Il 27 giugno 1980 un DC-9 Itavia precipita nel Tirreno. Ottantuno morti. Un giornalista vola in Libia a fare la domanda che tutti evitavano
Ci sono due tipi di giornalisti sostanzialmente, uno che racconta le notizie ed uno che le va a cercare. Il mestiere pare essere diventato piรน facile grazie ad internet, meno spostamenti, meno viaggi lunghi e disagiati, meno rischi forse.

Di certo, perรฒ, esistono dei momenti in cui un giornalista smette di aspettare che la notizia arrivi in redazione e va a prenderla dove sta. Enzo Biagi era fatto cosรฌ. Partigiano, ex direttore del Corriere della Sera, maestro in un mestiere che in Italia non si รจ mai saputo se apprezzare davvero o soltanto tollerare, Biagi sapeva che il silenzio delle istituzioni รจ giร , di per sรฉ, una notizia. E di silenzio, nell’estate del 1980, ce n’era parecchio.
Ustica, 1980
LโItalia del 1980 รจ nel bel mezzo degli โanni di piomboโ: terrorismo rosso e nero, crisi economica, Governi instabili, forte influenza della Democrazia Cristiana sulla Rai come servizio pubblico. Gli stati che si affacciano sul Mediterraneo sono tesi. Gheddafi, al potere dal 1969, รจ figura controversa. Eโ anti-imperialista, accusato di supportare gruppi terroristici, ma รจ anche un decisivo partner commerciale dellโItalia per il petrolio. Pochi giorni prima del disastro, la Libia era intervenuta militarmente in Ciad, alimentando tensioni con la Francia e, indirettamente, con gli interessi occidentali.
Il 27 giugno di quellโanno, un venerdรฌ, il DC-9 della compagnia Itavia decollรฒ da Bologna diretto a Palermo. A bordo c’erano ottantuno persone. Non arrivarono mai. L’aereo cadde nei pressi dell’isola di Ustica. Le cause dellโincidente non furono mai spiegate dalle autoritร italiane. Non riuscirono, forse non vollero trovare il perchรฉ di quelle morti. Le indagini del giudice Rosario Priore, che durarono anni, esplorarono ogni pista immaginabile, un missile, un’esercitazione NATO andata storta, un bersaglio libico colpito per sbaglio. Nessuna veritร giudiziaria definitiva arrivรฒ mai. Quella che rimase fu la sfiducia, quella tipica italiana, mista di rabbia e rassegnazione, verso uno Stato che sembrava sapere molto piรน di quanto dicesse. In quel clima, Enzo Biagi prese un aereo per Tripoli.
Proibito
Nel 1977, il giornalista tornรฒ in Rai con un programma in prima serata su Rai 2, Proibito. Il titolo non era casuale: la trasmissione affrontava temi considerati tabรน dal senso comune dellโepoca, corruzione, pornografia, repressione del dissenso, sequestri di persona, evasione fiscale. Lo stile giornalistico era rigoroso, senza tagli o censure preventive.

