L’ultimo ballo d’estate non era solo una canzone, ma la vicenda di una cantante che passò dai festival alla televisione con Pippo Baudo e Renato Rascel per finire morta in un bagno
Lolita. Un nome che suscita diverse reazioni. Chi ricorda il libro di Nabokov, chi il film di Kubrick del 1962 e chi quello di Lyne del 1997.

Pochi associano quel nome ad una giovane cantante degli anni Sessanta, una meteora, come diremmo oggi. Una ragazza che ha ballato una sola estate.
Dall’oratorio a Sanremo
Bollate, 1965. Periferia di Milano, uno di quei posti che esistono nel mezzo, tra la campagna che sparisce e la città che sta per arrivare. I pomeriggi domenicali si passavano all’oratorio, tra un tiro al pallone, una chiacchiera, mentre qualcuno si esibiva nel teatrino.
Graziella Franchini era una ragazzina di quindici anni con una voce che andava oltre quello spazio di periferia. Il maestro Franco Chiaravalle, compositore, uomo abituato a riconoscere il talento quando lo sente, rimase immobile. Portò quella ragazzina da Mara Del Rio, ex cantante riconvertita in produttrice per la Magic, una di quelle donne pragmatiche che sanno riconoscere un investimento. Fu Mara a darle il nome d’arte. Lolita. Senza malizia, senza Nabokov, senza nessuna delle ombre che quella parola porta con sé. Un nome per una ragazza solare, che non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni. Graziella Franchini era nata nel 1950 a Castagnaro, da una famiglia che aveva portato con sé dal Veneto la discrezione dei poveri e la tenacia di chi sa che deve lavorare duramente. Bionda, minuta, sorriso aperto. Un tipo fisico che il destino sembrava aver costruito apposta per qualcosa di leggero. E per un po’, in effetti, le cose andarono esattamente così. Il suo nome e la sua canzone L’ultimo ballo d’estate appartengono alla memoria di chi aveva vent’anni nel 1969. Un’Italia di festival estivi e juke-box accesi sulle spiagge, di Caroselli dopo cena con tutta la famiglia sul divano, di canzoni che non pretendevano di cambiare il mondo ma soltanto di accompagnare un ballo su una terrazza di Rimini. L’ultimo ballo d’estate era esattamente quella canzone. Entrava nelle classifiche dell’estate 1969 e nella testa di chiunque l’avesse sentita una volta sola, e Lolita la cantava con voce fresca e squillante che accompagnava serate spensierate. Prima di quell’estate erano arrivati il Festival di Pesaro vinto a mani basse, il Festival di Zurigo, il Festival di Napoli, le apparizioni fisse in Rai come ospite di Settevoci con Pippo Baudo.
Poi i Caroselli: nei primi anni Settanta il ciclo Non facciamo confusione, Very Cora Americano. Accanto a lei c’era Renato Rascel, che impersonava il campione di judo, lo scalatore, il chitarrista mentre lei lo guardava con quell’occhiatina furba e gli ricordava: «L’esperienza conta, eh!». Poi, nel marzo del 1973, arrivò Sanremo. Innamorata io, scritta da Alessandro Celentano. Prima serata. Eliminata. È difficile spiegare a chi non ha vissuto quell’epoca cosa significasse Sanremo per un artista della musica leggera italiana. Non era semplicemente una gara. Era una sentenza. E quella sentenza, pronunciata nel modo più sbrigativo possibile riscrisse la traiettoria di Graziella Franchini. Non sparì di colpo. Continuò a cantare nelle sagre, nelle feste di paese. Ma non era più un talento in ascesa, era una che teneva strenuamente la posizione.
Il cambio di vita
Nel 1985, a trentacinque anni, Graziella decise di cambiare. Si trasferì a Lamezia Terme. La logica di quella scelta oggi è difficile da ricostruire. Un cambio di orizzonte come promessa di una nuova vita. Prima soggiornò in hotel, poi prese una villetta a schiera al residence La Marinella, vicino al mare. Riprese a esibirsi. Sembrava, come si dice, un nuovo inizio.

