Quando la terra di Roma raccontò a Claudio Villa una verità portata dal vento
Claudio Villa è stato un personaggio divisivo. Certo della bontà della sua arte, era noto per non mandarla a dire a cantanti che evidentemente considerava meno dotati di lui. Piaceva moltissimo o non piaceva affatto. Su di lui la tolleranza non era ammessa.

Era un personaggio, questo sì. A me non è mai piaciuto. Come cantante lo consideravo “troppo vecchio”, ma non tanto per l’età anagrafica, quanto per il suo modo di interpretare. In questo è possibile sia stata influenzata dal giudizio tranchant della mia mamma, che pur amante di voci potenti, non era riuscita ad appassionarsi alla sua. Granada, Binario sono canzoni che ricordo, ma che non risentirei neanche sull’onda della nostalgia. Diversamente ricordo, con molta ammirazione, un duetto di stornelli fatto con Gabriella Ferri in una trasmissione davvero storica: Dove sta Zazà.
La sua vita personale ha avuto delle ombre, ma al momento la cosa non ci interessa.
Roma, 1944
Villa è sempre stato comunista. Non nel senso che aveva “simpatie comuniste”, no, lui è stato un granitico sostenitore del partito. Tutta la sua famiglia lo era. Trastevere, 1944. Non c’è niente di romantico in questo inizio. C’è la guerra, c’è l’occupazione tedesca, c’è una famiglia che aveva la cattiva abitudine di essere comunista in una città dove quello bastava per finire nei guai. Nel 1944 Roma viveva sotto l’occupazione tedesca da quasi un anno. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i nazisti avevano preso il controllo della capitale e instaurato un regime di terrore quotidiano. Le SS e la Gestapo, insieme alla polizia fascista italiana e a bande collaborazioniste come la Banda Koch, avevano il rastrellamento facile. Chiunque potesse essere sospettato di antifascismo, di essere ebreo o semplicemente di “non piacere” finiva fermato, portato via in camion e spesso torturato nel carcere di via Tasso. La gente usciva di casa con il timore di non tornare. C’era il coprifuoco, controlli ai mercati, perquisizioni improvvise. Nei quartieri popolari come Trastevere si viveva come si riusciva, si sussurrava, si aiutava il vicino quando si poteva, ma si guardava anche con sospetto chi sembrava troppo vicino ai tedeschi.
Claudio Pica aveva diciassette anni e già portava addosso quel tipo di curriculum che nei commissariati di Roma faceva alzare un sopracciglio. Finì a Regina Coeli. Non è chiaro per quanti giorni, non è chiaro il motivo esatto del fermo, ma i conti tornano, era il ragazzo di una famiglia sotto osservazione. Nella stessa cella c’era Nicola Stame. Foggiano (perché a Foggia non è nato solo Renzo Arbore) aviatore, tenore lirico con una carriera vera, antifascista militante nel Movimento Comunisti d’Italia. Dopo l’armistizio, invece di fuggire negli USA, dove già lo attendevano per una tournée, decise di rimanere a Roma, arruolandosi nel gruppo clandestino di Resistenza. Era stato arrestato a gennaio del 1944, era passato per via Tasso e poi era arrivato a Regina Coeli. Ogni sera cantava arie d’opera per tenere su il morale dei compagni di cella. Claudio lo ascoltava. Non sapeva nemmeno come si chiamasse davvero. Lo scopri solo molti anni più tardi.
L’odore
Nella primavera del 1944 Trastevere odorava di paura. Le strade strette erano piene di silenzi improvvisi e di sguardi che si abbassavano quando passava un camion tedesco. Da settembre, la vita dipendeva da gesti che da normali erano diventati calcolati: dove trovare da mangiare, chi si poteva salutare senza rischio, a che ora rientrare prima del coprifuoco. Nei quartieri popolari come quello di Claudio la tensione era costante. Bastava una soffiata, un nome segnato, per finire in una delle tante retate.

Qualche settimana dopo l’attentato di via Rasella, verso la fine di marzo, un odore ripugnante cominciò a diffondersi per Roma. Non era la solita puzza di spazzatura o di fogne che Trastevere conosceva bene. Era qualcosa di più denso, dolciastro e acre insieme, che arrivava da sud, dall’Appia. La gente se ne accorgeva per strada, si fermava, annusava l’aria e poi abbassava la voce. Nessuno diceva apertamente cosa potesse essere, ma tutti intuivano che veniva dalle cave fuori città.
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Claudio non riuscì a stare fermo, voleva sapere. Insieme a un prete del quartiere, un uomo che conosceva bene le strade e la gente, decise di andare a vedere da dove arrivava quel sentore. Camminarono oltre i confini più familiari del rione, verso zone deserte dove le case diradavano e c’erano terreni aperti e vecchie cave di tufo. L’odore diventava più forte man mano che si avvicinavano. Era un odore di carne marcia, di sangue secco, di terra smossa da poco. Quando arrivarono vicino alle Fosse Ardeatine, capirono. Le cave erano state usate dai tedeschi come luogo di esecuzione. Il 24 marzo, come rappresaglia per l’attacco partigiano di via Rasella del giorno prima, avevano caricato su dei camion 335 uomini prelevati dalle carceri romane: antifascisti, ebrei, detenuti comuni. Li avevano portati lì, li avevano fatti scendere in fila e li avevano fucilati a gruppi. Poi avevano fatto saltare con la dinamite l’ingresso delle cave per cercare di nascondere tutto. Ma la terra non aveva trattenuto l’odore. Era salito su per giorni, portato dal vento verso la città.
Claudio e il prete non videro i corpi. Li avevano già coperti alla meglio. Videro però la terra smossa, i segni dei camion, i resti di corde e di sangue secco sul suolo. Capirono cosa era successo. Non ci fu bisogno di molte parole. Il prete si fece il segno della croce. Claudio rimase in silenzio, con quell’odore che gli entrava nei vestiti e nei capelli. Tornarono indietro senza parlare molto. Nei giorni seguenti l’odore rimase nell’aria, e con lui rimase il desiderio di sapere. Non ne parlò per decenni. Solo molto più tardi, nel libro che scrisse alla fine della vita, tornò su quei giorni con poche, precise parole. Raccontò della cella con Stame e del momento in cui aveva saputo che il suo compagno di cella, che teneva alto il morale dei detenuti cantando, era parte di quell’odore e di quella terra smossa. Nella tasca del tenore, quando riesumarono i corpi, non trovarono un’arma o un documento falso, ma un crocifisso, un diapason e un bocchino per sigarette.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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