancora. Appare in una scena comica in Delitto a Porta Romana (1980) con Tomas Milian che molti ricordano ancora. Gira caroselli per la Rai e posa per Playboy Italia nel maggio 1977. Il suo è un percorso a balzi e a salti, ad affondi e ad assaggi. Il tragitto di una donna che ha scelto di essere libera ed esplora i confini del possibile in quegli anni.

Il cognome, però, diventa un problema. Dopo il divorzio Paolo Frajese le intenta una causa civile. Marina smette di usare “Frajese” e adotta definitivamente lo pseudonimo Marina Lotar. Un’altra scelta di autodeterminazione, una nuova identità pubblica, separata dal passato. E non per questo di minore successo.
Fine di un’era
Gli anni passano per tutti, e anche per l’industria del porno. L’arrivo delle videocassette VHS crea un nuovo paesaggio. Le produzioni sono più casalinghe, frammentate. Qualche anno dopo internet farà il resto. O forse Marina si stufa, semplicemente. Continua a girare, ma verso la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta il ritmo rallenta. Nel 1991 fa il suo ultimo film, Nostalgia di un piccolo grande amore, in cui interpreta una cassiera di un cinema a luci rosse: un ruolo quasi metaforico: la donna che ha vissuto quel mondo ora lo osserva da fuori, dietro un bancone. E chiude la porta.
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Non scrive libri di memorie. Non concede interviste nostalgiche o scandalistiche. Non partecipa a revival, convention o documentari. Non diventa editorialista o filosofa. Si ritira in silenzio e vive il resto della sua vita lontano dai riflettori, come una signora qualunque. I confini che si era permessa di varcare, li ha varcati da sola. Quando decide che è ora di dire basta lo fa per davvero.
Non ha mai chiesto permesso. Se l’è permesso. Per chi la vuole rivedere non ci sono i salotti compiacenti di Bruno Vespa. Resto solo il mercato del vintage. Quello che era, è ancora. Al naturale.Da Marina Frajes, o Lotar che dir si voglia, non c’era da aspettarsi di meno.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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