Qui incontrò Michele Roperto. Quarantun anni, ginecologo, divorziato. Lei era sua paziente, poi divenne qualcos’altro. C’era però una complicazione che avrebbero dovuto considerare: Roperto aveva una fidanzata, Teresa Tropea, studentessa di medicina, sei anni insieme. La storia tra il medico e la cantante diventò presto di dominio pubblico, come succede spesso nelle città piccole. Un mattino lo sapevano tutti. Il Venerdì Santo del 1986, Teresa Tropea e sua madre Caterina Pagliuso si presentarono a casa di Graziella. Quello che seguì non fu una conversazione. Colpi con una leva del cambio dell’auto, morsi, capelli strappati. Minacce enunciate con quella chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: «Te ne devi andare». «Lo devi lasciare». Un piccolo dettaglio: Caterina Pagliuso era sorella di un esponente della ‘ndrangheta locale.
L’ultimo atto
Il 27 aprile 1986 Lolita avrebbe dovuto esibirsi a San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone. Non si presentò. Non rispondeva al telefono. Nessuno sapeva darsi una spiegazione, perché tra le quindici e le diciotto di quel pomeriggio qualcuno era entrato nella villetta del residence La Marinella e aveva fatto in modo che non ci fosse più niente da dire.

La mattina dopo, Italo Montesanti, l’impresario, entrò dalla porta-finestra sul giardino e trovò quello che trovò. Graziella era in bagno. Viso tumefatto e irriconoscibile per lividi e frattura del naso, una profonda ferita da taglio all’addome in zona prepubica, gambe divaricate e, tra esse, il collo spezzato di un grosso bottiglione di vetro.. Nessun segno di effrazione, porta d’ingresso chiusa a chiave dall’interno, nessun segno di difesa. Le indagini si concentrarono immediatamente su Teresa Tropea e sua madre. C’erano i precedenti dell’aggressione, le minacce documentate, contusioni sul loro corpo al momento dell’arresto, capelli compatibili trovati sulla vittima, una lettera anonima che le collocava davanti alla porta di Graziella intorno all’ora del delitto. Michele Roperto aveva un alibi solido, inattaccabile: era di turno in ospedale. Il suo nome scomparve dai sospetti. Il processo si celebrò a Catanzaro nel giugno del 1988. La Corte d’Assise assolse entrambe le donne «per insufficienza di prove». Appello e Cassazione confermarono con formula piena. Da quel momento innocenti, definitivamente e irreversibilmente, come vuole la legge. Nessun colpevole. Michele Roperto scelse il silenzio totale dopo il processo. Nessuna intervista, nessuna apparizione pubblica, nessuna dichiarazione. Gli anni passarono. Circolarono voci su legami ‘ndranghetisti, su una mezza confessione di un pentito che non portò da nessuna parte, su reperti che oggi, con il DNA, forse direbbero qualcosa di diverso. Il fascicolo è archiviato come cold case. Le sorelle di Graziella, Luigina e Daniela, hanno sempre tenuto un profilo basso, con quella discrezione veneta che la famiglia si era portata dietro dal paese.
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Ogni tanto qualcuno si ricorda. Telefono Giallo di Corrado Augias, qualche podcast. Poi torna il silenzio. Rimane L’ultimo ballo d’estate, un’Italia che credeva, in buona fede, che le estati fossero sempre allegre. E rimane la domanda a cui nessuna corte, nessuna confessione, ha mai avuto la cortesia di rispondere. Solo chi entrò in quella villetta il pomeriggio del 27 aprile 1986 e uscì lasciando la porta chiusa dall’interno, sa come andò. E probabilmente dorme bene, tutte le notti, da quarant’anni.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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