Nel cuore degli anni ’90 il calcio colombiano era ostaggio dei cartelli. Andrés Escobar, il “gentiluomo” che restò pulito, pagò con la vita un errore di gioco.
Correva l’anno 1994, quelli del caldo torrido e del rigore di Baggio alle stelle. L’anno dei mondiali americani, insomma. Era il 22 giugno e al Rose Bowl di Pasadena (lo stesso di una finale col Brasile da dimenticare), il sole della California picchiava sul prato perfetto. In campo, la Colombia — una delle favorite del torneo, una di quelle squadre che avrebbe dovuto finalmente regalare al mondo una nuova ventata di talento, gioca contro gli Stati Uniti. Al 34′ del primo tempo un cross di John Harkes arriva teso in area, pericoloso, tagliente.

Andrés Escobar, difensore centrale elegante, capitano e gentiluomo, si tuffa con scelta di tempo quasi perfetta per anticipare l’attaccante americano. Quasi, perché la palla tocca la sua gamba e si insacca nella porta di Córdoba. Autogol. Lo stadio ammutolisce per un istante. Poi esplode. In quel momento fatale e drammatico nessuno immagina che quel tocco sciagurato sia una tragedia non solo sportiva. Ma una vera e propria condanna a morte.
Il gentiluomo contro i narcos
Andrés Escobar aveva quel giorno 27 anni e rappresentava qualcosa di raro, in un football colombiano, di cui ancora conoscevamo poco: un’anomalia. Nato nel 1967 a Medellín, cresciuto in una famiglia modesta e cattolica, era diventato capitano dell’Atlético Nacional con la stessa naturalezza con cui altri stavano diventando delinquenti in quella stessa città. Alto, atletico, portamento perfetto, con la faccia pulita di un ragazzo che non ha niente da nascondere. In campo era un giocatore corretto, di altri tempi (ammesso che quei tempi ci siano mai stati). Fuori dal campo era un calciatore sui generis, che non amava le nottate in discoteca, che non sperperava la sua fresca ricchezza in vizi.

Che risentiva del fascino femminile e ne era abbondantemente ricambiato. Ma senza eccessi, senza storie da copertina, senza notti brave e senza strisce di polverina bianca. Il che, in una Colombia degli anni ’90 in cui il calcio e la coca si mescolavano come zucchero nel caffè, era una scelta quasi sovversiva. Per capire perché un disgraziato autogol possa diventare una sentenza bisogna, come si dice, allargare il campo visivo. Pablo Escobar Gaviria, il re dei narcos — nessuna parentela con Andrés, per quanto il destino si sia divertito ad accostare i due nomi — aveva capito prima di chiunque altro che il calcio era uno strumento di potere indispensabile. Una macchina di consenso e un lago in cui sguazzare, con tutti gli affari illeciti che il suo “lavoro” produceva a getto continuo: denaro sporco nei bilanci dell’Atlético Nacional, stadi finanziati col sangue, arbitri da riempire di mazzette o intimidire a mazzate, partite aggiustate, calcioscommesse a livelli industriali. All’altro polo della personalità calcistica la Colombia aveva un’altra star: René Higuita, l’indimenticabile portiere-showman che trasformava un passaggio all’indietro in un momento acrobatico, l’inventore della parata dello scorpione. Era l’uomo che guardava la sicurezza tra i pali, ma un po’ meno la propria: finì persino in prigione per aver mediato un sequestro. In quella Colombia, e in quel narco-football le scommesse clandestine erano un’industria che muoveva milioni e il calcio non era più solo uno sport, ma un altro fronte di guerra tra il clan di Medellín e quello di Cali. Una guerra per bande nella guerra per bande, con le sue squadre, i suoi alleati, i suoi regolamenti di conti in campo. Ma, almeno fino ad allora, più raramente fuori.
L’autorete costata la vita a Andres Escobar – Boomerissimo.it®
Andrés viveva in quel sottomondo con poche regole sporche e una legge tutta sua senza farne parte. Era un alieno in quella festa criminale permanente e questo, paradossalmente, lo rendeva più pericoloso di chiunque altro: era la prova vivente che si poteva scegliere una vita diversa.
La morte e la fine di un’epoca
Quando Pablo Escobar fu ucciso nel dicembre del 1993, poco meno di un anno prima di quei mondiali, il Cartello si frammentò e i vecchi equilibri saltarono. I nuovi padroni delle scommesse non erano più i padroni assoluti di una volta. Erano meno organizzati, più nervosi, e quindi ancora più pericolosi. Nel loro delirio di potere assoluto avevano puntato tutto, e senza freni, sulla Colombia agli ottavi. Un gesto sconsiderato per i padroni del “mercato”, forse l’unico modo per cui chi tiene il gioco in un sistema criminale del genere rischi di saltare insieme al banco. Avevano puntato tutto senza tenere conto che un mondiale non è duttile come il campionato colombiano. E soprattutto non avevano tenuto della coscia malandrina di Andrés.

