Un film che ha fatto scuola. Un attore che ha incarnato il perfetto psicopatico. Un’eredità da spendere in ogni campo.
Tra tutti i film thriller/horror che ho guardato nella mia vita da boomer, l’unico che continua a farmi salire il brividino su per la schiena è Psycho.

Non L’esorcista, sono andata a scuola dalle suore, ci vuole ben altro per impressionarmi, non quelli stile bottega del macellaio e/o autopsia con il paziente ancora vivo. Certe scene, quelle che tendono allo splatter, possono arrivare a farmi provare disgusto, talvolta data l’estrema esagerazione mi fanno sorridere, ma paura, terrore no.
Psycho
La formula del brivido perfetto l’aveva trovata Alfred Hitchcock. The Master of Suspense sapeva che la tensione è il segreto di un film del genere thriller. I protagonisti vengono lasciati all’oscuro mentre lo spettatore, inerme sulla sua poltrona, vede tutto e nulla può fare.

Hitchcock volle assolutamente fare il film basato sul libro di Robert Bloch, Psycho, che a sua volta si era ispirato alla vita e alle gesta insane di Ed Gein. Acquistò i diritti del libro per soli novemila dollari, girò il film con un budget di ottocentomila dollari e il film incassò oltre cinquanta milioni.
Il regista britannico ne fece un capolavoro. Girato in bianco e nero per eludere la censura (non si poteva mostrare il sangue), la pellicola ha il suo punto più alto nella celeberrima scena della doccia. Per ottenere quei pochi minuti ci vollero sette giorni di lavoro e 72 posizioni della macchina da presa. Quando Janet Leigh si vide sullo schermo, prese la decisione di non fare mai più una doccia in vita sua, solo vasca da bagno per lei.
Ma l’indiscusso protagonista è Anthony Perkins che ha vestito i disturbanti panni di Norman Bates e della sua mamma.
Perkins vs Bates
Perkins era già da quasi un decennio nell’industria cinematografica quando venne scelto per incarnare Norman Bates. Il maestro della suspense aveva voluto proprio lui, seppure completamente diverso dal personaggio delineato nel libro di Bloch. La ragione è abbastanza evidente, l’aspetto adolescenziale, spaurito di Perkins doveva tenere lontana l’idea che fosse un assassino psicopatico. Il male non è mai brutto come lo si dipinge.
Ma la maestria di Perkins è stata anche la sua condanna. Difficile per il pubblico guardarlo nei film successivi senza temere che prima o poi tirasse fuori il coltello. Per anni evitò di parlare di quel personaggio, nel tentativo di rifarsi una “verginità” cinematografica. Per quanti sforzi facesse, per tutti era (ed è tuttora) Norman Bates.
Ad un certo punto della sua carriera deve aver gettato la spugna. Nel 1982 recitó in Psicho II, nel 1986 diresse e interpretó Psycho III. Il filone funzionava, gli spettatori volevano sapere le sorti del disturbato figlio di madre mummificata e incartapecorita.
Nel 1990 stava per uscire, questa volta per la TV, l’ultimo capitolo, Psycho IV, quando l’attore prestò il suo volto per un commercial, che avrebbe dovuto fare da traino all’ultimo episodio.
Il prodotto da reclamizzare era innocuo, cereali da colazione, un classico della pubblicità che vede famiglie assurdamente sorridenti e pimpanti al mattino prima di andare al lavoro/scuola. Tradizionalmente la mamma esorta la bontà dei cereali, quanto facciano bene e i bambini beoti sorridono mentre ingurgitano cucchiaiate di sbobba guardando la mamma di sguincio. Famiglie della pubblicità, vabbè.
Ma il commercial in questione mostra sì un figlio e la sua mamma, ma non il bambinetto tutto sorrisi e la mamma bionda, si tratta di Norman Bates e genitrice. La mamma nel film non si palesa, ma il dondolio della sedia e la voce sono inequivocabili. Non si fa riferimento esplicito ai personaggi, ma la costruzione del film pubblicitario non lascia adito ad equivoci. Mentre loda il prodotto, Perkins lo cerca in cucina e lo trova nella credenza accanto all’utile stricnina. Apre il cassetto per prendere il cucchiaio, ma la mano per un attimo indugia sul caro, vecchio, grosso coltello. Al termine dello spot, quando pronuncia lo slogan “look Ma, I am eating my oatmeal”, la telecamera stacca e porta lo sguardo dello spettatore verso il piano di sopra mentre si sente la voce di mammina dire “Now that’s a good boy.”
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Non siamo stati in grado di reperire informazioni circa l’agenzia che ha ideato e messo in piedi lo spot, andato per altro in onda solo negli Stati Uniti e neanche se abbia avuto più o meno successo.
Ma di una cosa siamo certi, tutti i bambini buoni mangiano i cereali, nessuno vorrebbe fare agitare la mamma…
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it


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