Miles Davis ha ha giocato in tutti i campi e su tutti i terreni. Ma pochi sanno che in un momento importante della sua carriera fu addirittura scambiato per il nuovo straniero del Napoli. Non da uno qualunque, ma uno che di Napoli se ne intendeva parecchio.
Miles Davis è stato simpatico a pochi e la sua musica, in fasi diverse, discussa da quasi tutti. Personalmente, pur non essendo particolarmente tradizionalista, ho sempre nutrito un certo scetticismo per il Davis “elettrico” da Bitches Brew in poi. Non credo nemmeno che le sue motivazioni fossero particolarmente nobili né artisticamente ispirate, e ne ho scritto in questo articolo.

Ciò non toglie che lo ritenga un gigante assoluto, e chiunque abbia provato a studiare e a suonare i suoi soli (quelli del periodo “classico”) non può, almeno credo, che restare ammirato per la sua capacità, rara nel mondo del jazz, di dire moltissimo con poche note, e nemmeno particolarmente sofisticate o ritmicamente creative. Davis è un maestro assoluto della pausa, dello spiazzamento infinitesimale, e cercare di scoprire le sue trappole e i suoi trucchetti ripercorrendo la sua musica, è un’impresa che dovrebbe tentare chiunque aspiri a suonare, o anche solo a comprendere meglio, il jazz (etichetta che Miles riteneva riduttiva ma noi al contrario amiamo molto).
Restare sulla cresta dell’onda
Nel 1969 Miles Davis si lasciò tutto questo alle spalle perché era geloso delle giovani popstar e non aveva nessuna intenzione di diventare un classico, o in altre parole un vecchio. Per una decina d’anni suonò cose, nella mia modestissima opinione, perlopiù assurde e incomprensibili. Ma cose che lui, nel suo grande disprezzo per il pubblico, riteneva potessero essere giudicate moderne, proprio per la loro mancanza di “forma”. Si divertì molto, credo. E anche questo è importante. Comprò bellissime macchine, le scassò in incidenti improbabili, lottò con tutte le sue mai risolte dipendenze (ne aveva un’intera collezione), sparì per anni dalle scene. E quando tornò nel 1980, lo fece, almeno secondo me, in modo più lineare e in fin dei conti artisticamente onesto. Si lanciò a pieno titolo nella pop music, e pure con un certo successo. Invitò Sting a partecipare al suo album “You are under arrest” del 1985, si innamorò di Prince, la sua più grande fonte di ispirazione del periodo. Suonò la tromba in un singolo degli Scritti Politti, chiamò Steve Lukather dei Toto ed altri a collaborare con lui. L’album più simbolico del periodo è Tutu, che a me è sempre piaciuto molto, perlomeno quanto ti può piacere della musica strettamente pop, ma ben pensata e divertente.
Per altri non è nemmeno un album di Davis, ma del bassista e arrangiatore Marcus Miller, che usò la tromba di Davis per creare un’opera che col jazz non ha più nulla a che fare. Un disco strettamente funky hip/hop. Un distacco definitivo, che secondo me, considerata la direzione che Davis aveva preso da tempo, è invece una cosa molto buona. Meglio del funky gustoso che del jazz elettrico cervellotico, o almeno così la penso io.
Colpo di fulmine per una improbabile pop star napoletana
Sia come sia, Davis era ormai totalmente lanciato nel pop nel 1986, quando, nel corso di una delle sue movimentate tournée si trovò a Palermo, chiuso in taxi, bloccato nel traffico palermitano nei pressi del mercato della Vucciria.

Alla radio suonava una canzone di Nino D’Angelo, il cantante neomelodico col caschetto biondo e il viso irrimediabilmente segnato da una devastante acne giovanile. Un personaggio che pochi allora prendevano sul serio, tra gli amanti della musica definibile “seria” a qualsiasi titolo. Nino D’Angelo con il tempo ha assunto una statura musicale diversa, ma allora, in quel momento del 1986 era un attore di B-movie e un cantante di quella che per tutti, esclusi gli amanti del kitsch neomelodico, poteva soltanto considerarsi B-music. Ma Miles Davis non è mai stato uno che segue la corrente e ama quello che ci si aspetta un grande musicista dovrebbe amare. Ha sempre avuto il gusto di stupire e scandalizzare. E quell’urlatore col caschetto sembrava fatto apposta per realizzare a meraviglia entrambi gli obiettivi. Narra la leggenda che Miles Davis si fece condurre seduta stante dal tassista ad acquistare delle musicassette (nessuno sa se originali) dell’artista che stava ascoltando. E non solo, Miles Davis se ne invaghì realmente: lo ascoltava, lo metteva alle sue feste. Ne parlò persino in un paio di interviste.
“l’altro giorno ho sentito cantare un italiano che mi ha scioccato: Nino D’Angelo. È formidabile, potrei suonare la sua musica”
–Miles Davis
Purtroppo (o per fortuna) il progetto musicale non si realizzò. Ma quell’interesse era vero, e ne sono rimaste le tracce, stampate come si faceva una volta: nero su bianco.
Il nuovo Maradona
Nino D’Angelo, ormai lo abbiamo capito, non frequentava a quell’epoca le alte sfere della musica (molto è cambiato negli anni successivi, con un maturazione artistica che non tutti si sarebbero aspettati). Non aveva la minima idea di chi fosse Miles, e forse era troppo impegnato sui set di opere indimenticabili come “Nu Jeans e na Maglietta” per seguire i giornali. Ma a informarlo che qualcosa di grosso stava accadendo ci pensò il suo bassista, che aveva appena letto sui giornali l’intervista dell’americano, e i suoi complimenti al giovane napoletano.
D’Angelo, nel suo irresistibile candore rimase piuttosto perplesso. Assorbito sulla scena della canzone napoletana, non aveva idea di chi fosse questo Miles Davis. Forse, ha ricordato, avrebbe potuto arrivare a riconoscere i Beatles. Ma forse. Questo Davis per lui non era nessuno. O forse era qualcuno di importantissimo, in un campo che per Napoli è sempre stato decisivo?
“”Onestamente, questo Davis non lo conoscevo. Ma il nome era importante: “Davis…” Dico ‘ma chi è? Un nuovo giocatore del Napoli?’”
–Nino D’Angelo
Il momento era quello adatto. Dal 1984 a Napoli era arrivato un certo Diego Armando Maradona. Un ragazzo di talento, che in coppia con questo Davis magari avrebbe potuto fare faville. In effetti il Napoli le fece: proprio quell’anno cominciò la galoppata verso lo scudetto 1986-87.
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Ma lo fece senza quel promettente “Davis”. Il misterioso straniero proprio in quel periodo cominciò a giocare nella squadra di Quincy Jones, per produrre Back on The Blocks. Un altro album che avrebbe lasciato il segno, anche se non nel modo più apprezzato dal giovane D’Angelo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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