Nel 1910 Mussolini scrisse l’unico romanzo della sua vita: un feuilleton erotico-anticlericale su un cardinale innamorato di una cortigiana. Vent’anni dopo lo fece sparire. La storia, con la stroncatura di Dorothy Parker sul New Yorker.
«La carne di questo prete fremeva, come freme un Dio silvano nel mirare una ninfa nuda che si specchi nell’acqua di un ruscello limpido e silenzioso.»

Su Boomerissimo scriviamo di star dell’erotismo contemporaneo (o quasi) e spesso scopriamo di non essere gli unici a ricordare. Vanessa Del Rio, Marina Frajese, Ron Jeremy, Ilona Staller. Divi del sogno erotico che esce dell’astratto. Non era giusto dimenticarli. Ma ricordandoli abbiamo scoperto un altro personaggio di rilievo, attivo, per così dire, nel ramo.
Una dimenticata star erotica
Quando c’era lui, qualcuno dice che le cose funzionavano molto meglio (ci permettiamo di avere qualche riserva, considerato che alla fine i treni non c’erano più). Forse non funzionava molto meglio la narrativa erotica, che oggi ha successi sconvolgenti su Kindle, mentre quando c’era lui contava tra i suoi esempi meno illustri proprio un romanzetto o romanzone erotico-storico, scritto appunto da “lui”. La citazione in apertura è appunto firmata “Benito Mussolini”. Si trattava, riconosciamoglielo, di un Benito Mussolini, ancora piuttosto giovane, ancora fervente socialista che, nel 1910, descrive appunto in quei termini il tormento erotico di Don Benizio. Un semplice sacerdote ma non privo di passioni carnali, che nel suo romanzo brama ossessivamente Claudia Particella, bella cortigiana e amante di un altro religioso: il suo cardinale. La frase, non il massimo della scrittura, nemmeno di genere, viene da Claudia Particella, l’amante del cardinale, l’unico romanzo scritto dal futuro Duce, e uno dei testi più curiosi (e più rimossi) di tutta la sua produzione. Un feuilleton storico pubblicato a puntate su un giornale socialista di Trento, proprio mentre l’autore, ventiseienne irrequieto, aveva bisogno di soldi e di visibilità.
Pochi soldi, meglio di niente
Tra il 1909 e il 1910, quando scrisse, Mussolini era reduce da un breve periodo di carcere in Svizzera per minacce a un capocantiere, era stato inviato dal Partito Socialista ad agitare le acque della cattolicissima Trento e a dare manforte a Cesare Battisti, direttore del Popolo.

Lo stipendio era misero. Mussolini lo arrotondava dando lezioni di francese. Battisti conosceva l’estro giornalistico di Mussolini e gli affidò il supplemento letterario de La Vita Trentina, un giornale in pesante difficoltà economica. Mussolini, pratico uomo di comunicazione e di marketing, propose la soluzione che a quel tempo era classica, come poi lo sono diventati CD allegati e figurine. Un bel romanzo d’appendice. Ambientazione, il Seicento trentino. Argomento, lo scandaloso amore tra il principe-vescovo Carlo Emanuele Madruzzo e la sua amante Claudia Particella. Non essendoci in giro molti Dumas che avessero intenzione di scrivere per un giornale socialista vicino al fallimento, Mussolini si occupò personalmente della cosa.
C’era anche del vero
La storia aveva un suo fondo di verità. A Trento, tra Cinque e Seicento, la famiglia Madruzzo aveva retto il principato vescovile, e le cronache locali ricordavano un cardinale innamorato di una cortigiana, con tanto di passaggi segreti, dipinti misteriosi e leggende di fantasmi sul Lago di Toblino.

Mussolini andò a documentarsi in biblioteca, mescolò fatti e invenzioni e scrisse di notte, in fretta, spinto dal bisogno anche del poco denaro che il giornale di Battisti era disposto a pagare. Il romanzo uscì in 57 episodi non consecutivi tra il 20 gennaio e l’11 maggio 1910, e funzionò: le vendite del giornale salirono, e sartine, impiegati e artigiani divorarono le peripezie di Claudia — donna altera e sensuale — e del cardinale che per lei sfidava il Papa. Lo stile è quello del feuilleton popolare: intrighi, veleni, passioni torbide messe in scena senza pudore. Un genere che oggi chiameremmo Dark Romance e che continua a far furore, 116 anni dopo, più o meno presso lo stesso pubblico di prima.
Letto e politica
Per non lasciare nulla al caso, Mussolini infilò nel suo polpettone storico-erotico anche il suo anticlericalismo militante: preti corrotti, divorati dalla lussuria. Anche qui, temi che non sono poi cambiati molto nelle produzioni di genere. Don Benizio, tra tutti, è la figura più fosca: si prostra ai piedi di Claudia implorandola con frasi mistiche
«Ti edificherò un altare segreto nel profondo della mia coscienza… sarò il tuo schiavo, percuotimi, disprezzami…»
Quando il prete, nonostante le esortazioni, viene, chissà perché respinto, minaccia di gettare la donna in pasto alla folla. Anche il cardinale, pur nobilitato dall’amore, resta lacerato tra dovere e carne. Claudia è la classica femme fatale mussoliniana, occhi che «sapevano la malia delle velenose passioni», pelle bianca e tenera. Di sensualità il testo ne trabocca, tra ninfe nude nell’acqua e un sadismo verbale di grana grossa. Alla pornografia vera e propria esplicita non arriva mai, ma per il 1910 è parecchio audace.
Colpi anticlericali e contraccolpi
C’è però una sfumatura che complica il ritratto dell’anticlericale puro: secondo la lettura critica di Paolo Orvieto, curatore dell’edizione Salerno, già nel romanzo del 1910 Mussolini smussava i colpi più duri contro la Chiesa, bilanciando le tirate anticlericali con figure di religiosi virtuosi. Non è una questione politica, ma commerciale, editoriale. Il giornale a cui il romanzo era destinato a un pubblico medio, non solo ai compagni di partito di Mussolini: rivoluzionari, anarcoidi, intransigenti. Occorreva smussare e dosare il messaggio per non perdere lettori. Astuzia editoriale senza tempo.

