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Il disastro di Gleno

Gleno, il Vajont con quarant’anni di anticipo

Quaranta giorni di vita per un’opera che doveva dare corrente alle fabbriche. Tre anni di processo. Alla fine nessuna colpa e una lezione mai imparata

L’Italia è un Paese bellissimo, ma non ci vivrei. Perlomeno non  più, ma io, lo dico spesso, sono anziana. Quando sono arrivata a Milano, c’erano ancora dei posti in cui trovavi “i milanesi”, stirpe estinta perlomeno in città.

Il disastro di Gleno
Vittorio Emanuele III e la diga di Gleno – Boomerissimo.it®

Come tante città turistiche è diventata un mangificio, paccottiglificio e vetrina di roba incomprabile. Impossibile fare una passeggiata in centro senza incocciare in turisti in pantaloncini, in fila indiana, irriducibili nella loro occupazione rumorosa della città. Le loro voci sono alte, ridono in continuazione e le giovani fanno ombra con le loro ridicole ciglia finte a mò di tenda parasole per esterno. Chissà se sono anch’esse comandate elettricamente. E’ in corso una espropriazione dello spazio, della cultura che una volta ha prodotto il Bel Paese così, mentre adesso lo stiamo svendendo ad emiri, oligarchi e gente con tanti soldi. Avete provato a fare un giro a Positano di recente? Non dico Capri. Lasciamo perdere. Nulla è più reale. Tutto è una giostra, un circo, un fake. Ribadisco, sono vecchia e brontolo. Il nostro è un Paese fragile di cui importa poco a chi può fare qualcosa. L’importante è vendere, monetizzare. Uno sfruttamento che viene da lontano e che niente ha insegnato. Tutto già visto.

Monte Gleno

Vilminore di Scalve è un paese di Bergamo che guarda la Brescia. Sotto il Monte Gleno, sul torrente Povo era stata pensata una diga per dare corrente alle fabbriche della valle. I suoi resti si raggiungono a piedi, piloni spezzati e la casupola del guardiano.

La diga di Gleno
La diga prima del disastro (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

Quella lontana mattina del 1923 a 1.534 metri c’è nevischio, dopo giorni di pioggia intensa. La diga strapiena. Il sole non è ancora alto. Il guardiano sente un sasso cadere vicino, una crepa nella diga che si allarga. Corre. Da lì vede il primo pilone staccarsi, poi altri quattro. In meno di un minuto crolla un tratto di circa ottanta metri sui duecentosessanta della diga. Il bacino si svuota in un quarto d’ora. Sei milioni di metri cubi. L’ondata tocca i venticinque metri di altezza. Prima dell’acqua arriva l’aria. E’ il segnale che la massa è già in movimento, alla valle restano pochi minuti. Bueggio è la prima frazione. Poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte di Formello, il santuario della Madonnina di Colere. Dezzo viene quasi cancellato. Chi poteva, nelle notti precedenti, dormiva altrove. Le voci di cantiere dicevano che il materiale non era buono. Prima di Angolo la gola della Via Mala fa da imbuto. L’acqua si ferma un attimo, forma un lago temporaneo, e Angolo resta in piedi. Mazzunno no. Poi Gorzone, Boario, Corna di Darfo, lungo il Dezzo, in Val Camonica. Alle otto, tre quarti d’ora dopo il crollo, la massa è arrivata al lago d’Iseo. In meno di due ore il livello del lago sale di sei centimetri. Un numero da niente, se non si pensa a cosa ha dovuto attraversare per arrivare lì.

La valle dopo il crollo della diga di Gleno
L’acqua ha travolto tutto (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

I registri dicono 356 morti. In valle si è sempre parlato di cinquecento. Molti corpi non tornano. Altri tornano senza un documento. Il numero ufficiale è il minimo sindacale. Il numero vero non lo sappiamo, e questo, in una storia italiana di dighe, suona come una dejà vu.

