Il gioco, il carattere burbero e il cuore tenero. L’humor nero, e di tutti gli altri colori. Volevamo essere come Walter Matthau, e ancora non sapevamo perché. Poi lo abbiamo scoperto e vogliamo esserlo ancora di più.
Non so se altri sappiano rispondere facilmente alla domanda su quale sia l’attore che apprezzano di più, o magari l’attrice che gli stuzzica corde più o meno profonde.

Io ho sempre avuto grossi problemi a rispondere a domande del genere. Ci sono attori che mi piacciono, altri che mi annoiano anche se bravi. Altri che mi sembrano cani totali, benché famosi. Li guardo, mi ci intrattengo. Ma non ce n’è nessuno con cui mi sia mai identificato. Se togliamo, ovviamente, Walther Matthau. Walther Matthau non è nemmeno un attore, per me. E fa niente se tra me e lui ci passa una generazione abbondante. L’ho sempre visto sullo schermo un po’ come se mi guardassi allo specchio.
Io, Walter Matthau (o quasi)
Altissimo, scoordinato, irascibile, intrattabile. Diciamolo pure, un po’ st(*bip*)zo. Disordinato, talvolta trasandato, beone. Affezionato in modo patologico ad una città che non esiste più, che nel frattempo si è inesorabilmente trasformata. Affascinante a volte, ma sempre suo malgrado. Continuamente trascinato di malavoglia in pasticci nei quali non aveva nessuna intenzione di entrare. Economicamente inaffidabile, giocatore inveterato e dal successo (nel migliore dei casi) incerto.

Cinico, aggressivamente timido ai limiti dell’offensivo (o anche abbondantemente oltre). Eppure nonostante tutto, a dispetto di tutte le premesse, la persona che ti trovi accanto quando serve, dopo che magari ha cercato di ucciderti. Ma cosa vuoi che sia…
Ho sempre guardato Walter Matthau, in qualsiasi dei suoi film, maggiore o minore, un po’ come ci si guarda allo specchio. Ridendo di me, più che di lui. Che poi è il segreto della grande commedia (o così almeno hanno insegnato a me).
Non devo essere il solo, se Walter Matthau è un monumento della commedia americana. E questo nonostante il fatto che la sua vita sia stato tutt’altro che una commedia leggera. Come è inevitabile che sia, per tutte le grandi figure comiche, da quando l’uomo ha imparato a ridere specchiandosi nei problemi suoi, raccontati da qualcun altro messo anche peggio di lui.
Nato nel 1920 a New York da immigrati ebrei russi, Matthau ha conosciuto fin da bambino la povertà, e la vita durissima di un immigrato senza un soldo e senza nessun santo in paradiso (una cosa a cui un ragazzo ebreo nasce del resto già abituato by design). Matthau non assomigliava soltanto a me: assomigliava anche a se stesso. Come il personaggio di Oscar Madison ne “La strana coppia”, anche lui cominciò ad arrangiarsi sin da piccolo per mettere insieme qualche scarso spicciolo, vendendo bibite e recitando piccole parti nei teatri yiddish di New York.
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Una partenza stentata, che però non gli insegnò in nessun modo il valore dei soldi, guadagnati con il duro lavoro e col sudore della fronte. Non lo sapevo ancora quando cominciai ad amarlo. Ma se lo avessi saputo sarebbe stato un ulteriore plus per me, che avevo le mani bucate, e che ho dovuto lottare da sempre con la parsimonia di una madre e di un nonno, a cui le ristrettezze economiche avevano fatto l’effetto sperato dai romanzi formativi e pedagogici.
Giocarsi tutto
Decisamente, Matthau non è stato un ragazzo prodigio. Una gioventù impiegata in lavoretti di poco costrutto, inizi da generico, in particine meno che minori, non sembrava nemmeno roso dal tarlo dell’arte e dall’esigenza pressante di raggiungere il successo. Si trascinava, si barcamenava, sicuramente brontalava. E nel frattempo scommetteva, su un po’ tutto quello che gli capitava a tiro. La carriera di Matthau cominciò a decollare davvero solo dopo i 40 anni, quando interpretò un suo quasi perfetto alter ego nel capolavoro di Billy Wilder “Non per soldi… ma per denaro”. Era il 1966.
