Oggi è abbastanza normale vedere un giocatore con gli occhiali. Ma nel 1974 una menomazione fisica di questo tipo significava dire addio alla carriera, a meno di essere Lew Alcindor aka Kareem Abdul Jabbar
A volte ci vuole un gigante per cambiare le cose, e quando si parla di giganti è difficile non pensare a uno di quelli più giganteschi di tutti, non solo nel fisico, non solo nel talento. Un gigante olistico, potremmo dire oggi, per cui diverse caratteristiche fuori misura finivano per confluire in un atleta di cui non si era mai viste l’uguale: Kareem Abdul Jabbar, l’uomo del “gancio cielo” o “skyhook”

Un gigante della pallacanestro che ha dominato ll’NBA per due decenni vincendo 6 anelli, 6 MVP della Lega e 2 MVP delle Finals, diventando il miglior realizzatore nella storia NBA con 38.387 punti.
Ma i numeri non dicono tutto: quando nel mio mio televisorino personale, un miracoloso 5” in bianco e nero, cominciai a farmi il mio palinsesto personale, scoprii le prime partite del basket americano trasmesse in Italia. Per quanto Dan Peterson, il commentatore, riuscisse spesso a oscurare i fuochi artificiali del campo con le sue trovate pirotecniche, gli veniva abbastanza difficile oscurare Jabbar, e non solo per i suoi due metri e venti.
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Come molti dei lungagnoni della mia generazione finii per ciondolare nei paraggi di SuperBasket, a Milan, dove si potevano comprare scarpe e maglie originali, e in più farsi appiccicare nome e numero del proprio eroe, e persino con la grafica giusta. Oggi sembra una cosa ovvia, come giocare una partita con gli occhiali. Allora era un sogno e il mio sogno portava appiccicato col ferro da stiro il numero 33 sulla gialla maglia dei Los Angeles Lakers.
Gli occhiali “da mosca” di Jabbar secondo Dan Peterson e Bagatta
Jabbar si distingueva per tante cose, da chiunque altro, persino dal suo compagno di squadra Magic Johnson, persino da un talento mostruoso come Larry Bird.

Giocava con flemma, apparentemente la partita lo riguardava fino a un certo punto, finché non cominciava a macinare ganci e stoppate che lo facevano sembrare Gulliver in mezzo ai nani. Era francamente mostruoso, inarrivabile. Era un giocatore talmente assurdo e talmente di un altro pianeta che non ti chiedevi più di tanto perché indossasse quegli occhiali assurdi. Eppure lo sapemmo, grazie a Dan Peterson e Guido Bagatta. Ma lo sapemmo succintamente tanto che ancor oggi si sente il bisogno di un racconto un po’ più dettagliato di “porta gli occhiali perché in partita uno gli ha messo un dito nell’occhio, e ha rischiato di rimettercelo”.
Vedremo di supplire noi di Boomerissimo, forti di qualche decennio di riflessioni.
I problemi agli occhi di Kareem Abdul-Jabbar, quando si chiamava ancora Lew Alcindor, iniziarono durante i suoi giorni al college con gli UCLA Bruins. Il ragazzo veleggiava a una altitudine diversa e durante le partite universitarie, gli avversari spesso cercavano di limitare il suo dominio in campo. Non è ben chiaro se i sui problemi agli occhi cominciarono perché la sua testa si trovava venti centimetri al di sopra delle altre, o perché gli avversari, nel tentativo di limitarne lo strapotere qualcosa dovevano fare, e spesso lo colpivano con ferocia, in modo intenzionale. Un trattamento che, come si vede dal video in questo articolo Jabbar ha continuato a subire, almeno per tutta la prima parte della sua carriera NBA. Poi vennero gli occhiali, e in parte anche la leggenda, che aiutò in parte a proteggerlo.
Già al college, i colpi portarono a lesioni corneali che gli fecero perdere le pochissime partite che saltò durante la sua carriera universitaria. Durante quella che venne definita “la stagione da record” di UCLA (88-2), Alcindor fu assente in una partita e si infortunò all’occhio in un’altra: gli unici due match in cui la sua squadra risultò sconfitta.
Erano le prime lesioni corneali, le prime di una lunga e pericolosissima serie. Fu nel 1974, nelle fasi preliminari della sua quinta stagione NBA, quando era già una stella dei Milwakee Bucks che Jabbar ebbe l’incidente decisivo, quello che oltre a fargli quasi perdere la vista lo trasformò in un’icona.
In un’esibizione contro i Boston Celtics, Kareem subì un’abrasione corneale in uno scontro terribile con Don Nelson. Jabbar sentì che il suo occhio rischiava di essere perso per sempre, il dolore fisico e quello interiore urlarono insieme e in un impeto di rabbia, colpì il supporto del canestro con una tale violenza che si fratturò pure la mano.
7 settimane da incubo e una sorpresa
Quando Kareem tornò, dopo aver saltato 14 partite, un’eternità aveva uno spirito nuovo e una nuova idea.

