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L'investigatore Ponzi

Tom Ponzi, investigatore investigato: il giallo di piazza Fontana

Mentre i commissari statali aspettavano la pensione, lui collezionava segreti che valevano più di uno stipendio fisso

Siamo italiani e lo siamo anche nei romanzi gialli. I protagonisti di questa tipologia di racconti nati in terra italica, sono per lo più poliziotti. Da Montalbano a Schiavone passando per Coliandro, Ricciardi, De Luca i nostri investigatori più noti hanno dovuto vincere regolare concorso pubblico. E poi si sa, nello Stato, stipendio e pensione sono assicurati, forse. Per la pensione avrei dei dubbi. Gli americani, la terra del self-made man, predilige investigatori privati duri e disillusi a partire da Philip Marlowe, Mike Hammer, Nero Wolfe ed anche il nostro amato Magnum P.I. Tutti in proprio, a partita IVA. 

L'investigatore Ponzi
Tom Ponzi – Boomerissimo.it ®

Il più noto investigatore privato italiano non è opera di ingegno, fiction, ma un uomo che col suo nome ha costruito una carriera e una reputazione, con qualche ombra oscura qui e là, molto simile, fisicamente a Nero Wolfe: Tom Ponzi. 

Tommaso Ponzi

Tommaso Ponzi nasce  il 25 settembre 1921 a Pola quando era ancora territorio italiano. Dopo l’armistizio decise di arruolarsi volontariamente  come paracadutista della Repubblica Sociale Italiana, fece, quella che si dice, una scelta di campo. Divenne poi funzionario di prefettura della RSI. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, rimasto senza lavoro decise di inventarsi l’attività di investigatore privato dopo l’incontro col fotografo Elio Luxardo. Nel 1948 fondò una propria agenzia investigativa, la società Mercurius Investigazioni, che l’anno dopo cambiò nome in Tom Ponzi Investigazioni. Come raccontò in un’intervista data a Enzo Biagi nel 1983, aveva iniziato «nel campo delle corna» e poi seguì numerosi casi di sabotaggio e controspionaggio industriale, scoprendo tra le altre cose giri di farmaci o Chanel N°5 contraffatti.

Tom Ponzi in azione – Boomerissimo.it®

Aveva solo clienti di un certo rango e non solo italiani. Lavorò per l’Aga Khan, la famiglia Agnelli, Enzo Ferrari e Nelson Rockefeller. Il nome “Tom” era diventato così celebre che tra gli anni Cinquanta e Settanta veniva usato per indicare chiunque facesse il suo mestiere: il poliziotto privato. Nel 1956, come si usava dire, salì alla ribalta delle cronache quando intervenne nel sequestro di un centinaio tra bambine e bambini e tre maestre a Terrazzano, nel comune di Rho. Due fratelli, Egidio e Arturo Santato, avevano preso tutti in ostaggio chiedendo un riscatto. In sei ore la polizia non era riuscita a risolvere la situazione. Un operaio, Sante Zennaro, entrò nella scuola con una scala a pioli, seguito da Ponzi, che raccontò di aver poi immobilizzato i sequestratori a suon di cazzotti. Zennaro fu ucciso dalla polizia perché scambiato per uno dei due sequestratori. E in un’altra tragedia si sarebbe trovato in azione, attiva o passiva, questo non è chiaro, anni dopo.

I super 8

Milano, 12 dicembre 1969, piazza Fontana. Una bomba esplode nella Banca Nazionale dell’Agricoltura: 17 morti, 88 feriti. Tra le tante piste seguite dalle indagini, una in particolare continua a incuriosire: quella di un filmato Super 8 girato sul posto, proprio mentre accadeva tutto. E il nome che spunta è quello di Tom Ponzi, il più famoso investigatore privato d’Italia. È quanto ha scoperto nelle sue indagini il giudice Guido Salvini, che nel libro “La maledizione di Piazza Fontana” (scritto con Andrea Sceresini per Chiarelettere, 2019) e in un documento sul suo sito ufficiale ha raccolto testimonianze e documenti ufficiali. Tutto verificato, niente illazioni. Ponzi non è mai stato condannato per questa vicenda, ma le sue bobine diventano una tessera di un puzzle mai finito.

Quello che rimase della banca dopo l’attentatoBoomerissimo.it®

Secondo le ricostruzioni di Salvini, Ponzi è un “autorevole componente” del cosiddetto “Anello” o “Noto Servizio”, una struttura clandestina parallela nata negli anni della RSI e attiva fino agli anni Novanta. Serviva da ponte tra vertici politici, civili e militari nella lotta anticomunista. Gli organi ufficiali appaltavano a figure come lui i lavori “sporchi” per non esporsi direttamente. Ponzi, con la sua rete di ex poliziotti e tecnici, era perfetto per questo. Lo conferma lo stesso Salvini nel suo PDF dedicato alle bobine e nel libro. Nel 1973 Ponzi finisce al centro del cosiddetto “Watergate italiano”: arrestato (insieme all’ex commissario Walter Beneforti) per una rete di intercettazioni illegali su politici, giornali e Montedison. Fuggirà a Nizza dove rimase sei anni. Prima dell’arresto, però, fa trasferire a Lugano due casse piene di bobine e documenti. L’archivio tornerà in Italia solo nel maggio 1975. 

