Una storia che comincia prima del dirottamento. Promesse, alleanze, tradimenti e la vendetta di un dittatore. Per capire il dirottamento di Entebbe occorre conoscere Idi Amin.
Non vivo il senso di colpa occidentale. Non penso che dobbiamo passare il tempo e consumare le nostre energie a fustigarci e a chiedere scusa di esistere. Preferisco concentrarmi sui nemici e, nei limiti del possibile, cercare di evitare una dissoluzione che mi sembra sempre più sulla porta di casa, almeno qui nella Vecchia Europa.

Ma indubbiamente c’è anche nella nostra storia, e specificamente nella storia del colonialismo europeo qualche pagina piuttosto oscura che, non troppo paradossalmente, ha trovato ulteriore evidenza con la decolonizzazione. Due figure sono secondo me simboliche, due dittatori africani che nascono dalla pancia dell’amministrazione e degli eserciti coloniali: Bokassa (di cui abbiamo già parlato qui) e Idi Amin. Abbiamo coperto in passato l’aspetto, per così dire, culinario del dittatore ugandese, con i suoi miti e la sua orrida realtà. È l’aspetto, per così dire, interno. L’orrore che ci coinvolge per il suo lato quasi grottesco, il ritorno del cannibale. Ma c’è anche un orrore proiettato all’esterno, che ha contribuito a creare quella stagione di paura e di incertezza che sono stati gli anni ‘70 in Europa. Un tempo in cui era difficile cenare a un ristorante senza rischiare di rimanere coinvolti in una rapina, fare una passeggiata in centro senza finire in mezzo alla guerriglia urbana. O, per i più fortunati di noi, prendere un aereo senza mettere in conto la possibilità di finire dirottati, ostaggi, forse ammazzati. E c’’è soprattutto una data che chi ha vissuto gli anni ’70 non dimentica facilmente: 4 luglio 1976. Mentre gli americani festeggiavano il bicentenario dell’indipendenza con fuochi d’artificio da costa a costa, in un aeroporto sperduto dell’Uganda orientale si chiudeva in modo inaspettato una delle crisi di ostaggi più drammatiche della Guerra Fredda. Tutti ricordiamo il dramma di Entebbe, e soprattutto la sua conclusione, che avremo modo di affrontare. Ma come nasce questa vicenda? Per capirlo, bisogna partire dall’inizio. E l’inizio non è il dirottamento: è un uomo.
Il gigante con le medaglie finte
Idi Amin Dada non era un tipo che passava inosservato, e non aveva mai pensato di farlo. Pesava centoventi chili, alto quasi due metri, era stato campione nazionale ugandese di pugilato nei pesi massimi per quasi dieci anni e aveva un curriculum militare costruito mattone su mattone nell’esercito coloniale britannico, dai King’s African Rifles alla repressione dei Mau Mau in Kenya. Quando nel 1971, con una manina inglese, rovesciò con un colpo di Stato il presidente Milton Obote — approfittando della sua assenza a una conferenza a Singapore — l’Occidente tirò un sospiro di sollievo. Obote stava spostando l’Uganda verso sinistra, o meglio verso l’orbita sovietica. Nazionalizzava proprietà straniere e, dal punto di vista di un mondo diviso in due, rischiava di creare una pericolosa casamatta nemica proprio al centro dell’Africa. Amin sembrava l’alternativa pragmatica, un uomo d’ordine, affidabile. Londra lo guardava con favore. Ma aveva anche un altro alleato importante, per una volta allineato con gli interessi britannici: Israele.

