Elliott Gould non ha voluto essere un eroe e nemmeno un antieroe. Gli è bastato essere se stesso, e al diavolo tutto il resto. Una scelta che gli è costata molto.
C’è un’età in cui sentiamo il bisogno di distinguerci, e di mettere il mondo al corrente della nostra esistenza. Per alcuni questa spinta può tradursi nel desiderio di diventare il più amato della classe dal collegio dei docenti, per altri nel tentativo di scalare la gerarchia della squadretta di calcio.

Eppure, c’è una sparuta minoranza per cui questo momento di svolta si traduce nella consapevolezza che di quello che pensa il mondo della tua esistenza e delle tue abilità, non te ne frega assolutamente niente. Di mondo hai il tuo, popolato da personaggi reali e di altri che sono morti da tempo. Quelli che hanno voce in capitolo non sono i compagni di scuola alla macchinetta della cioccolata, ma entità mitologiche. Per mio padre quel qualcuno che poteva misurare le sue abilità e la sua dedizione era Michelangelo Buonarroti (il ragazzo aveva riferimenti modesti).
Per me, che evidentemente devo essere stato toccato da una genetica simile, ma sono un tipo che viaggia più terra terra, erano Charlie Parker e Jack Kerouac. Entrambi avevamo anche nostro padre. Nel mio caso la figura era effettivamente esistente e vivente, nonché piuttosto ingombrante. Nel suo si trattava di un eroe idealizzato, morto da tempo. Difficile dire chi dei due fosse più libero.
Scoprire Elliott Gould
Ad ogni modo, fu proprio in questa età di mezzo ancora verde, nella quale cercavo riferimenti adatti al mio carattere e alla mia voglia di fregarmene di insegnamenti e modelli che non mi fossi dato io, che invece incrociai per caso proprio il modello adatto, uno che se ne fregava completamente di essere tale. Se ne fregava talmente tanto da essere scomparso da almeno un decennio dagli schermi e dalle cronache, pur conservando una notevole faccia da schiaffi che avrebbe esibito nel suo ultimo (a mio parere) grandissimo film: l’Amico Sconosciuto (The Silent Partner in originale). Correva l’anno 1978, come ho appena verificato. Io avevo 14 anni. Tutto torna.
Quello sguardo ironico e scanzonato, quel modo di guardare il mondo piuttosto indifferente allo stress e alle passioni incomprensibili che sembrano muoverlo (fosse pure quella di uno che ha deciso di farti la pelle), risuonarono immediatemente in me. Aggiunsi Elliot Gould al mio piccolo personale pantheon di modelli e consiglieri silenziosi. Dopodiché lui, in pieno omaggio a quello che avevo intuito di lui, se ne fregò.
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Sparì e non lo vidi mai più, se non per qualche cameo imprevisto e imprevedibile. Lampi di luce gouldiana nella notte in cui, sostanzialmente aveva deciso di ritirarsi. O per vederla in altro modo, nel buio in cui era stato spinto a causa di un personalità difficile da governare, che lo schermo rivelava perfettamente, come una radiografia.
Improvvisare ad ogni costo
Passeggiando per le strade di Brooklyn una trentina d’anni prima del 1978, quello sguardo, quel sorriso che ti fa sentire subito preso per il culo, sarebbero stati già riconoscibili nella faccia da furfante di un ragazzino ebreo, i cui occhi lampeggiavano di curiosità per il mondo.
Elliott Goldstein, classe 1938 porta nel suo albero genealogico tutta la geografia del mondo ebraico russo-polacco-ucraino. E la stessa voglia di saltare oltre la palude del presente (nel suo caso quello di una famiglia piccolo borghese, occupata nel commercio di fiori artificiali e tessuti) per acchiappare il sogno di una vita diversa. Nel caso di Gould (il nome era cambiato per essere maggiormente palatabile per tutti), senza fare troppa fatica. O almeno questa è l’impressione.
Non sapremo mai se dietro alla propensione per l’improvvisazione di Elliott Gould si nasconda uno studio tormentoso della parte. L’impressione è esattamente il contrario. Che Gould vada davanti alla macchina da presa facendo esattamente quello che gli pare, che la sceneggiatura esista o no fa lo stesso. Se le cose stanno diversamente, è un attore ancora più straordinario. E di tutto ciò sa qualcosa Ring Lardner, lo sceneggiatore di M.A.S.H.