Il 23 novembre 1974, gli spettatori lo videro scendere in campo con qualcosa di estramemente strano sulla faccia. Il New York Post nella sua cronaca del tempo lo descrive come un paio di occhiali da aviatore, ma sinceramente, al nostro sguardo italiano, quell’oggetto sulla faccia ricorda più una delle vecchie maschere da sub che si usavano al mare, col vetro temperato, la gomma di gomma e non si silicone, quelle che si tenevano in una scatola spolverate di borotalco.
Comunque sia, il Jabbar con maschera da aviatore o da sub condusse i suoi a massacrare in modo feroce i New York Knicks, sotto gli occhi di un pubblico di casa ostile e inferocite. Jabbar non era mai stato un tipo loquace, ma nel dopopartita, una partita in cui i suoi altissimi occhi erano stati finalmente al sicuro, spiegò con grande naturalezza ai reporter il perché di quella attrezzatura che portava, e che nessuno aveva mai visto prima.
“Devo conservare i miei bulbi oculari. Mi è rimasto solo l’ultimo paio”
–Kareem Abdul Jabbar
Era un mascherone veramente curioso, e come riuscisse a giocare e dominare con un paraocchi del genere è un mistero che solo Kareem Abdul Jabbar può conoscere. A noi comuni mortali che già ci tiravamo la palla in faccia con una visione a quasi 180° quella specie di armatura che impediva la vista laterale sarebbe risultata fatale. Evidentemente non tutti siamo creati uguali.

I primi occhiali comunque non durarono a lungo. Kareem stesso passato l’entuisiasmo per il fatto che le dita degli avversari, per la prima volta in carriera, non rischiavano più di cavargli gli occhi, ammise che avrebbe avuto bisogno di un modello migliore.
“Devo procurarmi un altro paio, di quelli avvolgenti. Con questi non riesco a vedere la gente che si aggira di nascosto vicino al canestro”.
Kareem Abdul Jabbar
I nuovi occhiali protettivi di Jabbar, quel modello che mi ha sempre ricordato gli occhi di una mosca diventarono parte integrante del suo look e della sua leggenda, insieme alla sua maglia numero 33 e alla sua altezza fuori del comune.
Quegli occhiali straordinari riuscirono a far dimenticare a tutti che in fin dei conti erano un rimedio a una ferita, a un handicap, a una depolezza. Addosso a Jabbar non lo sono mai sembrati e forse molti “quattrocchi”, sicuramente quelli americani, possono ringraziare Jabbar per la loro definitiva accettazione.
Quando Kareem si ritirò era ormai il 1989: erano passati vent’anni di NBA. I suoi compagni dei Los Angeles Lakers decisero di rendergli un tributo speciale e nell’ultima partita della stagione regolare, tutti entrarono in campo con gli stessi occhialoni. Un abbraccio, o forse sarebbe meglio dire una strizzata d’occhio, al gigante che stava concludendo la sua carriera.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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