Quanti passeggeri di Boeing 767 devono la loro vita al coraggio e alla determinazione di Niki Lauda? Storia di un incidente drammatico e della lotta dell’austriaco per fare vincere la verità, e riportare la sicurezza nei cieli.
Niki Lauda è stato un pilota diverso dai grandi cavalieri che hanno creato il mio della Formula 1 anni ‘70. Non era scapestrato, non viveva una vita disordinata, non era un pilota romantico, di quelli che ti accendono il cuore.

Era solo veloce, dannatamente veloce. E dannatamente determinato a vincere. Forse per questo non tutti i piloti del circus lo amavano. Meno di tutti lo ha amato Arturo Merzario, l’uomo che gli ha salvato la vita al Nurburgring, senza peraltro ricevere in cambio nessuna tenerissima dimostrazione di gratitudine, solo un orologio (peraltro di secondo polso). Non tutti amavano Lauda, ma tutti hanno sempre riconosciuto il suo talento, la sua determinazione feroce e il suo impegno per la sicurezza (che per Lauda doveva eliminare i rischi inutili e irrazionali, senza danneggiare le prestazioni e la difficoltà diabolica di guidare una Formula 1). Un impegno che racconteremo in questa storia: la più terribile avventura mai avvenuta al Lauda uomo, dopo le fiamme del Nurburgring.
Volare alto
Per il volo, Lauda ha sempre nutrito una passione sincera. Abile pilota di aerei per il proprio divertimento, verso la fine della sua carriera agonistica, il gelido austriaco cominciò a trasformare il suo hobby in un lavoro, fondando la Lauda Air (la prima delle tre compagni che Niki avrebbe lanciato nel corso della sua vita).

Anche come proprietario e Direttore Generale di una compagnia aerea, l’uomo era sui generis. Non erano molti i suoi colleghi in grado di sbucare improvvisamente e guidare uno dei propri aerei, per la felicità dei passeggeri. Ma pilotare un aereo era fra tutti la parte più divertente di un lavoro complicato e difficile. Forse uno dei pochi ancora più difficili che guidare una Formula. O almeno questo è sempre stato il parere del protagonista.
“È il lavoro più difficile del mondo”
–Niki Lauda
Un altro lavoro in cui non si può mollare, mai. Non si può lasciare al caso nemmeno il minimo dettaglio, o si rischia di pagarla molto cara.
Quel maledetto giorno del 1991
Era una notte come tante altre, quella del 26 maggio 1991, quando il telefono squillò nella casa viennese di Niki Lauda. L’ex campione di Formula 1 non era nuovo alle chiamate ad ogni ora del giorno e della notte. Essere a capo di una linea aerea che copre in ogni momento tutti e 24 i fusi orari ha le sue conseguenze sul riposo.
Ma quella non era una chiamata come tante altre. Non ci furono preamboli, non ci furono arzigogolati tentativi di spiegare l’ennesimo inghippo politico, sindacale , di dogana o di aeroporto. Le parole che Lauda udì dall’altra parte della linea erano asciutte, dirette, e gli gelarono il sangue: il volo Lauda Air 004 era precipitato in Thailandia. Tutti i 223 passeggeri e membri dell’equipaggio erano morti. Non c’è nulla che possa preparare un uomo ad una notizia del genere, nemmeno l’uomo che ha già fatto i due lavori più difficili del mondo. Il suo aereo era caduto, in circostanze completamente ignote e incomprensibili. E ora una delle più grandi tragedie della storia dell’aviazione portava il suo nome, e l’avrebbe fatto per sempre. Lauda saltò su un aereo, sul sedile del pilota ed in poche ore era già a Bangkok, determinato a scoprire la verità dietro una tragedia che non solo era già costata la vita a 223 persone, ma avrebbe certamente distrutto lui, e tutto il suo lavoro. Giunto sul luogo dell’incidente, Lauda si trovò di fronte a una scena di devastazione. I rottami dell’aereo erano sparsi su un’ampia area nella giungla thailandese. Lauda sapeva come si affronta una catastrofe: in prima persona, senza contare su nessun altro che non sulla propria volontà di uscirne Si unì di persona alle squadre di recupero, frugando tra gli alberi, le rocce, la boscaglia di una superficie immensa, cercando indizi tra i detriti. Ogni pezzo di metallo, ogni vite, ogni minimo dettaglio erano vitali. Lui era lì perché nemmeno uno andasse perduto. Le prime indagini non furono d’aiuto, anzi avrebbero spinto alla disperazione qualcuno dalla volontà meno feroce di lui. Il registratore dei dati di volo, la famosa “scatola nera” era stato completamente distrutto nell’impatto. Una cosa che non succede quasi mai. Rimaneva solo il registratore vocale della cabina di pilotaggio, ma era ben poco quello che emergeva da quegli ultimi, disperati minuti di volo e dalle comunicazioni dell’equipaggio con i controller di terra. Tutto era successo troppo in fretta, senza che nessuno, apparentemente, avesse un’idea del perché, nemmeno a bordo. Passavano i giorni, poi le settimane, e le risposte sembravano sempre più insoddisfacenti.
Un mistero a bordo
Il Boeing 767 era decollato dall’aeroporto di Bangkok-Don Muang alle 23:02 ora locale. Circa 7 minuti dopo il decollo, mentre l’aereo stava salendo attraverso i 4.000 metri, qualcosa di imprevisto era successo. L’inversore di spinta del motore sinistro si era attivato improvvisamente. Tracce di questo imprevisto erano ascoltabili nelle conversazioni di bordo. Ma stranamente sembrava che l’evento non avesse allarmato i piloti. Secondo i manuali di volo non c’erano particolari misure da prendere, era un evento indesiderato ma certamente non catastrofico.

