Una tranquilla signora di mezza età gestiva un pensione e nascondeva i cadaveri in giardino
Secondo le statistiche, gli assassini seriali non sono numerosi, non sono loro ad alzare il tasso degli omicidi. Di sicuro, però, attirano l’attenzione, non solo degli inquirenti, ma anche di coloro che sono appassionati di true crime.

Se il delitto d’impeto o legato a rapine si esaurisce in un episodio in cui la ragione, la motivazione è chiara, quasi banale, l’omicidio seriale solletica il desiderio dell’uomo di comprendere l’incomprensibile.
Gender gap
Numeri alla mano, esiste un divario importante tra uomini e donne in materia di serial killer, con un netto vantaggio di uomini rispetto alle donne.
Prendiamo la patria dei più famosi assassini, gli Stati Uniti. L’85,7% dei serial killer identificati sono uomini, mentre il 14,3% sono donne. Solo il 15% di tutti i serial killer nel mondo sono donne.

Ci sono delle possibili spiegazioni per questa disparità. I fattori biologici, gli uomini tendono ad essere mediamente più aggressivi e violenti, forse a causa di livelli di testosterone più elevati. Anche il gene MAOA, legato all’aggressività, è più diffuso negli uomini. Inoltre gli uomini possono essere condizionati a essere più violenti a causa delle norme e delle aspettative sociali.
Un’altra differenza risiede nelle motivazioni. Il 35% dei serial killer uomini è spinto dalla gratificazione sessuale, rispetto al 5% delle femmine. Il 52% delle donne serial killer uccide per motivi economici, contro il 18% degli uomini. Anche la tecnica omicidiaria differisce. Gli assassini maschi hanno maggiori probabilità di usare come arma la violenza fisica, mentre le donne tendono a usare metodi più “tranquilli” come l’avvelenamento. Le donne tendono a uccidere persone che conoscono, il che può rendere i loro crimini non identificabili come omicidi seriali.
E’ anche vero che i killer di sesso femminile tendono ad essere più difficili da individuare, in quanto è meno probabile che cerchino l’attenzione dei media.
Questo non significa che siano “migliori”, tutt’altro. Possono essere altrettanto crudeli.
Dorothea Puente
Dorothea Puente era una tranquilla signora americana dimessa, mediamente anziana che gestiva una pensione a Sacramento, in California, negli anni Ottanta. I suoi ospiti erano per lo più anziani e disabili ai quali offriva aiuto e rifugio.
Puente era nota per accogliere persone considerate “casi difficili”, tra cui alcolisti in via di guarigione, tossicodipendenti e malati di mente. Questo faceva sembrare la sua pensione un’opera compassionevole per coloro che erano all’ultima spiaggia.
Ma la realtà era diversa.
Dorothea Helen Gray nacque nel 1929 a Redlands, in California, sesta di sette figli nati da Trudy Mae e Jesse James Gray. Entrambi i genitori erano alcolizzati con comportamenti instabili. Il padre minacciava ripetutamente di uccidersi davanti ai figli, mentre la mamma, una persona violenta, lavorava come prostituta.
Quando Dorothea aveva 8 anni, il padre morì e la madre perse la custodia dei figli, ad ogni modo morì poco dopo in morì in un incidente di motocicletta.
Lei e i suoi fratelli cominciarono a girare per case famiglia ed orfanotrofi. Fu qui che la ragazzina subì ripetuti abusi sessuali. Quando aveva appena sedici anni era già solita prostituirsi in un motel per sopravvivere. Alla fine della seconda Guerra Mondiale conobbe e sposò un veterano. Per potersi sposare Dorothea, non ancora maggiorenne, mentì sulla sua età, indicandosi come la trentenne Sherriale A. Riscile.
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Il matrimonio fu breve ed infelice. Ebbe due figlie di cui non si prese cura. Una la mandò a vivere con dei parenti e l’altra la diede in adozione.
Fu allora che cominciò una carriera di piccola truffatrice. Falsificava assegni, un’attività che la portò ad una condanna di quattro mesi di carcere e tre anni di libertà vigilata. Era ancora in libertà vigilata quando aprì la sua pensione.
Per la sua propensione ad accogliere gli ultimi, Puente in breve conquistò un’ottima reputazione presso gli assistenti sociali di Sacramento. I suoi preferiti erano persone che vivevano ai margini della comunità, prive di legami familiari, senza fissa dimora, senza amici stretti, che avevano meno probabilità di essere cercate in caso di scomparsa.
Ma c’era davvero poco spazio per la bontà nel suo operato. C’era un turnover serrato tra i suoi coinquilini che poco dopo il loro ingresso in casa morivano. Nessuno si dava la pena di indagare su ex alcolisti e tossicodipendenti. Dorothea somministrava loro letali cocktail di farmaci e li faceva sparire, continuando ad intascare la loro pensione. Il “giochetto” andò avanti per anni, prima che qualcuno indagasse.
Se solo qualcuno si fosse fatto venire un dubbio, c’erano effettivamente dei segnali evidenti, delle bandiere rosse sull’attività della signora Puente. Segnali che gli assistenti sociali e le autorità non avevano colto. Gli affittuari cambiavano di frequente, un avvicendamento che la signora giustificava dicendo che si erano trasferiti improvvisamente senza preavviso. Dava spiegazioni vaghe sugli spostamenti degli inquilini.
Assurdo a dirsi, quando aprì la sua pensione nessuno fece dei controlli sul suo passato, sulla sua fedina penale. Un inquilino segnalò di essere stato drogato e derubato, ma nessuno, in quell’occasione, diede peso alle sue dichiarazioni.
La sua reale attività venne scoperta solo nel 1988. Nel novembre di quell’anno Alvaro Montoya, un disabile affetto da schizofrenia che viveva nella pensione di Puente, scomparve. L’ assistente sociale che si occupava di lui, Judy Moise, si insospettì quando non riuscì a rintracciarlo Puente aveva dato risposte evasive e incoerenti sulla sua sorte. Judy decise di dare un seguito alle sue preoccupazioni presentando una denuncia di scomparsa per Montoya.
Quando la polizia si presentò alla pensione, l’inquilino John Sharp consegnò all’agente un biglietto con scritto: “Mi sta facendo mentire per lei”. In seguito Sharp rivelò dettagli inquietanti, tra cui strani odori in casa e buche scavate in cortile. Iniziarono quindi a scavare e trovarono resti umani, per un totale di sette corpi sepolti nel giardino della proprietà. Solo allora i vicini ricordarono che Dorothea diventava isterica se si camminava sul suo prato. In seguito furono scoperti altri due corpi, tra cui quello di un ex fidanzato della donna. Mentre la polizia perquisiva la proprietà, Puente fuggì a Los Angeles, ma fu arrestata pochi giorni dopo.
Il processo
Il processo iniziò nel 1993 e terminò dopo cinque mesi più 35 giorni di deliberazione della giuria. La donna che accoglieva gli ultimi fu condannata per soli tre omicidi di primo grado alla pena di due ergastoli consecutivi senza possibilità di libertà vigilata.
Dorothea Puente è morta in carcere il 27 marzo 2011, all’età di 82 anni, per cause naturali. Un epilogo migliore rispetto a quello dei suoi inquilini.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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