Era una frequentazione di lungo corso, nata dalla necessità di un Israele assediato dal mondo arabo, che cercava sponde nel continente nero, in parte per ragioni ideali, in parte per motivi strategici. Era la grande stagione della cooperazione. Negli anni ’60, quando l’Uganda era appena indipendente, gli israeliani avevano aiutato a costruire l’aviazione militare ugandese partendo letteralmente da zero: istruttori, Fouga Magister (preziosi velivoli da addestramento), tecnici. Amin aveva studiato in Israele, ne ammirava la crescita postcoloniale, aveva stretto rapporti personali con ufficiali israeliani a Kampala ed era stato trattato da uomo di valore. Poi aveva cominciato a uscire dal seminato. Un giorno aveva chiesto agli israeliani di aiutarlo a vendere oro rubato in Congo. L’offerta era stata gentilmente ma fermamente declinata. Poi aveva chiesto aerei da combattimento per bombardare la Tanzania. Il rifiuto, stavolta, era stato anche più netto. A quel punto Amin aveva fatto i suoi conti e, con il livore dell’amico tradito, si era rivolto a Gheddafi.
Il voltafaccia
La svolta arrivò nel 1972, rapida e totale. Amin espulse i cinquecento israeliani presenti in Uganda, incamerò i loro beni, per lanciare un messaggio ancora più chiaro, installò l’OLP di Yasser Arafat nell’ex ambasciata israeliana di Kampala. È, curiosamente, la stessa mossa che farà l’Iran di Khomeini nel 1979. Rispolverò le origini islamiche — era cresciuto in una famiglia musulmana ma non ne aveva mai fatto una bandiera — e rovesciò di un colpo la politica estera. Adesso la mina vagante era lui. Gheddafi gli mandò armi e denaro. Arafat fu addirittura testimone di nozze al suo quinto matrimonio. Nel frattempo, Amin, già “presidente democratico”, aboliva le elezioni, scioglieva il parlamento, istituiva un consiglio militare e affidava la sicurezza interna alla State Research Bureau, un apparato di terrore che in otto anni avrebbe fatto sparire tra i trecentomila e i cinquecentomila ugandesi. Sulla giacca militare — quella lunga, da feldmaresciallo — cominciarono ad accumularsi medaglie: la Military Cross, la Victoria Cross, decorazioni britanniche che nessuno gli aveva conferito e che si era semplicemente autoassegnato. Quando nel 1977 la Gran Bretagna ruppe i rapporti diplomatici con l’Uganda a causa dell’omicidio dell’arcivescovo anglicano Janani Luwum, Amin annunciò di aver sconfitto l’Inghilterra e aggiunse al suo titolo ufficiale la sigla CBE: Conqueror of the British Empire. Il titolo completo, trasmesso puntualmente da Radio Uganda, era: “Sua Eccellenza Al-Hadji Feldmaresciallo Dottor Idi Amin Dada, Signore di tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare, Presidente a Vita della Repubblica dell’Uganda e Conquistatore dell’Impero Britannico”.
Il volo Air France 139
Il 27 giugno 1976 un Airbus A300 dell’Air France decolla da Tel Aviv alle 9 del mattino. Destinazione Parigi, con scalo ad Atene. A bordo ci sono 246 passeggeri, in grande maggioranza israeliani ed ebrei più un equipaggio francese di 12 persone. Ad Atene salgono altri 58 passeggeri. Tra loro, quattro che non hanno nessuna intenzione di arrivare a Parigi.

Wilfried Böse e Brigitte Kuhlmann sono tedeschi. Vengono dalle Revolutionäre Zellen, le cellule Rivoluzionarie. Chi ha letto qui su Boomerissimo la storia di Carlos lo Sciacallo conosce esattamente il mondo da cui provengono. È la stessa galassia, gli stessi contatti, la stessa rete che ha già attraversato la Vienna dell’assalto all’OPEC. Con i terroristi tedeschi ci sono due palestinesi del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina — Operazioni Esterne”, la struttura di Wadie Haddad, lo stesso uomo che aveva orchestrato proprio l’assalto al centro del potere petrolifero. Appena decollati da Atene, i quattro estraggono le armi. L’aereo viene dirottato su Bengasi, nella Libia di Gheddafi, per un rifornimento di sette ore. Durante la sosta viene liberata una passeggera israeliana di origine britannica, Patricia Martell, che simula un aborto spontaneo con un’abilità tale da ingannare perfino i sospettosi dirottatori. Pochi giorni dopo, a Parigi, sarà proprio lei a raccontare tutto quello che ha visto a bordo. E saranno le sue informazioni a fornire alle teste di cuoio israeliane le indicazioni più preziose per il raid. Ma questo, appunto, sarà materia per un prossimo articolo. Nel frattempo, l’Airbus francese riparte. Il 28 giugno, alle 15:15 ora locale, atterra a Entebbe. Sul piazzale ad aspettarlo c’è Idi Amin in persona, in alta uniforme, con la banda militare e il sorriso di chi riceve ospiti d’onore.
La selezione
I dirottatori trasferiscono tutti gli ostaggi nel vecchio terminal dell’aeroporto, da poco dismesso nella faraonica ristrutturazione voluta proprio da Amin. Non è un dettaglio da poco perché proprio quell’edificio in disuso è stato costruito negli anni ’60, gli anni della cooperazione, da una società israeliana, la Solel Boneh. Gli israeliani hanno in mano tutte le planimetrie, tutti i segreti dell’edificio e torneranno a usarle in modo molto diverso qualche giorno dopo.

