Torniamo a parlare di cibo anni 80. La giusta conclusione di ogni pasto valeva quanto il pasto stesso in termini calorici e non solo.
Con il caldo finalmente sopraggiunto e la testa alle vacanze (chi puรฒ) affrontiamo argomenti ancora piรน leggeri, poco impegnativi.

Dopo aver parlato di main courses di moda nel decennio che non doveva chiedere mai, oggi parliamo di dolci.
L’idea sottesa
Ho detto piรน leggeri, poco impegnativi? Scusate, ho sbagliato clamorosamente. Quando si parla di dolci e di dolci anni 80 trattasi di un’aperta contraddizione. Di leggero c’era davvero poco e di impegno ce ne voleva parecchio per digerirli.
Qui potrei aprire una parentesi e dire che il dolce “leggero” รจ, per quanto mi riguarda, una sciocchezza. Dolci senza latte, uova, abilmente composti con sostituti (anzi prostituti) danno vita a degli ibridi, che per il mio palato sono inclassificabili, ma che non vengono categorizzati nel file dei dessert.

Nella migliore delle ipotesi sanno di niente, in quella piรน saporita di carta o cartone di diverso spessore. Allo stesso modo rabbrividisco quando mi si parla di “ragรน vegano”. Scherziamo con i fanti, ma lasciamo stare i santi. Sono perfettamente d’accordo con la scelta personale di non voler mangiare carne, รจ giusto e sacrosanto, ma non chiamate quel miscuglio con vari tipi di legumi alla salsa di pomodoro, ragรน. Non lo รจ. Chiamatelo altrimenti. Giuseppe, Antonio, Ravi, Akash, come vi pare, ma non ragรน.
I dessert
A mia personale memoria erano tre i dessert che la facevano da padrone sulle tavole “bene” degli anni Ottanta. Mentre noi peones mangiavamo crostate marmellata e/o cioccolato, al termine dei pasti di quelli che sapevano vivere comparivano the last, but not the least, profiteroles, banana split e saint-honorรฉ
Profiteroles
Chiediamo aiuto alla Treccani: “Sorta di piccolo bignรจ cotto in forno (ripieno di crema, panna, cioccolata, o anche di formaggio o altro)“.

Si presentava come una torreggiante pila a scalare verso l’alto di elementi sferici. Il ripieno, variabile come sopra (a parte il formaggio) tendeva all’esplosione. Due erano le modalitร per mangiarlo, mettere in bocca l’intero globo rischiando il soffocamento, o provare a morderlo e sparare il ripieno urbi et orbi. Da quella moda ne sono nate innumerevoli versioni industriali ancora presenti sul mercato, sia in versione busta-di-bignรจ-da-farcire, sia in versione dolce da pizzeria.
Banana split
“Mangio solo un po’ di frutta”. Le ultime parole famose. Trattasi di un dessert nato negli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Si tratta di prendere una banana, generalmente tra le piรน grosse che albero abbia mai prodotto, aprirla in due per la lunghezza, collocarla su un imbarazzante contenitore a forma di barchetta e adagiarvi sopra con leggiadria una pallina di gelato alla fragola, una di gelato alla panna e una di gelato al cioccolato.

Sormontate il tutto con fili di cioccolato precedentemente fuso, da sbuffi notevoli di panna, granella di nocciole e ciliegie candite e siete a posto fino alla prossima estate. A voler essere maliziosi ci si potrebbe leggere nell’ensemble la metafora dei “gioielli di famiglia” piรน una ruota di scorta…
Saint Honorรฉ
Concludiamo con sua maestร , la regina dei matrimoni dell’epoca. Fatta di pasta choux, con i bignรจ intinti nel caramello e farciti di crema chiboust, una frugale preparazione con uova, latte, gelatina, meringa, zucchero, e vaniglia, il tutto collocato su una baste di sfoglia.

Una volta assemblato il dolce, si decora con la panna e tanti saluti alla glicemia. Quanto di piรน stucchevole sia mai stato concepito.
Tutto questo, servito a fine pasto, dopo panne e prosciutto e similari era nient’altro che l’ultimo gradino prima di un collasso.
Antonietta Terraglia


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