C’è stato un momento storico in cui i serial killer hanno prosperato, ma in certe aree erano davvero in sovrannumero.
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Gli anni d’oro degli assassini seriali erano quelli in cui far perdere le proprie tracce era più semplice.

Se nessuno ti aveva visto, se i testimoni latitavano, ok, era fatta. In tempi di sorveglianza elettronica devi essere in qualche luogo sperduto del mondo, privo di cellulare, nonché avere un’automobile vintage e muoverti con le mappe di carta e non on line.
The Co-ed killer
Ed Kemper è uno di quelli che l’avrebbe fatta franca. In effetti ci era riuscito già una volta, quando, dopo aver ucciso i suoi nonni e portato in ospedale psichiatrico aveva convinto gli specialisti di essere “guarito” e di non aver più bisogno di essere seguito, né in ospedale, né fuori. Ma fuori i suoi problemi erano rimasti allo stato di partenza, problema che aveva anche un nome, Mamma.

La fonte delle sue ansie non era affatto cambiata, in più dovette tornare a vivere con lei per problemi economici.
Il buon Ed, amico di poliziotti e che poliziotto avrebbe voluto diventare, cercava nelle ragazze che prendeva in macchina un modo per vendicarsi di quella donna che, lungi dall’essere accogliente genitrice, aveva sempre vissuto come oppressiva, giudicante e malvagia nei suoi confronti.
In molti si sono chiesti come facesse un ragazzone alto quasi due metri che superava i cento chili a rassicurare le ragazzine e convincerle a salire in macchina. È lo stesso Kemper a raccontare la tecnica, che sembra banale, ma in effetti non lo è. Quando le studentesse vedevano il figuro alla guida dell’auto, la persona a cui aveva chiesto l’autostop, nel brevissimo attimo di esitazione tra salire e non salire che segnava la differenza tra la vita e la morte, Ed sollecitava la decisione, guardando l’orologio e dicendo che aveva fretta. Questo le convinceva che lui non avesse tempo per far loro del male.
Nessuno sarebbe mai arrivato a lui, era già in fuga quando decise di costituirsi. Sì, perché Ed si fermò ad un telefono a gettoni dopo aver ucciso e smembrato le sue ultime vittime, sua madre ed una sua amica, per dire alla polizia di andarlo a prendere.
Troppi galli nel pollaio
La polizia non aveva le idee chiare in merito agli omicidi, non sapeva bene quale pista seguire perché in quel momento a Santa Cruz, in California, l’area in cui Kemper si muoveva, erano attivi altri due serial killer, Herbert Mullin e John Linley Frazier. Ma l’area non era nuova ad episodi di violenza. Qualche anno prima c’era stata la strage messa in atto dalla famiglia Manson e gli omicidi del mai identificato killer dello Zodiaco. Insomma, in quel periodo la California non era proprio il posto più salutare dove vivere.
Frazier aveva ucciso un’intera famiglia dicendo che glielo aveva chiesto Dio. L’uomo aveva avuto un grave incidente automobilistico e riprendendosi era diventato fanatico religioso, convincendosi che doveva uccidere per salvare l’ambiente naturale.

Mullin, aveva una diagnosi di schizofrenia paranoide, aggravata dall’uso di sostanze. Insomma, entrava ed usciva dagli ospedali psichiatrici. Mullin era convinto che il numero di morti americane della guerra in Vietnam, avesse protetto la California dai terremoti, ma che in quel momento, a conflitto concluso, c’era bisogno di altri morti per continuare ad avere protezione. Era anche convinto che il padre, telepaticamente, gli ordinasse di farlo. Forte di questa convinzione arrivò ad uccidere tredici persone prima di essere catturato.
Gli inquirenti faticarono non poco ad individuare un disegno in questi omicidi. Alcune vittime di Mullin furono attribuite a Kemper e viceversa. Solo la confessione di Kemper mise un po’ d’ordine nella serie di omicidi nell’area di Santa Cruz.
I due furono anche vicini di cella per un po’. Kemper disprezzava Mullin, anzi disprezzava le motivazioni per cui aveva ucciso.
Inoltre Mullin era solito cantare in cella disturbando gli altri detenuti. Kemper aveva ideato un modo per “educarlo”. Quando le sue performance canore raggiungevano il livello di guardia, gli lanciava addosso dell’acqua, mentre quando si comportava bene, quando faceva il “bravo”, gli dava le noccioline. In questo seguiva i dettami dello psicologo comportamentista Thorndike circa le leggi dell’apprendimento ed in particolare quella dell’effetto.
Kemper sentiva però una certa affinità con Mullin, in quanto entrambi, da ragazzi avevano conosciuto gli ospedali psichiatrici. Non credeva però ai racconti circa la prevenzione dei terremoti e gli ordini di Dio.
Probabilmente Kemper sarebbe diventato un ottimo psichiatra, se solo fosse stato seguito e curato. Ma questo non lo sapremo mai.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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