La storia della diga

I lavori partono nel 1916 con la guerra in corso. Il progetto originale prevede una diga a gravità, tradotto: un muro che sta in piedi col proprio peso. In corsa diventa un’altra cosa, una diga ad archi multipli, più leggera, più ambiziosa, e soprattutto più economica da raccontare a chi deve finirla. Un cambio di progetto vorrebbe verifiche. Nessuno le chiede. Si costruisce in economia, il risparmio è il vero direttore dei lavori. Al processo gli operai diranno che nei piloni finiva un po’ di tutto. Il proprietario, Virgilio Viganò, è anche l’ingegnere capo, pur avendo nessun titolo. Il progettista sulla carta è l’ingegner Gian Battista Santangelo. L’impresario, Luigi Vita. Il Genio civile di Bergamo controlla poco e male. Il 22 ottobre 1923 il bacino si riempie. Nessun collaudo. Il capo del Genio sale alla diga e chiede a Santangelo se poteva stare tranquillo. La risposta è entrata nella cronaca locale e non ne è più uscita: «Tranquillissimo». La mattina dell’1 dicembre, la diga non c’è più. Quaranta giorni di vita. Le perdite c’erano già state. Le voci di cantiere anche.  Qui arriva il regime. Quando la diga crolla, Mussolini è presidente del Consiglio da tredici mesi. La dittatura è già un potere che ha un solo argomento buono: l’Italia, finalmente, funziona, i treni arrivano in orario. Una diga nuova che si sbriciola da sola non rientra nella narrazione. L’allora giovane governo ha ereditato un cantiere liberal-ottocentesco e scopre, il primo dicembre, che quel cantiere gli è scoppiato in mano come una granata. L’imperativo è: archiviare e dimenticare. E dimenticheremo.

Il dopo

Il 3 dicembre arrivano a Darfo Vittorio Emanuele III e Gabriele D’Annunzio. Le strade per Angolo e Mazzunno sono impraticabili. Le autorità commemorano dove l’automobile arriva, non ci sono ancora gli elicotteri. I giornali aprono a più colonne. Partono le sottoscrizioni. Per qualche giorno l’Italia sa che in una valle tra Bergamo e Brescia è successo qualcosa di devastante. Poi la notizia invecchia, nel 1923 vuol dire sparire. Non c’è la televisione e c’è un potere che non ha interesse a ricordare. Il 30 dicembre la procura incrimina Viganò, Santangelo e Vita per la morte di circa cinquecento persone. Il processo va dal gennaio 1924 al luglio 1927. Più di trecento testimoni. Il 4 luglio 1927 il tribunale di Bergamo condanna Viganò e Santangelo per disastro colposo a tre anni e quattro mesi, più 7.500 lire di multa. Vita assolto. Pene già leggere, poi alleggerite ancora, multa tolta. In appello, a Milano, nel novembre 1928, assoluzione per insufficienza di prove. Viganò nel frattempo è morto, a 46 anni, emorragia cerebrale. Santangelo esce pulito. Gli indennizzi ai parenti sono scarsi e distribuiti male. Il Gleno è già diventato un incidente di cantiere.

Vittorio Emanuele III
Il re a Darfo (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

In aula circola anche l’altra storia, quella che potrebbe salvare capra e cavoli. Un attentato. Esplosivo rubato in zona nei giorni precedenti, un boato prima del crollo, una perizia del genio militare, la pista degli anarchici della Val Camonica. Era la linea della difesa. Una bomba nel condotto di scarico, pensata per svuotare il bacino e finita in tragedia perché la diga era già debole. Non ha mai retto come spiegazione del crollo. Serviva a togliere la colpa al cemento e a trovare un nemico. Ma al regime non piaceva neanche questa versione. Un attentato riuscito dava fastidio quasi quanto una diga fatta male. Voleva dire che il nuovo Stato non controllava la valle. Meglio nessuna delle due verità. Il risultato è lo stesso, e si legge nella sentenza d’appello: zero colpevoli. Una diga che cade da sola, in un Paese che si sta convincendo di essere diventato adulto, è un inconveniente. Una diga fatta cadere dai sovversivi è un’ammissione. Una diga fatta male dai suoi costruttori, sotto gli occhi di un Genio civile distratto, è la frase che non si può scrivere. Si sceglie il vuoto.