M.A.S.H., il caos e uno sceneggiatore furioso
Nel 1970, dopo una singolare carriera come attore cantante e ballerino di Broadway, e dopo un primo successo sullo schermo che gli aveva valso una nomination agli Oscar praticamente al debutto (molto Elliott Gould, come cosa), il giovane Elliott fu messo sotto contratto dalla 20th Century Fox per quattro film. Il primo sarebbe stato M.A.S.H. La storia caotica e folle di una equipe di medici militari in Corea.

Il film si basava su un romanzo di Richard Hooker, riscritto per lo schermo da Ring Lardner, sceneggiatore talentuoso, già vittima del maccartismo. Accusato di comunismo, era finito all’indice per un lungo periodo.
Elliot Gould e Robert Altman sarebbero stati i suoi nuovi persecutori. L’alleanza tra i due rese il film ancora più folle e caotico, imprevedibile e illogico di quanto qualunque degli autori avrebbe potuto immaginare. Nessuno pensò di consultare lo sceneggiatore, né di invitarlo alle riprese. Gould faceva quello che voleva e qualsiasi cosa gli venisse in mente, Altman lo aizzava e registrava su pellicola. Il risultato fu un capolavoro che dava esattamente l’idea della follia della guerra. Ma della sceneggiatura di Lardner non era rimasto nulla.
“Sono rimasto scioccato dal modo in cui la mia sceneggiatura è stata ignorata. Quasi tutti i dialoghi erano stati riscritti e in molti punti la storia era stata alterata”
– Ring Lardner
La furia di Lardner non avrebbe contribuito a migliorare la fama di Gould, come attore malleabile e facile con cui lavorare. Vi racconteremo in un altro articolo di un altro autorevolissimo protagonista del cinema, scioccato dalla collaborazione con Gould.
Gould, com’è suo costume, non si turbò troppo per l’ira di Lardner. In una recente intervista, un vero e proprio bilancio della sua carriera, rilasciata al sito di cultura ebraica aish, ha chiosato la questione piuttosto brevemente.
“Ci ha comunque vinto un Oscar come sceneggiatore”
–Elliott Gould.
E tanto basta, tutto sommato. Gould non ha nemmeno lasciato trapelare l’idea di essere il coautore di quella sceneggiatura, premiata per la sua imprevedibile follia. Lo diciamo noi.
Una carriera cominciata, e subito finita
Nel 1970, all’uscita di M.A.S.H, quella di Gould era una delle stelle più luminose di Hollywood. Non era una stella facile da governare. Non lo era per se stesso, tantomeno per gli altri.
I quattro film Fox non sarebbero stati mai completati. Quando incrociai Elliott Gould sullo schermo de L ’Amico Sconosciuto, quel film per me mitico, la sua carriera era finita in stallo. L’ Amico Sconosciuto rappresentava già una rinascita dopo una lunga eclisse.
The Silent Partner è un thriller canadese diretto da Daryl Duke qui Elliott Gould interpreta Miles Cullen, un cassiere di banca, più furbo e smaliziato del ladro che vuole rapinarlo. È un film notevolissimo da molti punti di vista, non ultimo perché Gould si dimostra capace di rovesciare il suo personaggio eccessivo e chiassoso con una interpretazione intimista. Uno che se ne frega, ma stavolta più in silenzio, più in attesa che al centro della scena. È anche in qualche modo il canto del cigno di un gigante dello schermo, che ci ha lasciato pochissimi film. Negli anni anni ‘80 il suo nome scomparve quasi del tutto dai cartellloni cinematografici, se non per qualche ruolo televisivo e per piccole particine in cui il genio lampeggia per pochi secondi.
Il coraggio di fregarsene
Elliott Gould ha fatto quello che ha voluto, quando ha voluto, come lo ha voluto. Non si è curato di nessuno. Dal punto di vista della carriera forse ha sbagliato molto. Se fosse stato più disciplinato, più attento alle esigenze dei registi (finì per rompere anche col suo mentore Altman), dei produttori, del suo pubblico, degli agenti, degli uffici stampa, forse oggi avremmo in cineteca molti più film importanti, segnati dal suo sorriso e da quella espressione che non ti liscia mai il pelo. Ti prende sempre per il culo.
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Avremmo molti più film di Elliott Gould ma non avremmo Elliott Gould, uno che del fregarsene ha fatto un’arte. Tutto sommato gli è andata bene così. Se ci basta quello che ha avuto voglia di fare, ottimo. Altrimenti a lui va bene uguale.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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