Un giorno di ordinaria follia non è solo un film. La vita reale, la cronaca ci offre costantemente episodi di gente normale che, colma la misura, raggiunto il livello di guardia della sopportazione, “sbrocca”, con conseguenze tragiche.
La vita scorre sonnacchiosa, tra consueti alti e bassi per tutti. Gli eroi o antieroi, che riempiono il proprio curriculum di successi, imprese eclatanti sono pochi. Per quanto poco si abbia, per quanto banale sia la nostra vita, il suo lento procedere è fonte di sicurezza, ci tiene con i piedi per terra, anche quando tutto intorno a noi sembra prendere una pessima direzione.

Poi, a volte, succede qualcosa. Il fiume indolente della nostra vita incontra un ostacolo, una diga e si ferma. E lì vengono a galla tutti i timori, le brutture che avevamo inghiottito e non riusciamo più a trattenerle. Così comincia la storia di Raimundo Nonato Alves da Conceição.
Raimundo Nonato Alves da Conceição
Nel 1988 Raimundo Nonato c, di anni ventotto rimase senza lavoro. Lavorava nel settore dell’edilizia, faceva il trattorista ed era stato anche all’estero con la ditta, in Iraq. Il Brasile stava vivendo una situazione economica disastrosa, l’inflazione era alle stelle. Raimundo improvvisamente si trovò senza sostentamento e senza prospettive. Qualcosa accadde nella sua testa, come un clic. Chi era il responsabile di questa immane e personale tragedia? Raimundo si diede la risposta, l’allora presidente del Brasile José Sarney.

Nonato decise che era necessario agire e atterrare il nemico. Concepì un piano che gli avrebbe consentito di uccidere la persona che era la causa non solo dei suoi mali, ma di quelli di un intero Paese.
Il prequel dell’11 settembre
Il 29 settembre 1988, salì a bordo del volo 375 della Viação Aérea São Paulo (VASP), un Boeing 737-317 con a bordo 98 passeggeri. L’aereo sarebbe dovuto arrivare a Rio de Janeiro facendo scali a Cuiabá, Brasilia, Goiânia e Belo Horizonte. Armato di un revolver calibro 32, Raimundo si imbarcò all’aeroporto di Confins, a Belo Horizonte. In quegli anni la sicurezza negli aeroporti lasciava a desiderare. In aeroporto non erano presenti metal detector o raggi X per controllare i passeggeri all’imbarco. Circa 20 minuti dopo il decollo, l’ex trattorista si alzò dal suo posto e si diresse verso la cabina di pilotaggio. L’assistente di volo Ronaldo Dias cercò di impedirgli di avvicinarsi alla porta. Raimundo reagì sparando un colpo, sfiorando l’orecchio dell’assistente. La detonazione mise in allarme i piloti, che chiusero l’ingresso della cabina. Una misura poco efficace, le porte negli anni Ottanta non erano ancora blindate, con un paio di colpi di pistola, Raimundo riuscì ad entrare. Aveva già sparato a un assistente di volo e a un terzo membro dell’equipaggio, ora minacciava il pilota. Gli impose di fare rotta verso Brasilia. Il suo intento era di raggiungere il Palazzo Planalto, dove si trovava il presidente per far schiantare l’aereo. In quegli attimi concitati, il copilota Salvador Evangelista avrebbe tentato di contattare il controllo del traffico aereo, Raimundo se ne accorse. Il pilota dell’aereo, Fernando Murilo de Lima e Silva, riuscì ad attivare il codice 7500 sul transponder. Si tratta di un codice internazionale per segnalare “interferenze illegali” a bordo, un nome complesso per dire dirottamento. Ricevuto l’allerta, un caccia Mirage dell’Aeronautica Militare Brasiliana si affiancò al Boeing, mentre il Presidente Sarney veniva informato del piano in atto. Intanto a bordo il pilota stava provando a prendere tempo. Riferì a Raimundo che non sarebbe stato possibile volare a Brasilia a causa delle condizioni di visibilità e della scarsità di carburante. Il dirottatore chiese allora di andare verso San Paolo. Il copilota Salvador Evangelista si chinò per prendere la radio e confermare il cambio di rotta, Nonato gli puntò la pistola alla tempia e fece fuoco. Evangelista morì sulla cloche del Boeing 737.

Murilo stava pilotando mentre Nonato lo teneva sotto tiro. Ebbe un’idea, tentare il tutto per tutto per fermare Raimundo, eseguire un “tonneau”. La manovra è comune negli aerei da caccia, ma nessuno sapeva, fino ad allora, che fosse possibile eseguirla con un aereo commerciale. Il tonneau consiste in una rotazione completa sull’asse longitudinale del volo. Il capovolgimento del velivolo buttò il dirottatore fuori dalla cabina, dando il tempo al pilota di atterrare a Goiânia.
L’epilogo
Raimundo scese dal Boeing prendendo in ostaggio il capitano e due assistenti di volo. Lo scontro a fuoco fu inevitabile. L’attentatore sparó al pilota ad una gamba, ma venne raggiunto da tre proiettili, di cui uno ai reni.

Portato in ospedale morì qualche giorno dopo. Morto per le ferite causate dai proiettili? No. La causa della morte come risultó dall’autopsia fu una condizione infettiva dovuta all’anemia falciforme. I giornali brasiliani ventilarono l’ipotesi di una iniezione letale, ma il caso non fu mai indagato a fondo.
Le conseguenze? Nessuna
Il caso è diventato una pietra miliare storica nell’aviazione brasiliana. “È difficile dire se ci siano stati errori quando c’è qualcuno con intenzioni malevole e si verifica una circostanza senza precedenti”, commentó a BBC News Brasil la professoressa Larissa Ferrer Branco, che studia operazioni aeroportuali e coordina corsi di ingegneria presso l’Universidade Presbiteriana Mackenzie.
“È praticamente impossibile pensare che l’attuale apparato di sicurezza aeroportuale sia permeabile al punto che qualcuno possa entrare armato a bordo all’insaputa del comandante dell’aereo, senza seguire rigidi protocolli di verifica. Inoltre, poiché dopo gli attentati dell’11 settembre, le porte delle cabine rimangono praticamente sempre chiuse, vengono aperte solo secondo protocolli molto rigidi e sono blindate”. Il comandante [del volo Vasp in questo caso] è stato un esempio di professionista ed è diventato un eroe. Anche quando il primo ufficiale [il copilota] è stato colpito, è stato abile ed estremamente equilibrato nel guidare il dirottatore durante l’incidente, evitando un esito che avrebbe potuto essere catastrofico”,
ha affermato Branco. Quello che non si riesce a capire, ancora oggi, è perché non furono prese adeguate precauzioni dopo questo episodio, ma si è dovuto aspettare l’11 settembre del 2001. La spiegazione, per quanto odiosa, potrebbe risiedere nel peso internazionale delle nazioni coinvolte. In parole povere, due Paesi, due misure.
Redazione a cura di Francine Arioza – copyright Boomerissimo.it®


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