Dal punto di vista dello spettacolo, non c’è nulla di male in una corsa truccata. C’è chi dice che questo sia stato il segreto del Festival della Canzone Italiana, almeno fino alla fatale edizione 1997. (Ascolta la nostra playlist https://open.spotify.com/playlist/5aEaiYUcdhxBNC87PWKBFH?si=4cc5023cc64c4b62)
I puristi dello sport non concorderanno con me. Ma io non ho mai avuto nessun problema ad affrontare il pronostico di una corsa di cavalli, ben sapendo che la forma fisica delle bestie e l’abilità dei loro fantini e allenatori non esaurisce i fattori che determinano il risultato della gara.

La questione non è solo e soltanto fisica e sportiva, entrano in campo la politica e l’economia. E qualche volte pure il crimine
Sanremo, come una corsa di cavalli (truccata)
Devi esaminare ogni singolo concorrente e le sue prestazioni, certo. Ma anche la mentalità del suo allenatore: è uno che cerca di vincere tutte le corse (sarebbe un pazzo) o se no, come si può capire se il cavallo è iscritto per cercare di vincere o per farsi una passeggiata di riscaldamento? Studiando le serie storiche, sempre sospettando. Ci sono cavalli la cui presenza alla partenza confina con l’incomprensibile, per scarsità di risultati, e che pure sono sospinti da un traffico al gioco che non sembrerebbe avere ragione di esistere? O viceversa? Valutare tutti questi fattori, sportivi, umani, monetari, con qualche spazio anche per quelli francamente truffaldini è il compito di chi si appresta ad osservare una corsa di cavalli, specialmente se decide di sostenere la sua ipotesi con un piccolo foglio colorato tratto dal portafoglio. Anche solo per “stare in corsa”, come si dice.
Tutte le corse sono in parte “truccate” da strategie, tattiche, intenzioni che non sono sempre e solo quella semplicistica di arrivare sempre per primi al palo. Al palo ci devi arrivare, ogni tanto, per pagare le spese. Ed è meglio che i tuoi avversari non sappiamo esattamente quando e se tirerai fuori la zampata buona. Questo è il gioco del pronostico. Una specie di scacchi a 4D, a cui si aggiunge (si spera raramente) anche una quinta dimensione, a carico di organizzazioni non propriamente legali, che possono rendere le cose ancora più spettacolari e sorprendenti, quando decidono di mettere il loro ditone sul piatto della bilancia. All’ippodromo di Aversa ho assistito di persona a competizioni a dir poco singolari, dallo svolgimento imprevedibile e fantasmagorico. Bellissime, a loro modo. È mia convinzione che molto del successo di Sanremo, nel tempo, sia derivato da meccanismi come questo.
I grandi scandali del 1990 e 1996
Siamo onesti, nessuno ha mai pensato che Sanremo fosse una gara onesta. Tutti abbiamo sempre saputo che le canzoni e il loro charme, così come il magnetismo di cantanti e cantanti (in ogni possibile variante gender), avevano un forte peso. Ma solo quanto le doti atletiche di un cavallo.

