Una figura che è andata oltre i confini consolidati tra genere, razza e umanità stessa. Uno spot da antologia con il suo volto: Grace Jones
Ho ben presente la prima volta che ho visto Grace Jones. Non ricordo in quale trasmissione tv, forse Stryx, ma so perfettamente che non riuscivo a smettere di guardare quella donna, i suoi zigomi alti, ascoltare la sua voce. Aveva un che di ipnotico.

Ecco, se c’è un artista che si merita a tutto campo l’appellativo di icona è lei.
Grace Beverly Jones
L’artista nata in Jamaica si trasferì con la famiglia a Syracuse, New York, intorno ai tredici anni. Qui il padre fondò la Apostolic Church of Jesus Christ.
E’ un consolidato pattern che ambienti familiari oppressivi generino artisti “trasgressivi”.
Grace fu cresciuta in un ambiente pentecostale estremamente rigoroso. Ogni sera era allietata da letture bibliche e relative preghiere, doveva andare in chiesa tre volte a settimana. Le era vietato indossare pantaloni e lisciare i capelli. Le punizioni corporali erano ammesse per le infrazioni ai dettami religiosi.
Come ha descritto lei stessa: “La mia infanzia era tutta incentrata sulla Bibbia e sulle percosse”. Ha anche affermato di essere stata “schiacciata sotto la Bibbia” durante l’infanzia e da allora ha rifiutato di entrare in una chiesa giamaicana. Secondo le credenze specifiche di suo padre, avrebbe dovuto usare la capacità di cantare solo per glorificare Dio.
A diciotto anni Grace si presentò alla Wilhelmina Models a New York con il suo portfolio. Ma non fu bene accolta. I suoi lineamenti spigolosi, la sua pelle scura e l’aspetto intimidatorio le rimediarono solo un “no grazie”. L’industria della moda americana di quegli anni aveva un’idea molto specifica della bellezza, e Grace non vi rientrava.
Nel 1970 si trasferì a Parigi. Anche nella Ville Lumière gli inizi furono difficili. Un importante agente di modelle le disse che “vendere una modella nera a Parigi è come cercare di vendere una vecchia macchina che nessuno vuole comprare”. La risposta di Grace fu profetica: “Ti farò rimangiare quelle parole”.
La svolta arrivò quando si presentò alla Euro Planning, un’agenzia completamente nuova. Grace si aggiunse alle sole due modelle già assunte dalla nuova agenzia: Jerry Hall e Jessica Lange, con le quali andò anche ad abitare.
Mentre lavorava come modella, incise il suo primo disco, che non ebbe però grande successo. Quello era il momento della disco, di Donna Summer, dello Studio 54. Sebbene lei fosse un habitué della discoteca newyorkese, non riusciva a sfondare nella musica.
L’incontro della vita
Verso la fine degli anni Settanta Jones conobbe Jean Paul Goude, leggendario direttore artistico di Esquire. Tra i due nacque una relazione. Goude disse: “C’è qualcosa di diabolico in Grace. La sua selvaticità mi sedusse in un modo in cui non ero mai stato sedotto prima”.
Fu lui a “svecchiare” l’immagine disco di Grace e a vedere oltre. Le fece tagliare i capelli e confezionare abiti da uomo. Lui vide in lei una donna androgina estremamente sensuale. Una rivoluzione, sulla stessa linea di quella di David Bowie. Anche la sua musica cambiò. Addio disco, benvenute sonorità funky, più legate alle sue origini.
Goude decise di concentrarsi sulla mascolinità di Grace, usare quello che altri pensavano fosse un handicap in un vantaggio. L’obiettivo era creare un personaggio nuovo, forte e ambiguo, dove non si capiva “se fosse un uomo che cercava di essere una donna o una donna che cercava di essere un uomo”. Era una rivoluzione visiva che andava oltre un semplice taglio di capelli, era un’attitudine. A Goude si devono le copertine degli album Island Life e Nightclubbing.
Lo spot e il videoclip
Se penso a Grace Jones, però, l’immagine più potente che mi viene in mente è quella del video di Slave to the Rhythm.
Frutto anch’esso della collaborazione con Goude, il video è un capolavore per l’utilizzo pionieristico di tecniche di montaggio e manipolazione dell’immagine, in particolare per l’ effetto della bocca che si apre in modo surreale e meccanico.
La tecnica utilizzata da Goude per creare l’effetto si basava su una combinazione di fotomontaggio manuale e tecniche pre-digitali di manipolazione dell’immagine. Goude applicò il metodo “cut-and-paint”, una tecnica di ritaglio e pittura che permetteva di creare “illusioni credibili”. Per l’album Slave to the Rhythm, la bocca e l’intera figura di Jones venivano allungate in modo surreale, creando un effetto quasi dadaista che era frutto di un meticoloso lavoro di collage.
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Quello che è curioso è che il videoclip è una sorta di Frankenstein. Fu messo insieme usando montaggi di precedenti video di Grace e spot pubblicitari per creare una nuova opera complessiva. Parte importante del video musicale è lo spot per la Citroën CX GTi Turbo del 1985, anch’esso diretto da Jean-Paul Goude.
La campagna pubblicitaria era opera dell’agenzia RSCG di Jacques Séguéla, uno dei guru della pubblicità francese. Séguéla aveva sviluppato una filosofia per Citroën basata sulla creazione di “saghe pubblicitarie spettacolari”, per un’idea di brand audace e creativo.
Nello spot si vede una testa meccanica gigantesca di Grace Jones che emerge dalle dune del deserto, apre gli “occhi”, si gira a destra, apre la “bocca” da cui esce la Citroën CX. L’auto accelera fuori dalla figura meccanica, sfreccia sulla sabbia con un improbabile stridio di pneumatici su questa superficie, per poi tornare nella bocca metallica che si richiude. Lo slogan finale, pronunciato dalla voce dell’artista, riassumeva lo spirito della campagna: “La beauté sauvage” (La bellezza selvaggia).
L’idea rivoluzionaria alla base era che un’auto “ordinaria” poteva diventare oggetto del desiderio attraverso narrativa provocatoria.
La campagna pubblicitaria fu parecchio controversa, soprattutto in Francia. Negli stampati era indicato che l’auto raggiungeva i 220 km/h. Un’affermazione che contravveniva alle leggi appena approvate che vietavano alle case automobilistiche di basare le loro campagne pubblicitarie sui dati di performance delle auto.
Come riporta una fonte ufficiale Citroën: “Il Ministro dei Trasporti dell’epoca decretò che doveva essere bannato, ma così facendo diede a questa memorabile campagna un’audience che andò in overdrive!”.
Grace Jones era quindi perfetta per la Citroën, entrambe troppo veloci per il mondo di allora.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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