L’ultima delle divine è stata prussiana fino alla fine, disciplina e rigore anche nel vestito
Marlene Dietrich è stata una dea, non solo un’attrice e splendida performer. Una donna con idee precise su chi voleva essere e la via da percorrere per arrivarci.

Non cercava di piacere a tutti. A mia madre non piaceva, ad esempio. Per dirlo con le sue parole “è sempre stata troppo vecchia”. Era questa infatti una delle sue caratteristiche, l’impossibilità di darle un’età, ad un certo punto si è cristallizzata in un’età indefinibile che poteva andare dai trenta ai settanta.
Marie Magdalene Dietrich
Nata a Berlino nel 1901 (anche se lei dichiarava il 1904) a quattro anni già studiava inglese, francese e violino. Prussiana.
Nel 1929 grazie a L’angelo azzurro passa da attrice a divina. La sua sensualità stregò tutti, compreso il potere nazista. Di quel film lei stessa aveva disegnato i costumi.
Hitler in persona era ossessionato dall’attrice versione femme fatale. Guardava tutti i suoi film in proiezione privata e desiderava fare di lei conoscenza carnale. Il dittatore la considerava “una dea ariana: una visione di bellezza teutonica, figlia di un ufficiale prussiano”. Anche quando Marlene lasciò la Germania, il giorno dopo il trionfo de L’angelo azzurro, l’ardore del führer non si spense.
Incaricò Goebbels di “recuperarla”, ma non ci fu nulla da fare.
Nel 1937 divenne cittadina americana, rifiutandosi per anni di parlare tedesco in pubblico.
Ma la sua carriera cinematografica, dopo una prima fiammata, già negli anni Quaranta e Cinquanta era in declino. Dietrich aveva un disperato bisogno di denaro, non solo per pagare le tasse statunitensi, ma per tutta una serie di altri motivi. Aveva continuato a sostenere economicamente il suo primo marito e, insieme al regista Billy Wilder, aveva creato un fondo per aiutare ebrei e dissidenti a fuggire dalla Germania. Il suo intero stipendio di 450.000 dollari per L’ultimo treno da Mosca (Knight Without Armour) lo usò per aiutare i rifugiati.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, aveva dato alloggio e sostegno finanziario a esuli tedeschi e francesi aiutandoli ad ottenere la cittadinanza americana.
Nel 1953, a corto di liquidi e consapevole che la sua carriera cinematografica si avviava verso la fine, Marlene accettò la corte che il Sahara di Las Vegas le faceva da anni. Aveva cinquantadue anni e cominciava una nuova carriera che sarebbe durata fino al 1975.
La sfida contro il tempo
Tutte noi, ragazze con qualche anno in più, sappiamo perfettamente che cinquantadue anni, seppur ben portati, lasciano segni sul corpo. Marlene Dietrich non poteva permettersi di mostrarli, non allora che doveva calcare il palcoscenico di Las Vegas.
Era sempre stata maniacale nella preservazione della sua immagine, dieta, disciplina, si era anche fatta togliere quattro molari per avere le guance più incavate e avere un aspetto “drammatico”. Sul set pretendeva uno specchio a figura intera. In ogni momento doveva controllare il suo aspetto.
Ma la vicinanza con il parterre poteva rivelare un corpo che non aveva più il vigore e la tensione di un tempo. Per il viso aveva messo a punto un sistema complesso e doloroso per cancellare le rughe. Le tirava, nel vero senso della parola. Si faceva tirare i capelli all’indietro con tale forza da far sanguinare il cuoio capelluto. Le forcine erano così strette che penetravano nella pelle, tutto per ottenere un effetto lifting naturale. Quando anche questo non bastò più, iniziò a usare aghi o nastro chirurgico che nascondeva sotto la parrucca.
Marlene voleva stupire e doveva vincere la sfida con il tempo. Per il corpo ci voleva qualcosa di ingegneristicamente progettato. Si affidò a Jean Louis Berthault, il capo costumista della Columbia Pictures, colui che aveva creato l’abito nero di Rita Hayworth in Gilda.
Dietrich voleva un abito che creasse l’illusione di una figura perfetta, ageless e estremamente sensuale.
Per Jean Louis fu una vera sfida.
L’abito che fa il monaco
Per realizzare l’abito miracoloso Jean Louis scelse un tessuto soufflé, un materiale semi-trasparente di seta estremamente sottile. Il soufflé era più strutturato dello chiffon tradizionale, ma aveva una straordinaria fluidità. Questo tessuto, praticamente trasparente, richiedeva una precisione tecnica assoluta nella costruzione del capo.
La vera genialità del progetto stava nella sottoveste. Come spiegò Jean Louis: “era dello stesso materiale ed era progettato per rivelare il seno e, con le pinces, per spingerlo verso l’alto”.
Le pinces erano posizionate strategicamente per sollevare e modellare il seno. Il collo era così stretto che la pelle faceva una piega che l’attrice copriva con una collana di diamanti. Il tutto era completato da una fascia interna che partiva dal davanti, passava tra le gambe e si agganciava alla parte posteriore, più o meno all’altezza della parte bassa della schiena o del fondoschiena.
La sua funzione era molteplice: serviva a mantenere l’abito perfettamente aderente al corpo e a impedire che il tessuto si spostasse, si arrotolasse o si sollevasse durante i movimenti sul palco; garantiva che il vestito restasse teso, creando l’illusione di una “seconda pelle”, assicurando che le decorazioni rimanessero sempre nella posizione voluta.
Già, le decorazioni. Si trattava di perline e cristalli. Jean Louis utilizzò perline posizionate con precisione millimetrica per creare l’illusione di nudità. Non erano semplici elementi decorativi, ma fungevano da elementi strutturali ottici, guidando l’occhio dello spettatore e creando l’impressione che la Dietrich indossasse solo gioielli sulla pelle nuda.
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La creazione dell’abito richiedette un impegno straordinario da entrambe le parti. Marlene, che viveva a New York, volò a Hollywood ogni weekend per le prove per sei mesi consecutivi.
Nonostante le difficoltà, il risultato finale superò ogni aspettativa. L’abito trasformava una donna di quasi cinquant’anni in una visione di giovinezza eterna. Arte ed ingegneria.
Jean Louis fu pagato, per la creazione, seimila dollari.
Furono realizzate quattro versioni di quel vestito: una con cristalli e paillettes neri e argento per un effetto drammatico e sofisticato, perfetto per la Las Vegas degli anni ’50; una abbinata a un mantello di chiffon nero rifinito in volpe nera; la terza utilizzava cristalli traslucidi, paillettes d’oro, pizzo e piume bianche; la quarta e forse più famosa versione era coperta da cristalli traslucidi e strass e veniva indossata abbinata al suo famoso cappotto in piumino di cigno.
Il 29 settembre del 1975 a Sidney, stava per entrare in scena, aveva indosso uno dei suoi famosi abiti sotto la vestaglia. Nel buio non vide la buca dell’orchestra. Cadde e si ruppe il femore. Non riuscì mai più a camminare senza bastone. Quella volta il vestito non riuscì a salvarla.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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