Ci sono momenti che simboleggiano il salto di qualità, il momento della maturità. Non sempre sono numeri che fanno cifra tonda. Per molti in Italia è stato il passaggio da 1100, la cilindrata della classe media, a 1800. Una cilindrata che cominciava a profumare di successo e di ammiraglia.
L’ Italia è stata per lungo tempo della sua storia un paese di piccola cilindrata. Anche la sua rivoluzione a motore, a differenza forse che in Germania o negli USA, è stata una rivoluzione di piccole auto, da 500, 600, 850cc.

Queste sono le auto del miracolo italiano, che miracolose lo erano davvero in un paese per cui la bicicletta aveva rappresentato a lungo un desiderato miraggio e vespe e lambrette la testimonianza della raggiunta libertà. Fu negli anni ’50 e ’60 che, in quell’Italia sacrificata e più ricca di speranze che di mezzi, cominciò ad affacciarsi a qualcosa che si poteva cominciare a definire benessere. Furono gli anni in cui nasceva una vera classe media, che aveva bisogno, non è necessario spiegare perché, di auto di cilindrata media.
Gli anni ’50 e ’60 furono l’epoca della 1100 e dei primi sogni veloci marchiati Alfa Romeo. Erano automobili comprate spesso a rate, che cominciavano a smuovere famiglie verso casette al mare e al lago. Era un paese che si guardava allo specchio e poteva dirsi contento di sé.
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Fiat 132 1800 GLS, gli interni – Boomerissimo.it
A casa mia, dove le automobili arrivarono più tardi che altrove, non per impossibilità economica, ma perché mio padre aveva deciso di non essere adatto alla guida, tutto successe una decina d’anni dopo, di rincorsa. Ma a metà anni ’70 anche noi cominciammo a rientrare nei ranghi, con la nostra 128 gialla. L’ erede tecnologica della 1100. Un’ auto che a me sembrava bellissima, nel suo colore giallo, e a cui volevamo talmente bene da averle dato un soprannome: “orango giallo”. Complimento curioso ma quantomai adatto, che nelle intenzione di mio padre doveva esprimere la forza coriacea di quella vettura che non temeva nulla e ci aveva tirato fuori da molti pasticci. Quella 128 ci rappresentava meravigliosamente.
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Eppure un giorno mio padre decise che era ora di fare un passo in più. Pagate le ultime rate della casa, forse sentiva il bisogno di colmare un gap d’immagine che rendeva il nostro orango una macchina un po’ più modesta di quelle che cominciavano ad occhieggiare in altri garage di vicini e di famiglia. Mio zio, sempre lui, aveva aperto il vaso di pandora con la sua Alfetta (usata). Non so se sia stato quello a scatenare il desiderio di upgrade automobilistico, anche se lo sospetto. Comunque sia un giorno anche mio padre cominciò a sentire il bisogno del “macchinone”. Da tempo aveva adocchiato la 131 “supermirafiori”, spesa da cui mia madre lo dissuadeva in modo cortese ma fermo. La nostra 128 andava benissimo, che bisogno c’era di cambiarla e di buttare tutti quei soldi… E comunque la 131 sarebbe stato un cambio verso la modernità ma non così netto in fatto di “quantità”. Era più grossa, ma non di molto.
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Mio padre per la matematica non aveva davvero il bernoccolo e davanti ai numeri era completamente perso, aveva solo due aree di competenza in questo campo: uno era adattare in modo tutto suo il formato di un disegno da piccolo a grande. L’ altro era calcolare il cambio da lire a fiorini ungheresi (o viceversa). Grande fu la sorpresa quando un giorno cominciò a venirsene fuori con calcoli di matematica finanziaria stupefacenti. Nessuno ci capì niente, ma risultò chiaro che era tempo per la 128 di andare in pensione, proprio perché ancora giovane e funzionante.