E come l’avvocato Willie Gingrich, carogna senza scrupoli, anche Matthau era stato seriamente sull’orlo della rovina e ad un passo dal fare una pessima fine. Impegnato come personaggio di seconda fila, in una serie televisiva in Florida, aveva trovato il modo di perdere 183.000 dollari degli anni ‘60 scommettendo su partite minori del baseball di precampionato. Un po’ come perdersi una fortuna tutta ancora da guadagnare, scommettendo sulle partitelle del calcio d’agosto.
Cose senza senso, pericolose e inutili, che alcuni di noi però possono capire. Non aiutava molto che il debito astronomico fosse stato contratto, come succede in questi casi, con uno strozzino e gangster che pose Matthau di fronte a uno di quei tragici e grotteschi bivi che i suoi film hanno spesso rappresentato. Matthau quella volta non trovò ereditiere da spennare. Ma riuscì lo stesso a risalire la china, una rata alla volta. Un tormento durato sei anni, col rischio costante di finire sepolto in una discarica, o in una buca del vasto e selvaggio outback della Florida.
Ha raccontato Matthau che la piccola disavventura fu per lui un punto di svolta. Motivato dallo spietato strozzino, più che dal furore dell’artista, Matthau cominciò a lavorare come un ossesso, facendosi largo a spallate nel difficile mondo del cinema. Difficile e spietato certamente, comunque meno di un criminale con 183.000 dollari di credito.
Motivato dalla necessità, diciamo così, vitale di guadagnare tanto denaro nel più breve tempo possibile, Matthau se ne venne fuori con un’idea classica tra giocatori d’azzardo: scommettere ancora di più, ma questa volta su se stesso.
Invece di negoziare cachet fissi, come tutti i suoi colleghi di Hollywood, cominciò a negoziare percentuali sugli incassi. Visto che non era nessuno e il suo nome difficilmente avrebbe esercitato un grosso richiamo, i produttori gli concessero all’inizio condizioni generose, certi di avere poco da perdere. Il fiuto di Matthau (o forse la disperazione) questa volta però si rivelò vincente. I suoi film cominciarono a inanellare trionfi al botteghino, facendogli guadagnare una fortuna.
Il riscatto di un abile giocatore
Matthau aveva finalmente trovato i ruoli giusti per esprimere il suo talento comico. L’Oscar come miglior attore non protagonista per “Non per soldi… ma per denaro” del 1966 segnò la sua consacrazione. Cominciò una striscia vincente di grandi interpretazioni, spesso in coppia con l’amico Jack Lemmon.
Non casualmente, molti dei suoi ruoli più famosi rimasero legati al mondo del gioco e delle scommesse. In “La strana coppia” Matthau era un giornalista sportivo con la passione per il poker. In “Charley Varrick” era un rapinatore di banche che si scontra con la mafia. In “California Suite” vestiva i panni di un giocatore incallito a Las Vegas. La sua vita reale e quella sullo schermo continuavano a incrociarsi.
Ma Matthau grazie ai disastri del baseball primaverile aveva imparato qualcosa. Niente più scommesse gigantesche su eventi minori e dimenticati. Ma tante piccole scommesse su cose che conosceva bene: i suoi cavalli (rimborsato il gangster, aveva investito una parte dei suoi soldi in cavalli da corsa).
Non andò molto meglio, ma se non altro adesso i soldi in cassa c’erano. In un’intervista del 1994 Matthau fece il bilancio quasi finale della sua carriera di scommettitore, sostenendo di avere perso in tutto 50 milioni di dollari.
Forse per questo Matthau non ha mai smesso di lavorare, fino agli ultimi giorni della sua vita. O forse ha continuato perché stava facendo esattamente quello che voleva, come aveva fatto sempre.
“La pensione? Non conosco questa parola. Faccio il lavoro che mi piace”
–Walter Matthau
Dal 1966, cioè esattamente dal momento del suo successo, aveva cominciato a litigare anche con la sua salute. Un cuore capriccioso e malmostoso come lui, che faceva quello che gli pareva, e talvolta decideva di fermarsi.
Matthau non se ne lasciò impressionare troppo. Continuò a giocarci a poker, come se niente fosse. Smise di fumare, diventò un camminatore appassionato, o almeno così dicono le cronache, anche se Matthau in realtà camminava giusto tre chilometri al giorno. Con le scommesse invece non smise, ma sosteneva di “giocare meno”. La partita tra i due ragazzi irresistibili e capricciosi andò avanti con alterne fortune fino al 2000. Dopo un ultimo attacco cardiaco Matthau si arrese e se ne andò, all’età 79 anni.
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Aveva perso diverse fortune, ma aveva continuato a giocare e brontolare a modo suo, fino all’ultima mano.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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