Un nome che evoca narcotraffico, violenza incontrollata, potere e tanto tanto lusso. Ma cosa è rimasto ora?
Pablo Escobar è sinonimo di narcotraffico, soprattutto cocaina. Il figlio di un agricoltore e un’insegnante ha costruito in pochi anni un impero, uno stato nello stato.

Ricchezza e opulenza conquistata ad un prezzo altissimo, soprattutto per coloro che avevano la folle idea di contrastarlo.
Escobar
Veniva da una famiglia numerosa Pablo e decise ben presto di abbandonare la scuola per dedicarsi ad attività più produttive. Cominciò con il contrabbando di sigarette e i furti per poi passare a rapimenti con riscatto. Ma intuì presto che il vero business, quello che poteva dare una svolta alla sua vita era la droga. Una vera industria la sua. Dal produttore al consumatore.

Per oliare gli ingranaggi corrompeva. Funzionari e politici erano sul suo libro paga. Dove non arrivava col denaro e i privilegi arrivava con la violenza, cruda, spietata. Tutto sommato doveva limitare la concorrenza in qualche modo. Massacrare, far saltare in aria aerei in volo erano solo dettagli. Fu anche eletto in parlamento. La sua campagna elettorale la fece andando in giro per i quartieri poveri di Medellin accompagnato dai preti e distribuendo banconote. Una volta eletto fece costruire case popolari costruendosi una sottile patina da Robin Hood. Il potere ed il denaro che conquistò nell’arco della sua “dominazione” furono immensi. Denaro che investì in case, dimore e oggetti di un lusso senza senso. Tutto questo per finire ucciso in un conflitto a fuoco mentre scappava scalzo sui tetti di un quartiere popolare di Medellin. Aveva quarantaquattro anni, vissuti intensamente.
Cosa rimane?
Vent’anni, anno più anno meno, durò il potere assoluto del re della cocaina. Dopo la sua morte gran parte dei suoi beni furono requisiti dal governo della Colombia. Ma le sue famose ed opulente dimore? I suoi oggetti personali? Poco e nulla di quello che è stato possibile rintracciare è rimasto alla famiglia, di quello che è stato nascosto, proprio in quanto tale non siamo in grado di riferire.
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Quasi tutte le sue dimore hanno cambiato destinazione. La più famosa delle sue magioni, Hacienda Nápoles, situata tra Bogotá e Medellín, era dotata di zoo privato e di un vasto parco decorato con statue. Oggi è di proprietà del governo colombiano che ne ha fatto un parco a tema con annesso hotel di lusso. Al massimo del suo splendore la hacienda poteva contare su sei piscine, più di venti laghi artificiali, un distributore di benzina, una pista di atterraggio, eliporti e un giardino esotico.
Aveva ovviamente anche una casa al mare, chiamata La Manuela (in onore di sua figlia). L’aveva fatta costruire in una località turistica, Guatapé. Inutile dire che la residenza era dotata di ogni comfort: piscina, campi da tennis, un campo da calcio, scuderie, una guest house, un molo per idrovolanti e una propria discoteca. Tutti i muri erano dotati di intercapedini per nascondere alla bisogna contanti e/o cocaina. Nel 1993 fu bombardata da alcuni rivali del narcotrafficante. Ormai in rovina, è stata a lungo meta di saccheggiatori alla ricerca del denaro nascosto nei muri. Mai trovato peraltro.


Nel 1991 Escobar si consegnò al governo colombiano con l’accordo di non essere estradato negli Stati Uniti. L’istituto di pena in cui passò il suo soggiorno obbligato se lo fece costruire con precise specifiche. La Catedral, situata su un’altura per poter avere una buona visuale su eventuali nemici in avvicinamento era nota anche come Hotel Escobar. Dotata di tutto ciò che il capo potesse desiderare comprendeva un ufficio da cui Pablo continuava a dirigere i suoi affari, una sala biliardo per passare il tempo, vasche idromassaggio per rilassarsi con i suoi ospiti, il tutto allietato da arredamento di design. Abbandonata dopo la sua fuga, solo di recente è stata rilevata dai monaci benedettini che ne hanno fatto un luogo di contemplazione e meditazione.
Amava anche gli oggetti sfrenatamente eccessivi.
L’orologio in saldo
Qualche anno fa il governo colombiano mise all’asta alcuni degli oggetti appartenuti ad Escobar per fare un po’ di cassa. Nei vari lotti c’era anche un Rolex Day-Date President in oro giallo tempestato di diamanti. Del resto presidente lo era anche lui, di un cartello, di un contro-stato, ma pur sempre presidente.

Il governo pensava di ricavare perlomeno settantamila dollari da quell’oggetto basandosi sull’expertise e sul suo valore storico. Pensava che l’essere appartenuto ad un siffatto personaggio gli conferisse un valore aggiunto. Contrariamente alle aspettative, l’orologio fu battuto a soli ottomila cinquecento dollari. L’acquirente dichiarò di volerlo fondere e smembrare per dar vita a qualcosa di completamente nuovo e diverso. Nessuno voleva indossare un simbolo così ingombrante.L’era Escobar era definitivamente chiusa.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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