A sostituirla non arrivò la 131 supermirafiori 1600 che era stata vagheggiata qualche tempo addietro. No: al momento fatale delle scelte da cui, a parte mia madre, venimmo tutti esclusi, mio padre fece un ulteriore passo avanti. O quantomeno mezzo. Fiat (il marchio a cui la mia famiglia ha giurato eterna fedeltà, apparentemente) aveva da qualche anno in linea una nuova ammiraglia. Altri opportuni calcoli di matematica finanziaria portarono alla fine a casa nostra una 132 GLS 1800 di colore argento metalizzato. La macchina in cui mio padre vedeva il nuovo mio padre di quel tempo. Un uomo arrivato che aveva diritto ad una macchina adatta. Tutto giusto, ma il braccino corto o l’ansia del grande passo finirono per tradirlo.
Arriva la 132
Quella ammiraglia Fiat era già la seconda serie di un modello che aveva avuto un parto travagliatissimo. Non era una macchina con nessuna particolare velleità rivoluzionaria, era anzi un modello dall’impianto solidamente conservatore, trazione posteriore, motore longitudinale a 4 cilindri.
Tutto nella norma, nulla di particolarmente eccitante. Rappresentava però il ritorno di Fiat nella “classe due litri” (o quasi, già il 1800 denunciava un certo timore nel compiere il passo). La pubblicità Fiat che riproduciamo in questo articolo fa quasi tenerezza, per come cerca di spiegare al pubblico una serie di travagli che sono tutti interni, non hanno nessun punto di contatto con il guidatore finale. Fiat torna nella “classe due litri”, si giustifica, spiega perché: il “buco” nella gamma è troppo ampio, è ora di riempirlo. Cosa può interessare tutto ciò a uno che le macchine le deve guidare, non produrre?

Argomentazioni francamente assurde, che spiegano però la lunghissima gestazione della macchina, per coprire la quale, Fiat lancia nel frattempo persino una quasi-ammiraglia-ponte. È la 125. Una sorta di 124 gonfiata, rivelatasi un successo clamoroso. La 132 che nasce nel 1972, sulle basi ultracollaudate e quantomai tranquille della 125 non è invece un successo. La prima serie è bruttarella e verrà abbastanza velocemente sottoposta a un restyling pesante che ne abbassa la linea di “cintura” e dà al design una impostazione un po’ meno sovietica del modello originale, che forse aveva importato un po’ troppo dai partner di Togliattigrad, finendo per somigliare a una Pobeda.
Quella maledetta 1800 GLS
Quella 132 “seconda serie” è quella che arriverà a casa mia, nella versione 1800 GLS. Ma usata, sospetto che la scelta sia stata fatta più o meno quando Fiat lanciò una terza e definitiva serie della sua ammiraglia, che rese appetibile economicamente il restyling precedente. Appetibile perché ormai vecchio. Un difetto che mio padre non le perdonerà mai.
Quella 132 usata “il macchinone di un altro” (per usare le parole con cui mio padre stesso aveva stigmatizzato l’ Alfetta dello zio), è solo un mezzo passo, fatto con timidezza, un tragico errore. Quella macchina color argento, grande sì, ma imperfetta, rappresenta la mancanza di coraggio, più che l’affermazione di uno stato. A noi bambini piace, ma mio padre sviluppa per lei un odio crescente, che lo porta a inventarle rumorini e noie meccaniche che probabilmente non ha. Sostiene ad esempio che quando la spegne, il motore fa ancora un mezzo giro, in senso contrario. Non obbedisce alla chiave che lo spegne, per una sorta di maledizione. A forza di andare avanti e indietro da tutti i meccanici di Milano, come un padre che gira le cliniche con una figlia malata di qualche sindrome incomprensibile, trova finalmente uno che formula la diagnosi: la macchina ha avuto la guarnizione della testata bruciata. Oppure il precedente proprietario ha “abbassato” la testata in cerca di maggiori prestazioni.
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La diagnosi manca un po’ di precisione, sconfina forse nella magia. Ma è la sentenza definitiva che consente finalmente a mio padre di liberarsi della “maledetta” GLS per comprare quella che aveva desiderato dall’inizio: la nuova 132 in cilindrata 2000. Più moderna, più bella (così si sostiene).

Finalmente Fiat ha compiuto davvero il suo reingresso nella classe “due litri”, senza mezzi passi. E lo stesso vale per mio padre, che finalmente trova la serenità con l’ammiraglia che è finalmente “obbligato” a comprare. La vecchia GLS confermerà invece il suo destino disgraziato. Il collega che l’acquista dopo sei mesi soffre un incidente meccanico fatale, e non ricordo esattamente se sia la macchina stregata a cedere, sfinita, oppure sia lui a schiantarcisi. Ad ogni modo il collega si salva.
Ma anche la vecchia 1800 GLS che nessuno ha amato trova finalmente la pace.
Antonio Pintér


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