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Salvini raccoglie una testimonianza da un esponente dell’estrema destra milanese, soprannominato “l’Antiquario” (figlio di un socio in affari e amico intimo di Ponzi). L’Antiquario parla con il giudice tramite il giornalista Giancarlo Pertegato e in forma ufficiale nel 2009. Lui, quelle immagini, le ha viste. Secondo il suo racconto, Ponzi aveva ricevuto a Milano Giovanni Ventura (uno dei nomi legati alla cellula veneta di Ordine Nuovo) il giorno prima della strage, l’11 dicembre 1969. Di quanto successo in Piazza Fontana esisterebbero (anzi, sarebbero esistite) due bobine Super 8 girate presumibilmente da uomini di Ponzi (o da chi lavorava per loro, o per i servizi). La cinepresa era posizionata sull’altro lato dello slargo di piazza Fontana, in direzione di piazza Beccaria. Riprendeva l’arrivo in piazza, l’ingresso degli attentatori nella Banca Nazionale dell’Agricoltura e quanto avvenuto subito dopo l’esplosione. L’Antiquario descrive nel dettaglio quanto contenuto nella seconda bobina. Un camion OM con cassone telato e targa della capitale passa davanti alla banca, si ferma, apre la portiera. Dall’interno, qualcuno di non riconoscibile allunga una borsa, un uomo la prende ed entra nell’edificio. Il camion riparte, fa un giro. A quel punto l’esplosione. Il camion passa una seconda volta davanti alla banca “come a verificare che tutto è andato bene”. Una scena “orribile”, con una donna ferita aggrappata a una porta di cristallo. L’Antiquario dice di aver visto le immagini “da chi… può capire da solo”. E aggiunge un dettaglio che fa gelare il sangue: la bomba fu innescata nella zona di San Babila, dalle parti del bar Gin Rosa. E il camion? «È stato distrutto dopo un paio di settimane. Lo hanno fatto saltare per aria a Roma, simulando un atto terroristico. È stata una mossa intelligente: la polizia ha indagato sull’attentato, non certo sul camion». Salvini riporta queste parole nel libro e nel documento “Le bobine di Tom Ponzi” sul suo sito. Non è un’accusa diretta a Ponzi come regista o mandante, ma una testimonianza su un filmato esistente, girato da persone legate al suo ambiente e alla struttura dell’Anello. Le riprese, scrive il giudice, sarebbero state “le migliori armi di ricatto”. Il capitano Antonio Labruna (SID, Nucleo Operativo Diretto, braccio destro del generale Gianadelio Maletti) rafforza questa pista. Prima di morire, sentito nel 1998 dal collega Massimo Giraudo dei ROS, dice testualmente: «Se volete sapere qualcosa in più sulla strage di piazza Fontana dovete trovare l’archivio svizzero di Tom Ponzi, le bobine soprattutto… è lì che dovete cercare». Lo riporta Salvini citando la deposizione.

L’archivio sparito

Ponzi aveva trasferito l’archivio a Lugano per sfuggire all’arresto del 1973. Quello stesso anno una delegazione del SID (guidata dal generale Miceli, con il sostituto procuratore generale Pietroni e Labruna) va in Svizzera per visionarlo. Le casse tornano in Italia solo nel maggio 1975 e prese in consegna dal maggiore (poi colonnello) Antonio Varisco dei Carabinieri.

Gianadelio Maletti
Il generale Maletti (Di sconosciuto – https://secretsandbombs.wordpress.com/tag/general-gianadelio-maletti/, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4990055) – Boomerissimo.it®

Nel 1980 viene ritrovato un appunto manoscritto del generale Maletti, frattanto fuggito in Sudafrica, risalente al 1 marzo 1973. Nella nota il generale suggerisce di applicare “occultamente” sui pacchi sigillati un talloncino con timbri del Ministero dell’Interno e degli Esteri, indicando solo il numero generico di bobine senza descrivere il contenuto. Lo scopo, secondo Salvini, era permettere eventuali manomissioni o sostituzioni. Nel 1999 i ROS controllano l’archivio a Roma, molte scatole di cartone sono vuote. Le bobine descritte dall’Antiquario non si trovano più. Un collaboratore di Ponzi ha raccontato che l’investigatore sarebbe riuscito a far sparire le più compromettenti. Ponzi non ha mai commentato pubblicamente queste specifiche accuse sul filmato. L’archivio, oggi, non si sa dove sia finito con precisione. Le bobine del 12 dicembre restano un mistero documentato solo dalle testimonianze raccolte da Salvini. 

Tom Ponzi investigato – Boomerissimo.it®

Le indagini su Piazza Fontana si concludono dopo 36 anni e 10 processi, senza colpevoli «dichiarati» e con una contraddizione in termini fra la verità dei fatti storici e quella giudiziaria. Sono state accertate le responsabilità dei terroristi neofascisti, ma è impossibile irrogare una condanna a loro carico. Le spese processuali sono state addebitate ai parenti delle vittime.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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