Invece il pilota aveva perso il controllo dell’aereo, che era entrato in una picchiata incontrollata e si era prima disintegrato in volo, e poi schiantato al suolo. Era impossibile capire perché. Ma Lauda non si arrese. La sua mente analitica, affinata da anni di corse automobilistiche, continuava a cercare il pezzo mancante del puzzle. Boeing sosteneva che l’aereo potesse tranquillamente volare con un inversore di spinta attivato. L’incidente era avvenuto per qualche altra ragione, per un errore di manutenzione o per imperizia del pilota. Lauda, pilota d’aereo d’esperienza, non era convinto. Troppo facile, troppo comodo, scaricare tutto su un pilota morto nello schianto, dopo un incidente meccanico imprevisto. Innocuo, secondo Boeing. Che era sicuramente un interlocutore tecnicamente esperto, ma non il più disinteressato del mondo. Lauda decise di sfidare il gigante dell’aviazione sul suo stesso terreno. Volò di nuovo, e questa volta a Seattle. Si presentò alla sede della Boeing, e chiese di poter provare la situazione in un simulatore di volo. Boeing rifiutò seccamente. Non se ne parlava nemmeno. La cosa riuscì semmai ad accrescere i sospetti dell’austriaco, che rischiava a quel punto di pagare per tutti. Abbandonato dalle organizzazioni internazionali di sicurezza, che avevano scelto di non mettersi contro il colosso aeronautico, poteva contare solo su sé stesso, ancora una volta. Ma persino per Boeing, Lauda era l’avversario sbagliato. Annunciò che non si sarebbe mosso di lì finché non l’avessero fatto sedere al simulatore.
“Questo era il mio aereo, il mio nome, la mia responsabilità… quindi lasciatemi provare”.
Niki Lauda.
Alla fine fu Boeing a mollare. Nel simulatore, Lauda tentò 15 volte di recuperare il controllo dell’aereo nelle stesse condizioni dell’incidente. Ogni volta fallì. Era ormai chiaro a tutti che l’attivazione dell’inversore di spinta non era quel banale e controllabile imprevisto che alla Boeing volevano far credere. Era un evento catastrofico, del tutto incontrollabile. E nulla, nei manuali, nella letteratura tecnica aveva preparato i piloti al verificarsi di una eventualità del genere. La battaglia non era ancora vinta. Il dipartimento legale della Boeing si rifiutò di riconoscere la sconfitta e tantomeno di rilasciare una dichiarazione pubblica. Lauda, ancora una volta, non si lasciò intimidire. Se l’azienda non aveva intenzione di riconoscere quello che ormai era evidente, non restava che la tempesta mediatica. Li avrebbe sbugiardati, sfidati davanti alle telecamere di tutto il mondo. Convocò una conferenza stampa e, dopo avere esposto i fatti, lanciò la sua sfida.
“Se credete che le persone possano continuare a volare su questi aerei senza rischi, allora facciamolo”
–Niki Lauda
Boeing, sotto la pressione dell’opinione pubblica, solo a questo punto fu costretta a cedere. Ammise finalmente che una situazione come quella del volo 004 non era superabile. Non c’era nessuna possibilità di sopravvivere.
Aveva vinto, ancora una volta, Niki Lauda: Boeing fu costretta a emettere un avviso diretto a tutte le compagnie aeree del mondo, segnalando che oltre 1600 aerei Boeing, tra cui 737, 747, 757 e 767, montavano sistemi di inversione di spinta simili a quelli che avevano causato l’incidente. 1600 aerei in tutto il mondo rischiavano di cadere da un momento all’altro, per le stesse ragioni del volo Lauda 004. Per responsabilità di Boeing, e di nessun altro. La tenacia di Lauda aveva vinto ancora una volta. Furono costretti a riprogettare completamente il sistema di inversione di spinta. Quante vite sarebbe costata l’ostinazione di Boeing? Quanti turisti, uomini d’affari, famiglie, devono la vita ad un uomo che ancora una volta era stato costretto a lottare per la sua vita, contro tutto e contro tutti? Fortunatamente, non lo sapremo mai. La più grande vittoria di Niki Lauda resterà per sempre nella storia proprio per questo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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