Neanche l’amore protegge dai serial killer, Ridgway ha ucciso anche chi amava
Gary Ridgway, con Ed Kemper e Dennis Rader è uno dei pochi serial killer della “golden age” ad essere ancora vivo. Vivo, ma al sicuro, dietro le sbarre.

Di tanto in tanto viene accompagnato in giro nei suoi vecchi territori, quando decide di rivelare il luogo di sepoltura di qualche altra sua vittima. Perché a tutt’oggi, il numero delle donne che ha ucciso non è ancora certo.
La ricerca continua
Tutti, procuratori, investigatori ed anche gli avvocati difensori sono certi che le vittime di Ridgway siano molte di più delle quarantanove per le quali è stato condannato.

Ridgway stesso ha dichiarato che il numero effettivo delle donne che ha strangolato si aggirerebbe intorno alle ottanta. Decine di famiglie aspettano ancora di sapere se le loro figlie, mogli, madri siano state uccise.
L’assassino ha di recente dichiarato che ci sarebbero ancora “sei o sette corpi da trovare nella zona sud della Contea di King e un altro vicino a North Bend”.
Tuttavia, questa pia dichiarazione di intenti, si scontra con il suo atteggiamento nel corso dei sopralluoghi. Il Green River killer si è spesso lamentato che la Task Force non sempre lo faccia scendere dalla vettura.
Ad ogni modo le motivazioni per cui gli vengono limitate le passeggiate sono di duplice natura. Esiste un protocollo di sicurezza per la prevenzione della fuga di un pluriomicida, ma anche per proteggere gli agenti di scorta. Qualcuno per eliminare l’assassino potrebbe colpire anche la polizia. Un altro fattore di cui gli inquirenti devono tenere conto è quello psicologico.
L’intenzione è quella di evitare all’assassino qualsiasi forma di gratificazione. Esiste una preoccupazione fondata che permettere a Ridgway di camminare liberamente nei luoghi dei suoi crimini possa fornirgli una forma di gratificazione morbosa o di rivitalizzazione delle fantasie omicide.
Inoltre, all’interno dell’auto, gli investigatori possono osservare le sue reazioni in un ambiente controllato, notando cambiamenti nel comportamento, nel linguaggio del corpo o nelle espressioni facciali. Impedire a Ridgway di guidare fisicamente le ricerche è anche un modo per limitare il suo senso di controllo sulla situazione, un elemento psicologico importante quando si tratta di manipolatori seriali.
Carol Ann Christensen: La vittima che non riuscì a perdonare
Tra le vittime di Ridgway ce n’è almeno una che sfugge al suo particolare “protocollo”. Di solito sceglieva prostitute che lavoravano sulla Pacific Highway South o comunque donne ai margini della società, ragazze in fuga da casa, persone, la cui scomparsa non sarebbe stata notata. Almeno una, però, non era fuori da queste categorie.
Carol Ann Christensen, una giovane cameriera di ventuno anni, non era una prostituta ma una donna con cui il serial killer aveva instaurato una relazione personale.
Carol Ann era di origine Blackfeet e cresciuta a Hoquiam, nello stato di Washington. Giovanissima, la ragazza sposò Dennis Christensen, dal quale ebbe una figlia, Sarah. Al momento della sua morte, Carol era separata dal marito e stava cercando di ricostruirsi una vita indipendente, lavorando come cameriera presso il Barn Door Tavern su Pacific Avenue South. Abitava con la figlia di cinque anni, in un parcheggio di case mobili. Il locale dove faceva la cameriera era a tre isolati a piedi.
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Ed è proprio nella taverna che i due si conobbero. Ridgway, in quel periodo, si trovava in un periodo di transizione tra matrimoni. Si era già separato dalla seconda moglie Marcia Winslow (sposata nel dicembre 1973) e non aveva ancora iniziato la relazione stabile con Judith Mawson, che avrebbe incontrato nel 1985.
Il 2 maggio 1983, dopo pranzo, Carol uscì dal Barn Door Tavern, con l’intenzione di tornare più tardi per il turno serale. Quella fu l’ultima volta che venne vista viva.
Gary e Carol avevano una relazione sentimentale della quale parevano entrambi appagati. I due avevano anche incontri intimi e fu durante uno di questi che l’innamorato lasciò il posto al mostro. Carol, dovendo andare al lavoro chiese a Ridgway di “fare in fretta”. Questo commento ferì profondamente il killer, che lesse la richiesta come un segno che lei non aveva tempo per lui, considerandolo meno importante del suo lavoro.
Il suo corpo fu ritrovato sei giorni dopo, alla Festa della Mamma, l’8 maggio 1983, da una famiglia che cercava funghi in una zona boschiva di Maple Valley. La scena del ritrovamento si presentava macabra e carica di simbolismo.
Carol era stata strangolata e il corpo era immerso nell’acqua rivestito al contrario, con una scarpa sul piede sbagliato (l’altra non fu mai ritrovata) e un sacchetto sulla testa. Due pesci puliti erano stati disposti sul suo petto, salsicce crude erano sparse intorno al corpo e una bottiglia di vino era stata posizionata nella sua mano. Questo trattamento particolare del corpo, secondo la testimonianza di Ridgway, simboleggiava che la donna era diventata “inutile, un avanzo di cui liberarsi”. Da qui lo sfregio di “buttarla” insieme alla spazzatura.
Gli investigatori interrogarono subito Ridgway sul caso. Lui ammise di conoscerla ma negò di aver avuto rapporti sessuali con lei. Tuttavia, i test di laboratorio conclusero che era proprio suo il DNA trovato sul corpo della donna.
La figlia, Sara King
Il 18 dicembre 2003, vent’anni dopo l’omicidio, Sarah King, la figlia di Carol, si presentò nell’aula del tribunale di King County per confrontarsi con l’uomo che le aveva rubato la madre.

Gli disse: “Non avrei mai immaginato di trovarmi qui a fronteggiare l’assassino di mia madre. Sei un codardo. Le tue scuse sono inutili e non mostri alcun rimorso”. Questo momento, riportato dal Seattle Post-Intelligencer, mostrò tutta la forza di Sarah, considerando che Ridgway, durante i colloqui con gli investigatori, aveva ammesso di considerare Carol e le altre vittime poco più che niente.
Dalla fine del processo le informazioni su Sarah si diradano, per sua precisa scelta. Fonti vicine alla famiglia indicano che abbia cambiato residenza più volte, cercando di proteggere i propri figli. Un ex compagno di scuola, in un’intervista anonima, rivelò che Sara “portava sempre con sé una foto sbiadita della madre, come talismano.
L’appartenenza di Carol alla tribù Blackfeet aggiunse un ulteriore strato di dolore alla tragedia. Secondo le tradizioni dei nativi, la violenza subita da Carol rappresentava non solo un crimine individuale ma una ferita all’intera comunità. Nel 2005, durante una cerimonia di commemorazione a Browning, Montana, gli anziani della tribù condussero un rituale di purificazione per “liberare lo spirito di Carol dalle catene del male”. L’unica consolazione che si sono potuti dare.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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