Dopo l’autogol contro gli USA la tensione saltò fuori controllo. Quando Escobar tornò a Medellín, la tensione era ai massimi, ma lui non sembrò preocciparsene. Dopotutto era un giocatore della nazionale: un eroe, per quanto ferito dall’errore. Il 2 luglio 1994, Andrés, libero da impellenti impegni sportivi, stava godendosi un po’ di vita da calciatore. Erano passate da poco dopo le tre del mattino, lui era nel parcheggio di un locale insieme ad alcune amiche. Grande allegria, altri dettagli non sono noti ma tutto sembrava andare nel migliore dei modi quando un Land Cruiser nero si avvicinò. Ne scese un ceffo dall’aspetto poco raccomandabile: Humberto Muñoz Castro, guardia del corpo di un boss locale, uno dei mille capetti di un universo criminale in piena esplosione frattali. Non era lì per godersi la serata ma per spedire a quel difensore sfortunate un duro ammonimento, e tutti i sensi della profonda disapprovazione dei boss. Le parole volarono pesanti, violente, come pietre. Muñoz si riscaldò, perse del tutto le staffe ed estrasse uno dei suoi attrezzi del mestiere: una mitraglietta. Sei colpi, uno dopo l’altro, secchi, implacabili. A ogni sparo Muñoz gridava; «¡Gol!, ¡Gol!, ¡Gol!». Poi il guappo si accorse di avere leggermente ecceduto nella reprimenda: Escobar fu caricato in auto e portato in clinica. Ma quando arrivò era già morto. Al funerale parteciparono oltre 120.000 persone. L’orrore, pur in paese segnato dalle stragi quasi quotidiane, fu enorme. Ai funerali del calciatore gentiluomo, l’uomo che tutto il paese amava, partecipò anche il presidente della Repubblica. La misura era colma, la tolleranza per i clan era finita, e i clan disgregati formavano ormai un obiettivo possibile. Nessuno salvò Muñoz, che confessò rapidamente, beccandosi una condanna a 43 anni, poi ridotti. I boss che lo avevano ispirato non rimasero del tutto impuniti e finirono sotto indagine e sorveglianza strettissima per alcuni anni, cosa che non fece bene ai loro affari
Quella morte, così assurda e spietata segnò la fine di un mondo. Il narco-football aveva ucciso il suo simbolo più puro, e il Paese iniziò — lentamente, dolorosamente — a reagire. Negli anni successivi il crimine fu spedito sempre più lontano dal calcio. Nuove generazioni e di calciatori colombiani cominciarono a crescere lontane dal vecchio mondo. A Medellín, Andrés Escobar oggi ha una statua. Il suo autogol è stato quello di un intero paese che, arrivato al fondo dell’orrore, ha scelto finalmente di cambiare.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con un click a questo link
La Colombia non si ripulì per decreto. Ci volle tempo, tanti nuovi morti, ma alla fine venne fuori una generazione di ragazzi che non volevano più assomigliare a quelli che avevano distrutto il loro Paese. Gaviria prima, Uribe poi, strinsero la morsa sui cartelli fino a ridurli in frammenti. La Federación Colombiana de Fútbol seguì a ruota e iniziò a fare sul serio con i controlli sui bilanci delle società. Le valigie di contanti cominciarono a diventare scomode, i proprietari dei club con agganci troppo evidenti si misero da parte, o vennero messi da parte, spesso dietro le sbarre. Nel 2014, vent’anni dopo il Rose Bowl, la Colombia di James Rodríguez incantò il mondo intero ai mondiali del Brasile: pressing, tecnica, gioia di giocare. Non c’erano fantasmi né in porta, né dietro la porta. Era un’altra squadra, di un altro Paese. O quasi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Lascia un commento