Scuotere, scioccare, tirare per la giacca. In un mondo in cui non mancano stimoli e sovrastimoli tutto si adegua. Si parla più forte, ci si mostra di più, con ogni mezzo lecito o quanto meno borderline. Ma è vera gloria?
Non sono nata ieri, sono boomerissima. Sono cresciuta con l’idea che prima si deve campare e poi sognare. Poi, tutto d’un tratto, ho realizzato di essere “nel mezzo del cammin di nostra vita” e pensato che quello che stavo facendo non mi dava alcuna soddisfazione, no, neanche un po’.

Ho sempre voluto scrivere, scrivere a soggetto magari, nessuna velleità alla Hemingway, o Verga. Manzoni non lo cito perché a scuola l’ho patito e non apprezzato. Ma conosco i miei limiti, il romanzo, l’ampio respiro non fa per me. Il menare il can per l’aia per 500 pagine non mi appartiene.
Complice una certa stabilità economica, ho deciso di provare a fare proprio questo: scrivere. Ho avuto l’opportunità di farlo per un network con la prospettiva, un giorno di poter fare qualcosa che mi somigliasse, di scrivere qualcosa che potessi definire mio. Non solo dellle disavventure amoroso/sessuali di qualche influencer o presunta tale, o del suo minuscolo costume dove “si vede tutto”, o delle ultime bestemmie di qualche grande fratello vip. Era una illusione: la grande fabbrica della m***a digitale non solo non ha nessuna intenzione di riformarsi, ma sta inglobando sempre più anche molte testate che si definivano “serie”.
Ma indietro non si torna, tornare in pianta stabile al mio posto fisso mi faceva tremare le vene ai polsi e ho deciso di fare il salto, una rivista mia (e del mio compagno di merende), anzi nostra, per noi che amiamo la sostanza dietro l’apparenza e soprattutto, “non siamo nati ieri”.
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Grazie a questa libertà conquistata, posso decidere di scrivere di ciò che mi aggrada, che mi è rimasto dentro, di personaggi che ho sempre avvertito di gran pregio, in cui la cifra è lo spessore artistico e un pizzico di ironia. Forse siamo in pochi a ricordarli, ma, scusate il francesismo, chi se ne frega!
Il quartetto Cetra
Se eravate bambini davanti Carosello, il quartetto Cetra non è un nome ignoto. Quattro artisti, quattro voci magnifiche ed una verve fuori dal comune nell’interpretare le canzoni.

Nasce nel 1940 come quartetto Egie, uno dei componenti è Tata Giacobetti, Virgilio Savona, allora studente del conservatorio, si occupa degli arrangiamenti del gruppo, quando la guerra chiama al suo dovere Iacopo Jacomelli, altro artista del quartetto, Savona lo sostituisce, Ma la guerra continua e altri componenti del gruppo sono costretti a lasciare la ribalta per il fronte. Entra come sostituto temporaneo Felice Chiusano, prima che il conflitto congelasse la loro attività.
Savona viene spedito in Sicilia, dove come racconterà in un’intervista al Giornale:
« Io però fui mandato nella mia Sicilia nella contraerea. Stavo su un treno merci che faceva la spola tra Messina e Palermo con una mitragliatrice del 15 – 18 la cui canna non si sollevava e sparava solo in orizzontale».
–Felice Chiusano
Il loro ruolo, principalmente, è quello di tenere alto il morale, intrattenere le truppe e fare spettacoli alla radio. Evitando, per quanto possibile, canzoni di propaganda. Anzi, dato che nel loro repertorio ci sono anche musiche d’oltreoceano, gli artisti si tirano addosso gli strali del Popolo d’Italia.
Nel dopoguerra si esibiscono non solo cantando, ma suonando insieme a signori di un certo talento, tale Gorni Kramer e Franco Cerri. E scusate se è poco.
Beata tra gli uomini
Lucia Mannucci capita un po’ per caso nel quartetto, complice il legame con Virgilio Savona. I due si sposano in una Milano bombardata, nella chiesa di San Carlo al Corso, dribblando difficoltà logistiche, Savona, palermitano deve far arrivare i documenti da oltre la linea gotica…

Con l’ingresso di Vannucci, la formazione è completa. Il nome scelto è Cetra perché lo strumento ha quattro corde, quanti sono loro: Tata Giacobetti, Felice Chiusano, Virgilio Savona e Lucia Vannucci.
Quarant’anni di leggerezza
Comincia così una carriera che ha attraversato i decenni, fatta in punta di piedi, sempre vestiti in modo adeguato e senza ostentazione, perché all’epoca si considera un privilegio essere seguiti dal pubblico. Ci si presenta bene e senza urlare, anche in televisione, perché lì, addirittura la gente ti accoglie in casa. Ma pensare che siano dei bacchettoni sarebbe davvero errato. Sono stati tra i primi ad introdurre in Italia, al grande pubblico, il boogie-woogie e il jazz.
Loro la voce in alcune canzoni del film Dumbo, per le quali ricevettero una lettera di congratulazioni da Mr. Walt Disney in persona.
Negli anni Sessanta conquistano il pubblico con le parodie cantate, non solo canzoni, ma i grandi classici della letteratura in musica. Tra i titoli: “Il Conte di Montecristo”, “I tre Moschettieri”, “Il dottor Jekyll e mister Hyde”, “La storia di Rossella O’Hara”, “La Primula Rossa”, e “Odissea”.
Per i cultori del genere, interpreteranno anche la loro particolare versione di “007 Missione Goldfinger” e uno sceneggiato western con loro protagonisti.
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Un successo che si perpetua fini agli anni Ottanta, quando muore Tata Giacobetti, nel 1988.
“Eravamo come i Beatles, nessuno poteva essere sostituito. I Cetra sono finiti il giorno della morte di Tata Giacobetti. Tutti insistevano per farci continuare (...) però non ce la sentimmo“
–Virgilio Savona
Dopo due anni si spegne anche Felice Chiusano.
Virgilio e Lucia si ritirano a vita privata nella loro casa milanese. Virgilio morirà nel 2009 e Lucia nel 2012. Ci hanno lasciato un repertorio di quasi mille canzoni, interpretate mascherando l’estrema cura e perizia con la leggerezza ed una raccomandazione: “non ti fidar di un bacio a mezzanotte…”
Antonietta Terraglia


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