Il 29 giugno avviene quello che molti sopravvissuti ricordano come il momento più agghiacciante di tutta la vicenda. I dirottatori separano i passeggeri: israeliani ed ebrei da una parte, tutti gli altri dall’altra. È una selezione vera e propria, e qualcuno tra i passaggeri l’ha già vissuta. Böse, terrorista comunista, fa scorrere la lista dei nomi, uno per uno. Un sopravvissuto all’Olocausto gli mostra il numero tatuato sull’avambraccio. Ma Böse non si scompone: “Io non sono un nazista. Sono un idealista.” La contraddizione non gli sfugge, ma l’ideologia ha risolto tutto. Al termine della selezione restano nel terminal solo 94 israeliani, alcuni ebrei non israeliani e i 12 membri dell’equipaggio francese che si rifiutano di andarsene. Il comandante Michel Bacos ha un moto eroico, da ex militare con la schiena diritta: “Non abbandono i miei passeggeri.” Viene accontentato mentre una suora francese che cerca anche lei di restare con gli ostaggi viene letteralmente trascinata via dai soldati ugandesi, che collaborano in pieno con i dirottatori. Gli altri 148 ostaggi vengono liberati e imbarcati su un volo per Parigi. Le richieste del commando vengono formulate il 28 giugno: cinque milioni di dollari e la liberazione di 53 terroristi detenuti in cinque paesi. La deadline è ravvicinatissima: 1° luglio. Verrà poi prorogata al 4, in parte perché Israele guadagna tempo fingendo di trattare, in parte perché Amin ha un appuntamento diplomatico a Mauritius — la cerimonia di passaggio di consegne alla presidenza dell’Organizzazione per l’Unità Africana — e preferisce non essere in Uganda quando la storia potrebbe diventare sanguinosa e diplomaticamente imbarazzante (ancora più imbarazzante di così, diciamo).
Il grande mediatore
Nei giorni dell’attesa, Amin recita la parte del grande mediatore. Come capita ad alcuni “mediatori” di oggi, qualcuno finge anche di credergli. Visita gli ostaggi quasi ogni giorno, porta sigarette, promette che userà la sua influenza per liberarli, si atteggia a importante statista africano alle prese con una crisi internazionale. Nel frattempo fornisce ai dirottatori cibo, armi e un medico. Manda soldati a sorvegliare il terminal a protezione dei terroristi. A Tel Aviv il generale Haim Bar-Lev, ex ufficiale che aveva conosciuto Amin molti anni prima, viene incaricato di tenerlo al telefono costantemente, in lunghe e defatiganti telefonate. Lo chiama “Eccellenza”, lo lusinga, guadagna ore preziose. Nel frattempo il Mossad interroga metodicamente gli ostaggi liberati arrivati a Parigi: esamina con minuzia le planimetrie del terminal, identifica la posizione delle guardie, studia le abitudini dei dirottatori, calcola il numero esatto dei soldati ugandesi. Un passeggero francese con trascorsi militari ricostruisce dettagli preziosi. In seguito il maggiore Muki Betser del Sayeret Matkal (il commando israeliano che sta preparando l’intervento) lo definirà “una memoria fenomenale”. Tra le informazioni che il Mossad raccoglie in Uganda ce n’è una solo in apparenza minore, ma che si rivelerà fondamentale: Amin ha cambiato la sua Mercedes di recente. Il macchinone nero adesso è una elegante berlina bianca.
Mentre le ore passano e la tragedia si avvicina, il governo israeliano è spaccato. Rabin, il militare, è tentato di trattare, Peres, il politico, spinge invece per l’azione militare. Alla fine decidono di fare entrambe le cose: negoziano per guadagnare tempo e preparano il piano più audace nella storia delle operazioni speciali israeliane.
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Nel prossimo articolo la esploreremo: quattro C-130 Hercules a 4.000 chilometri da casa, una Mercedes che deve sembrare quella di Amin, e i 53 minuti più lunghi della storia. Un blitz nato dall’orgoglio ferito di un uomo, a cui non è stato concesso di dominare l’Africa.
Antonio Pintér — Copyright Boomerissimo.it®


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