Una scomparsa mai chiarita, un mistero che dura da più di cinquant’anni
Anche i ricchi piangono, era il titolo di una popolare telenovela, ma potrebbe essere anche un motto per tenere bene in mente che l’opulenza non è sempre garanzia di una vita senza problemi.

Oddio, meglio soffrire in una casa comoda, al caldo, senza la preoccupazione di mettere insieme il pranzo con la cena che sopravvivere su un marciapiede di Skid Row o in qualche slum di Delhi. L’idea della ricompensa post mortem a seguito di santa sofferenza non l’ho mai sposata.
Grandi famiglie, grandi sostanze
Ci sono famiglie il cui nome è diventato sinonimo di grandi sostanze. Famiglie che pur non essendo di nobile lignaggio, sono diventate l’aristocrazia della ricchezza.
E facciamo nomi e cognomi, Vanderbilt, ad esempio. Il capostipite e attore primo nella costruzione della fortuna di famiglia è stato Cornelius Vanderbilt, nato nel 1794 a Staten Island. I suoi erano modesti agricoltori olandesi, ma Cornelius ebbe l’idea di gestire un servizio di traghetti tra Staten Island e Manhattan. Pian piano la sua sfera di interesse si ampliò nelle navigazioni a vapore, passando poi alle ferrovie. Investì molto nelle compagnie ferroviarie quando erano ancora agli albori arrivando a controllare la New York Central Railroad e altre linee importanti.
Alla sua morte, nel 1877, Cornelius Vanderbilt aveva un capitale stimato di 185 miliardi di dollari, cosa che lo ha reso uno degli americani più ricchi della storia. Suo figlio, William Henry Vanderbilt, raddoppiò la fortuna di famiglia grazie a ulteriori investimenti nelle ferrovie.
Come spesso accade, le generazioni successive non seppero amministrare con oculatezza la ricchezza. Il patrimonio si è disperso tra lussi, tasse e un gran numero di eredi e ormai i Vanderbilt non sono più nella lista dei più ricchi d’America.
Ma forse il nome che viene associato quasi in automatico ad una estrema fortuna, a grandi patrimoni è Rockfeller.
Rockefeller
Tutto cominciò con John D. Rockefeller (non il pupazzo di José Luis Moreno), il patriarca della famiglia, nato nel 1839 a Richford, New York. Suo padre era un venditore ambulante con la reputazione di avere rapporti di lavoro con gente poco raccomandabile.

John D. iniziò a lavorare come contabile all’età di sedici anni, a vent’anni aveva risparmiato mille dollari (equivalenti a circa trentamila dollari di oggi) grazie a vari lavori e risparmiando all’osso. Con quei soldi e con un prestito del padre aprì un’attività di commissionamento di prodotti.
Rockfeller fu tra i primi ad intuire le potenzialità del petrolio e nel 1863 investì in una raffineria a Cleveland insieme al suo socio Maurice Clark. Qualche anno dopo fondò la Standard Oil Company. Grazie a tattiche commerciali che per essere benevoli potremmo definire aggressive, la Standard Oil arrivò a controllare circa il 90% della produzione di petrolio negli Stati Uniti.
Il figlio perduto
Uno dei bis-bis nipoti del tycoon, Michael, figlio di Nelson, era un giovane di gradevole aspetto, ottima educazione e belle speranze. Per nulla interessato al ramo petrolifero o all’impegno filantropico della sua famiglia, aveva una enorme passione per l’antropologia e l’arte. Dopo la laurea, nel 1961, all’età di ventitre anni decise di partire per una spedizione in Nuova Guinea.
E qui entrò in contatto gli Asmat. Gli Asmat sono un popolo indigeno che vive nel sud-ovest della Nuova Guinea. Hanno una ricca ricca tradizione di intaglio del legno, che è profondamente intrecciata con le loro credenze spirituali, infatti credono in una stretta relazione tra gli esseri umani e gli alberi, considerando il legno come fonte di vita.
Fino a metà del XX secolo gli Asmat hanno vissuto praticamente isolati dal mondo esterno il che ha favorito il perpetrare di alcune pratiche che noi, del mondo cosiddetto civile, aborriamo.
Questa popolazione praticava caccia alle teste e cannibalismo, azioni che erano parte integrante della loro cultura fino a tempi recenti. I raid di caccia alla testa erano importanti per i rituali di iniziazione e per la propiziazione degli antenati così come gli atti di cannibalismo erano intesi come atti di vendetta sui nemici.
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Il 19 novembre 1961, all’età di 23 anni, il catamarano di fortuna composto da due canoe native collegate da assi di legno e dotato di un motore fuoribordo da 18 cavalli su cui viaggiava in compagnia dell’antropologo olandese Rene Wassing e di due guide si ribaltò nel mar degli Arafura non lontano dall’estuario del fiume Pulau. Le guide si tuffarono per raggiungere la riva, cosa effettivamente fecero. Mentre Wassing rimase sullo scafo ribaltato in attesa di soccorsi, Michael Rockefeller decise di tentare a sua volta di nuotare verso la terraferma. Wassing fu salvato quando fu avvistato da un aereo Neptune e recuperato da una barca. Di Michael nessuna traccia.

Furono avviate ricerche massicce che coinvolsero navi, aerei, elicotteri e migliaia di persone del posto, ma niente, nessun corpo, o una qualche evidenza fu mai trovata.
Causa ufficiale della morte fu dichiarato l’annegamento, secondo la famiglia e in particolare la sorella gemella, Michael non raggiunse mai la riva che distava circa tre miglia nautiche dal luogo del naufragio. Ipotesi non peregrina, considerando che un miglio nautico corrisponde a 1852 metri.
Ma non è la sola ipotesi.
Nel 2014, Carl Hoffman ha pubblicato un libro sulla vicenda con i dettagli dell’inchiesta ufficiale sulla scomparsa. Secondo Hoffman, gli abitanti del villaggio e gli anziani della tribù hanno ammesso che Rockefeller è stato ucciso e mangiato dopo aver raggiunto la riva. Altri sostengono che potrebbe essere stato vittima di una caccia alla testa da parte delle tribù native.
L’unica cosa certa sono le parole che Michael rivolse a Wassing prima di nuotare verso la riva: “I think I can make it”. Le classifiche ultime parole famose.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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