Ma nessuno ha mai finto di ignorare che manine e manone di ogni genere si agitavano e spingevano dietro le quinte, cercando di sistemare le cose nel modo che di volta in volta era migliore per entità che con i gusti del pubblico avevano a che vedere solo in maniera molto indiretta. La parte divertente, proprio come all’ippodromo, era cercare di indovinare dove tutte queste ugole, mise e capigliature avventurose, manine e manone, avrebbero alla fine deciso di consegnare la vittoria. Un lavoro di handicapping non da poco. L’avvento delle giurie popolari avrebbe dovuto raddrizzare un po’ il campo ma nella realtà avvenne l’opposto. Tutti i giochi divennero più complicati, e dunque anche più interessanti. Si trattava non solo di cucinare un verdetto all’interno di una giuria tecnica ma di disinnescare il rischio che la giuria popolare potesse effettivamente imporre il suo volere, bacchettando le manine. Questa lotta per la vita dei poteri forti di Sanremo, in una cornice molto più complessa per loro, avrebbe portato a nuove vette spettacolari, celebrate da Striscia La Notizia. Sia nel 1990 che nel 1996, come vedete da questi due video, Striscia “svelò” il risultato (e in un caso pure la tripletta completa): Sanremoleaks 1990; SanremoLeaks 1996.
Due vere e proprie catastrofi del “sistema Sanremo” che rischiarono di rompere il giochino per sempre. Perché tutti amano guardare i prestigiatori e stupirsi, ma non quando vedono troppo chiaramente i fili che smuovono il prodigio. Come nel ciclismo dopo i grandi scandali del doping, occorreva una svolta radicale, decisiva, indiscutibile.
1997, tutto il potere al popolo: il risultato
Nel 1997 Sanremo si attrezza perché non solo la sua “corsa” sia assolutamente regolare, ma lo appaia anche. Tutto viene disposto con l’aiuto della scienza, per fare in modo che il potere vada esclusivamente al popolo, nella sua immensa saggezza, e nella sua capacità di scegliere il meglio. La Doxa, istituto noto per le sue proiezioni elettorali millimetriche, è incaricata di raccogliere il vero sentimento popolare, al sud, al nord, al centro. Presiede Mike Bongiorno, conduttore di un’edizione a trazione popolare che nessuno dovrà mai dimenticare. Tutti rappresentati senza trucchi e senza inganni. Vincerà la musica più pura e bella, senza polemiche e senza scandali. Vincerà la qualità, finalmente.
Finì che vinsero i Jalisse, con il loro effettivamente indimenticato e indimenticabile “Fiumi di Parole”. Come ho spiegato in altro articolo, di questo genere di musica non sono certamente un esperto, e dunque non spetta a me dire se questo pezzo, diventato leggendario in negativo, sia peggiore di altri presunti capolavori sanremesi, alcuni dei quali certificati come artistici dalla critica (mi viene in mente “Per Elisa” pezzo di cui non ho mai colto la bellezza, cantato trionfalmente da Alice, con sporadici punti di contatto con l’intonazione occidentale). Furono poi così male i Jalisse, il duo composto da Fabio Ricci e Alessandra Drusian, i cantori acclamati dal popolo, senza trucchi e interferenze dei “poteri forti”? Non direi proprio. Eppure subito venne loro gettata tra i piedi un’accusa di plagio ai danni dei Roxette (Listen to my Heart sarebbe il brano incriminato). Chi, con un pizzico di malevolenza, misto a uno sviluppato realismo, sostiene che i media italiani siano ben difficilmente distinguibili dai poteri forti che li mantengono in vita, avrebbe motivi di diffidare. Potrebbe persino pensare che la prima, e forse unica, volta che un vincitore di Sanremo è stato deciso dal popolo, fosse necessario killerarlo immediatamente. Colpirne uno per educarne cento, insomma.
I Roxette non ravvisarono motivi di procedere per plagio ma la polemica non si placò. Le radio e le tv, che generalmente grondano di Sanremo nella settimana successiva, scoprirono improvvisamente un altro senso morale e la responsabilità di difendere il loro pubblico dai pericolosi clonatori di musica. Il duo e la loro canzone, che non sta a noi giudicare ma aveva pur sempre vinto Sanremo, furono poco trasmessi e sempre con il bollo velenoso della copia. La distribuzione andò a rilento, e di questo risentì la prova all’Eurofestival, dove ottennero comunque un dignitoso quarto posto: il biglietto di fuga dalla scena musicale del BelPaese, che evidentemente non li amava.
Ma i Jalisse sorridono
Dopo quella vittoria imprevista, e apparentemente malvissuta dalle alte sfera dell’industria musicale, i Jalisse sono spariti per sempre dalle scene che contano. Da 27 anni caparbiamente, mandano la loro entry all’attenzione delle giuria. Il risultato è sempre lo stesso: bocciata.

Anche Amadeus, nella sua bonaria inclusività, ha espresso il suo “niet”, sostenendo che il pezzo non era all’altezza. Il che per carità può essere. Viene però paura a immaginare cosa possa essere un pezzo nemmeno all’altezza di misurarsi con certi capolavori dell’ultima edizione, che non vogliamo nominare, sia per cortesia che per evitare querele (qualora dovessimo esprimere la nostra sincera opinione). I Jalisse continuano a sorridere e a spedire i loro pezzi, anno dopo anno. È evidente che nessuno li vuole e la loro è una trollata ben studiata. Strategia del sorriso contro un muro impenetrabile, che non ha nessuna intenzione di crollare. Il muro si è fatto da parte una volta, si è aperto per una stagione. Ha dato la parola al pubblico che, qualunque cosa se ne pensi, è poi quello che paga i dischi e gli streaming. Ed ecco il risultato. Pubblico ingrato: hanno vinto i Jalisse. Difficile che succeda mai più. Adesso Sanremo si decide, in armonia e facendo con pazienza il proprio turno, tra gli impresari dei talent. Che poi sono sempre le vecchie case discografiche. Hanno dovuto cambiare lavoro perché i dischi non li compra più nessuno. Adesso organizzano quelle cose in cui una giuria di vip decide con una paletta chi va avanti e chi no.
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Ci spiace disilludere i Jalisse, ma con queste premesse è probabile che la loro paletta rimanga rossa per sempre.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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