Ogni puntata metteva a confronto opinioni diverse su fatti di attualitร . Si discusse di tasse e evasione con Franco Enriquez (regista arrestato per evasione fiscale), Pietro Fermi e il ministro delle Finanze Filippo Maria Pandolfi. Il 4 luglio si affrontรฒ il tema della bellezza femminile e della sua rappresentazione mediatica. Il programma ospitรฒ personaggi controversi considerando anche gli anni: Ilona Staller, Michele Sindona, lโex brigatista Alberto Franceschini e, soprattutto, Muammar Gheddafi, intervistato nei giorni successivi alla strage di Ustica. Lo stile di Biagi nelle interviste era da manuale, poneva domande chiare e lasciava rispondere lโinterlocutore. Biagi non โattaccavaโ il personaggio, ascoltava, incalzava con intelligenza e rispetto, e lasciava che fosse la veritร (o la sua mancanza) a emergere. Il linguaggio era asciutto, essenziale, senza fronzoli. Biagi odiava la retorica e preferiva la chiarezza. Le sue domande erano brevi e dirette, mirate a far emergere i fatti.ย Allโindomani della strage di Ustica Biagi ottenne l’intervista con il colonnello. La rapiditร con cui si mosse la dice lunga sui suoi contatti e sul suo metodo, non aspettare, non chiedere permesso, andare.
Quello che disse Gheddafi
Durante lโintervista Gheddafi sostenne che l’abbattimento del DC-9 era stato un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona. Gli americani, disse, avevano soltanto “sbagliato bersaglio”. Avevano puntato a lui, o a un velivolo libico a lui collegato e avevano centrato invece l’aereo civile italiano. Biagi lasciรฒ parlare. Era il suo metodo: niente interruzioni inutili, niente commenti. L’ospite parla, il pubblico giudica. Semplice. Quello che il Colonnello aveva appena detto, su un canale televisivo pubblico italiano, era in pratica un’accusa diretta all’alleato principale della NATO. In piena Guerra Fredda. A pochi mesi dagli accordi petroliferi che tenevano in piedi buona parte dell’economia italiana.

L’intervista non andรฒ in onda subito. Il governo italiano, prima con Cossiga, poi con Forlani, dopo il cambio di esecutivo, ne bloccรฒ la messa in onda per motivi diplomatici. Le ragioni erano fin troppo comprensibili. L’Italia era saldamente ancorata agli Stati Uniti. Trasmettere su Rai 2 l’accusa di un leader straniero, peraltro di un Paese accusato di supportare il terrorismo, al governo degli Stati Uniti, era una mossa che nessun leader italiano aveva la minima intenzione di fare. C’era poi la questione libica vera e propria. Roma aveva con Tripoli rapporti economici che nessuno voleva mettere a rischio. E infine c’era, infine, quella sensazione diffusa, tipica degli anni di piombo, che qualsiasi cosa potesse infiammare ulteriormente l’opinione pubblica giร scettica, giร arrabbiata per quello che vedeva succedere. La Rai, servizio pubblico sรฌ, ma soggetta a pressioni politiche, recepรฌ l’indicazione. Biagi e la produzione non cedettero del tutto. L’intervista fu trasmessa circa un mese dopo, tra agosto e settembre 1980, dopo polemiche interne e un braccio di ferro che si concluse con la vittoria, almeno parziale, del giornalismo. Non fu una vittoria clamorosa, era passato del tempo, il momento era diverso, la carica emotiva si era un po’ raffreddata, ma fu una vittoria seppur parziale. L’episodio rafforzรฒ l’immagine di Biagi come giornalista che non si piegava alle pressioni del potere. L’anno successivo, quando esplose il caso della loggia P2 di Licio Gelli, lasciรฒ il Corriere della Sera, che riteneva compromesso dalla massoneria e passรฒ a Repubblica. Non era il tipo da restare dove l’aria era viziata.
Un mistero che resta (anche in archivio)
La cosa curiosa, e anche abbastanza significativa, รจ che oggi, nel 2026, trovare quell’intervista รจ praticamente impossibile. Rai Teche risponde che non sono in possesso delle liberatorie necessarie, questioni di diritti legate all’ereditร di Gheddafi, accordi dell’epoca, meccanismi burocratici che nessuno ha mai risolto, insomma boh. Il materiale esiste, da qualche parte negli archivi, ma al pubblico non arriva. C’รจ qualcosa di vagamente circolare in tutto questo. L’intervista fu proibita dal governo nel 1980. A Boomerissimo รจ stato detto che รจ inaccessibile per ragioni di diritti. Il titolo del programma, Proibito, sembra non aver perso attualitร .
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Nel frattempo, la strage di Ustica รจ ancora lรฌ. La dichiarazione di Gheddafi, che sia vera o falsa o una mossa politica calcolata, รจ ancora una delle tessere del mosaico. E Biagi aveva capito una cosa che le domande scomode vanno fatte prima che qualcuno abbia il tempo di vietarle. Ci riuscรฌ. A metร .
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.itยฎ


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