Quarant’anni dopo

Il 9 ottobre 1963, ore 22:39, al Vajont non succede la stessa cosa. Vale la pena dirlo subito. A Longarone la diga tiene. A cedere è il Monte Toc. Una frana entra nel bacino, l’onda scavalca e dall’altra parte non resta quasi niente. I morti sono 1917, 400 mai ritrovati. Al Gleno è la struttura che si apre. Al Vajont la struttura fa il suo dovere e la montagna no, o meglio, la montagna fa quello che aveva già annunciato, e nessuno di quelli che dovevano fermarsi ha voluto sentirla. Il precedente era già tutto scritto. Solo che nel 1963 nessuno, a Roma e a Venezia, aveva il Gleno sul tavolo.

Quello che rimane – Boomerissimo.it®

La concessione idroelettrica è di un privato. Allora la Viganò, quarant’anni dopo la SADE. La fretta è la stessa: riempire, produrre, arrivare prima della prudenza. I segnali anche. In Val di Scalve erano perdite e voci di cantiere. Sul Toc sono fessure, scricchiolii, una frana che si muove e che i geologi vedono. Il controllo pubblico, nelle due storie, fa la stessa domanda e si accontenta della stessa risposta. Tranquillissimo, in una forma o nell’altra. Poi il processo, che è il punto in cui l’Italia si somiglia di più. A Gleno la colpa viene accertata in primo grado e cancellata in appello. Al Vajont le condanne arrivano, leggere e l’amnistia fa il resto. In tutti e due i casi la giustizia dimostra di saper ricostruire il disastro e di non saperlo far pagare. I parenti restano con un risarcimento che non è un risarcimento. La memoria resta dov’era la valle. La Val di Scalve il suo 1° dicembre lo ricorda. Longarone il 9 ottobre anche. Il resto del Paese, per Gleno, ha smesso quasi subito. Non è un dettaglio da storici. È il meccanismo. Se nel 1923 si fosse scritto, con la sentenza e coi giornali, che una diga italiana era crollata per variante abusiva, materiali scadenti, collaudo assente e controllo distratto, il 1963 avrebbe avuto una possibilità. Non è detto che avrebbe fermato la SADE. È detto che non l’ha avuta. Il fascismo non ha causato il Vajont. Ha fatto sparire la prova generale, e la Repubblica, su quel punto, non è andata a riprendersela. C’è un’altra somiglianza, più piccola e più cattiva. In tutte e due le storie qualcuno ha provato a spostare la causa fuori dal cantiere. A Gleno, la bomba degli anarchici. Al Vajont, la fatalità della montagna, l’imprevedibile, la natura che non avvisa. Funziona sempre. Una causa esterna assolve il progetto. Una causa interna obbliga a rileggere i contratti, le varianti, le lettere in cui un ingegnere dice che è tutto a posto. L’Italia, quando può, sceglie la prima.

Il crollo di Gleno – Boomerissimo.it®

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I piloni sopra Vilminore sono ancora lì. D’inverno si vedono da lontano, d’estate ci si arriva con le scarpe da trekking e la leggerezza di chi fa una gita. Ma sono il pezzo di Paese che nel 1923 decise che un disastro senza colpevoli è più utile di un disastro spiegato. Nel 1963 nessuno ricordava e tantomeno aveva voglia di imparare. L’onda di Longarone era la seconda. La prima l’avevamo già mandata a valle, e poi a perdere, tra una sottoscrizione e un’assoluzione.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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