Il dramma di Eddy Merckx e quello di un suo piccolo tifoso. La rabbia che nasce dall’amarezza e dall’ingiustizia. Dopo il Giro del 1969 a piangere sarebbero stati gli altri.
Nel corso di una carriera abbastanza lunga e soprattutto ferocemente vincente, Eddy Merckx ha fatto disperare molti avversari, assai raramente ha avuto occasione di cadere lui in preda alla disperazione.

Il giorno in cui successe fu drammatico anche per il piccolo tifoso che oggi sta scrivendo questo articolo. Come è successo che un bambino di 5 anni fosse pazzo di Eddy Merckx? Ovviamente non ne ho una memoria sicurissima. Ma sembra abbastanza accertato che nei pomeriggi a casa mia, che mi pare quasi di ricordare, la nostra TV fosse costantemente accesa sul Giro d’Italia.
Quello del 1968 si corse che avevo solo quattro anni. Potrei averne visto qualche spezzone nella mia vecchia casa dietro Porta Genova. Potrei avere avuto i primi sprazzi di un giovanissimo Merckx che aveva fatto il bello e il cattivo tempo.
Era già pieno di classiche e di trofei, si stava guadagnando a 23 anni il soprannome di “Cannibale”, e quel giro se lo mangiò in un boccone, lasciandosi alle spalle tutte le speranze italiane di un ciclismo che allora era ancora grande. Merckx e il suo dominio assoluto avevano per un bambino come me un fascino soprannaturale. Vinceva sempre, non si poteva non tifare per lui.
Il fatto che non fosse italiano, e che il mio amore assoluto per lui mi costasse continue discussioni con i tifosi cresciutelli degli eroi nazionali come Adorni e Gimondi (che popolavano anche le foto sbiadite delle mie bilie da sabbia), non era la ragione del mio amore assoluto.
Ma difendere il mio eroe straniero, probabilmente, ha contribuito a fare di me un solido esterofilo sportivo, che si è vendicato di quei primi patimenti trovando squadre e campioni da tifare quasi dappertutto, tranne che in giro per l’Italia (Milan escluso, ovviamente).
Quel terribile Giro del 1969
Non sono del tutto certo che quel bambino di quattro anni del 1968 fosse così in grado di seguire le imprese del cannibale belga. Ma di certo quello cresciuto di un altro anno, e trasferito in quella che sarebbe rimasta la dimora definitiva di famiglia, in una zona di nuova costruzione della città, era già un fan maturo, e totalmente sfegatato di Eddy Merckx.

Insieme alla sua mamma, in una tv in bianco e nero (non ancora la mitica Brionvega) vide la partenza del 16 maggio dal Garda. Il cannibale, tanto per non smentire la sua fama, vinse la tappa e si prese la maglia rosa. E tanti saluti agli equilibri del Gruppo e della squadra, la Faema, che dovrebbero imporre una fetta di torta per tutti.
Merckx se le mangiava tutte lui. E continuò a vincere: a Terracina; dopo una settimana a Scanno era alla terza vittoria. Cinque giorni dopo vinse la cronometro di San Marino. Dopo 16 tappe, Merckx era saldamente in testa alla classifica generale con un vantaggio di 1’41” su Gimondi, che a me è sempre stato simpatico. Ma Felice poteva competere solo in rare giornate, molto fortunate, con la superiorità mostruosa di Merckx.
Vidì Merckx in maglia rosa (o meglio grigiolina) per sei giorni consecutivi. Il settimo, mia mamma mi trovò distrutto dal pianto.
Merckx era fuori. Merckx era stato trovato positivo ad un blando stimolante, presente in un farmaco di libera vendita. Squalificato, e fuori anche dal Tour de France che sarebbe cominciato subito dopo il Giro.
Memorabile il pianto di Merckx nella sua camera d’albergo, intervistato da Sergio Zavoli (cos’era il giornalismo sportivo del 1969!), in lacrime, che protesta la sua innocenza, distrutto e ignaro delle circostanze di una positività a un farmaco inutile, che sosteneva di non avere preso, e che non avrebbe avuto nessun motivo di prendere per una tappa di trasferimento. Era un’innocenza che balzava agli occhi a tutti, e soprattutto a me, ma non per questo mi consolava.
Sostiene mia mamma che la mia disperazione non aveva confine. Chissà come si spiega. Forse con il fatto che a cinque anni ogni momento sembra eterno, due giorni sono due secoli. Una stagione persa non è molto diversa da una vita persa.
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Avevo conosciuto il mio campione da una settimana o poco più e già mi sembrava di averlo con me da sempre, a segnare la strada su per i tornanti. La mia perdita era definitiva.
Racconta mia mamma che per consolarmi dovette convincermi che la totale innocenza di Merckx, così evidente, sarebbe stata provata infallibilmente, e che il belga sarebbe tornato in sella già alle prossime corse. Come minimo per il Tour de France, che avremmo visto insieme, e che avrebbe vinto alla grande facendola pagare a tutti, per quell’affronto sconsiderato. Si trattava solo di smettere di disperarsi e di avere un po’ di pazienza.
La genialità di mia mamma
Mia mamma mi raccontava balle pietose, che comunque funzionarono, e contribuirono a restituire un senso alla mia vita, in attesa del Tour de France (da cui Merckx era ancora squalificato). Non poteva sapere che le cose sarebbero andate esattamente a finire come lei mi aveva promesso.
Marckx, il pianto di Albisola – Boomerissimo.it
Anche cinquant’anni dopo non ho cambiato idea. La colpevolezza di Merckx non c’era. La situazione era talmente dubbia, le circostanze talmente assurde (prove condotte senza la presenza della squadra, controtest della Faema assolutamente negativi, nessun movente sensato), che dopo un conflitto internazionale che vide il ministero degli esteri belga scontrarsi con Pietro Nenni e l’UCI scontrarsi con le autorità mediche autrici del pasticcio, Merckx fu riabilitato, proprio come mi aveva assicurato mia mamma nell’immediatezza dei fatti.
Poche settimane dopo, alla partenza del Tour de France del 1969 Merckx era già in sella, e io lo vidi, o quantomeno lo sentii alla radio (questo non sono sicuro di ricordarmelo bene) tappa dopo tappa, in una edizione che è rimasta nella storia per la dominazione totale e rabbiosa del Cannibale.
Nel Tour del 1969 Merckx stabilì primati di tutti i generi, corse come un invasato, un marziano, uno che non solo aveva doti fisiche e di carattere che ne facevano un corridore di un altro pianeta. Era anche un Merckx profondamente incazzato, e secondo me del tutto giustamente.
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Che fosse stato “complotto italiano” per favorire i “nostri” che Merckx stava massacrando, errore tecnico, sabotaggio di qualche squadra nemica o assunzione involontaria, quella ingiustizia era lancinante e ci aveva fatto piangere.
Dal Tour del 1969 in poi avrebbero pianto, e tanto, gli altri.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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