Mussolini, anni dopo, raccontò di essersi entusiasmato per il progetto (probabilmente per i morsi della fame), di aver scritto di getto ma di essersi annoiato presto. Arrivato a metà, non ne poteva più. Minacciò più volte di interrompere la pubblicazione, ma Battisti insistette, e secondo alcune testimonianze anche la giovane Rachele Guidi — che Mussolini aveva appena iniziato a frequentare — gli suggerì qualche nuova peripezia per tenere alta la tensione. Una sorta di coautrice, o di musa. Il risultato è un ibrido curioso e pasticcione: romanzo popolare, citazioni colte (Dante, Virgilio, Machiavelli, le Scritture) e propaganda politica insieme. Il giovane socialista provava a usare il Seicento per colpire il potere temporale della Chiesa. Pochi lo ascoltavano a a Trento, roccaforte clericale, dove il futuro Duce si scontrava con figure come Alcide De Gasperi. Il libro ebbe vita breve in Italia. Anzi, inesistente. Mussolini, forse non fierissimo del suo romanzo, non volle mai che uscisse in volume nel nostro paese, ma ne autorizzò le traduzioni: tedesca, spagnola, e infine inglese. Non risulta che le vendite siano state torrenziali. Dopo la Marcia su Roma smise del tutto di occuparsi di narrativa, e il romanzo finì nel dimenticatoio. Solo nel 1928, approfittando della fama internazionale del Duce, uscì negli Stati Uniti The Cardinal’s Mistress, traduzione non autorizzata e curata da Hiram Motherwell: un’operazione commerciale che vendeva il “romanzo del dittatore”. Ed è qui che entra in scena una delle penne più taglienti d’America.
Stroncato ferocemente
Dorothy Parker, sul New Yorker del 15 settembre 1928, dedicò al libro una recensione feroce intitolata “Duces Wild”. Dopo aver citato l’incipit sul vespro che sale dolcemente sul lago, scrisse che il suo unico desiderio era fluttuare dolcemente e morire anche lei, sul lago o sulla terraferma, non le importava dove. La prosa le risultava insopportabile, e tra il conte di Castelnuovo, Don Benizio e il cardinale finiva sempre per perdere il filo.
«Non riuscivo a capire né testa né coda né aringa»
–Dorothy Parker
Si descrisse chiusa in casa col libro, ritrovata dopo ore esausta sul letto, sconfitta dalle pagine. Robaccia, per Parker, resa ancora più ridicola dal fatto che l’autore era ormai il padrone d’Italia. Una stroncatura totale e velenosa, che però ebbe il merito di riportare alla luce un testo che in Italia nessuno più leggeva.
Mussolini proibisce se stesso
Il vero colpo di scena arrivò l’anno dopo. Nel febbraio 1929 Mussolini firmò i Patti Lateranensi con la Santa Sede, passaggio politico fondamentale per consolidare il regime. Un romanzo pieno di preti lussuriosi e cardinali in preda alla passione diventava improvvisamente imbarazzante. Più di quanto non lo fosse prima. Il libro fu ritirato dalle librerie italiane. Interpellato nel 1932 da Emil Ludwig, che gli chiedeva conto del romanzo, Mussolini liquidò tutto come necessità politica: la storia del cardinale l’aveva scritta con intenti dichiaratamente politici, disse, perché a quei tempi il clero era davvero corrotto — “un libro di propaganda politica”, nient’altro. Chi l’aveva scritto per attaccare la Chiesa lo faceva sparire per fare pace con essa.
Oggi Claudia Particella è tornato in circolazione grazie a ristampe moderne. L’edizione Salerno del 2009 curata da Paolo Orvieto resta la più accurata. Si legge come un documento prezioso: il ritratto di un Mussolini scrittore ancora in formazione, anticlericale viscerale ma già opportunista, capace di mescolare cultura e sensazionalismo per soldi e per convenienza politica. Un risultato imbarazzante come lo sono stati altri, del Nostro. Ma almeno in questo caso, non è costato morti inutili e la distruzione della nazione. Segniamolo all’attivo di quest’opera letteraria dimenticata, com’è giusto che sia.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.®


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