Renato Vallanzasca: “non c’è più la malavita di una volta”
Il “codice deontologico” di un bandito che parla del passato e crede al futuro: “voglio potermi guardare allo specchio senza sputarmi in faccia”. Ma forse il futuro di Vallanzasca adesso è davvero finito.
Hai voglia a rimpiangere i magnifici anni ’70 e ’80, quelli della nostra gioventù. Nel filtro rosato della memoria tutto diventa romantico, come una foto di Instagram, che con un paio di clic rende interessante anche il bidone dell’immondizia.
Renato Vallanzasca, l’arresto – Boomerissimo.it
Forse eravamo troppo piccoli per capire, forse le nostre famiglie cercavano di proteggerci e di chiuderci gli occhi, di fronte al mondo terribile e pericoloso che stava là fuori. Ma i “magnifici” anni di quella nostra gioventù, se ci sforziamo di rimuovere la patina di nostalgia per un’età che non avremo mai più, se proviamo a rientrare per un attimo in quel mondo, ma rientrarci per davvero, immediatamente appariranno un po’ meno favolosi.
Sì, c’erano delle belle macchine, mica come quelle di oggi che sono tutte uguali. Ma in quelle macchine si bestemmiava e si moriva, senza aria condizionata, senza airbag, senza freni. E quelle bellissime Alfa Romeo a volte sfrecciavano, sparando.
Le statistiche sono agghiaccianti: dal 1973 al 1984, soltanto a Milano e dintorni ci sono 160 sequestri di persona. Milano è una città da 150 omicidi l’anno. Una città dalle luci spente, con i bar che esplodono, i ristoranti che si trasformano costantantemente in scene del crimine.
Battaglie per strada, inseguimenti. Un giorno persino il palazzo delle tasse di Via Manin diventa teatro di uno scontro, uno di quelli che vediamo in televisione, tra le strade di Bakhmut.
Siamo cresciuti in un mondo terribile, triste e violento. I cui re erano Francis Turatello, Angelo Epaminonda e naturalmente lui, Renato Vallanzasca. Siamo sicuri che ci sia qualcosa da rimpiangere?
Il bandito con gli occhi di ghiaccio
Dopo cinquant’anni passati tra carcere ed evasioni, quel mondo non lo rimpiange nemmeno lui, che è stato il “bel René”. Uno di quelli che, più di altri, ha contribuito a crearlo.
Francis Turatello, boss rivale di Vallanzasca, re delle bische e della prostituzione – Boomerissimo.it
Renato nasce da una relazione extraconiugale, e per questo porta il nome della madre. Nasce in Via Porpora, al 162, nel 1950. In quella Milano del dopoguerra in cui quasi tutto è distrutto e forse per questo, tutto sembra possibile, in quel quartiere di Lambrate che sembra il teatro di una canzone di Jannacci, Renato cresce e non si adegua. Non ama l’obbedienza, la povertà dignitosa, il duro lavoro che forma il mito della “capitale morale”. È un disobbediente naturale, che non ha bisogno di orizzonti politici per capire che le cose così come sono, a lui non vanno bene.
A otto anni, libera gli animali di un circo che ha piantato le tende vicino a casa sua, in uno spiazzo di periferia milanese. Finisce di filato al Beccaria, il carcere minorile intitolato a un grande visionario settecentesco del carcere come rieducazione e reinserimento. In Italia non ha mai avuto fortuna, e tantomeno ce l’ha con Vallanzasca, il cui curriculum criminale, se non si avvicina al Guinness dei primati, ci va molto vicino.
Al Giambellino, altro quartiere mitico della piccola e grande delinquenza milanese, ci finisce in affidamento forzato, per rieducarsi. Non andrà così. Entra in una prima banda di piccoli delinquenti, nella quale matura la decisione di mettersi in affari in proprio. Che dopotutto è un punto di vista abbastanza milanese.
La banda della Comasina
Possiamo capire molto del punto di vista del Vallanzasca di oggi, del suo rimpianto per una malavita che non c’è più, pensando che il suo curriculum non è quello di un rabbioso cane sciolto che morde e azzanna tutto quello che vede. È un cursus honorum che passa dalla ligera, la vecchia malavita milanese, nella quale si forma, della quale acquisisce la mentalità e le regole, prima di fare il salto di qualità, formando la propria startup: la banda della Comasina, quello che diventerà uno dei più feroci, potenti, temuti gruppi criminali che abbiano popolato Milano.
Renato Vallanzasca a processo per la rapina alla Banca di Lodi – Instagram @milanoelamala – Boomerissimo.it
Il suo rivale è Francis Turatello, che farà una brutta fine nel carcere di Badu Carros, letteralmente sbudellato da Pasquale Barra “O’ Animale”, uno dei testimoni chiave del “Caso Tortora”.
I numeri della carriera criminale di Vallanzasca
Il curriculum di Vallanzasca fa, e non è un modo di dire, paura. Accusato di sette omicidi, autore di 76 rapine, evaso tre volte, Renato Vallanzasca ha accumulato quattro ergastoli, per 295 anni di condanna. Il fine pena, decisamente, non appare vicino.
La Milano Criminale raccontata da Roversi, e con le musiche di Giorgio Gaber – Boomerissimo.it
In questa intervista del 2006, Vallanzasca era ancora, senza alcun dubbio, Vallanzasca. Raccontava di essersi innamorato del computer, di essere diventato bravo e che quello poteva essere essere il suo futuro. Ma il suo sguardo sul passato era duro e spietato. Lontano, ma non pentito.
Eppure persino un uomo come Vallanzasca riesce ancora a sperare. E a noi restava la speranza che quel Cesare Beccaria che diede il nome al luogo del suo primo soggiorno dietro le sbarre, potesse per una volta avere avuto ragione. E che una lunga, lunghissima pena costellata di rivolte e tentativi di evasione (riusciti) avesse alla fine determinato un cambiamento.
Il codice deontologico di Vallanzasca
Ci sono vittime per cui posso sentire una colpa pesante. Ci sono altre che fanno parte del gioco. Un poliziotto che mi spara non poteva pretendere che io gli mandassi mazzi di fiori. Nel momento stesso in cui il poliziotto prende l’indennizzo rischio vuol dire che sa di poter avere un conflitto a fuoco con Vallanzasca. A me sono morti quattro soci, quattro amici, sotto gli occhi. Ho adesso 13, 14 colpi di arma da fuoco. Non ho mai sparato per primo, non ho mai sparato alla schiena. Con il mio codice deontologico sono a posto.
Renato Vallanzasca
Sarà stato sicuramente a posto, Renato Vallanzasca, con il suo codice deontologico. Ma da allora il suo futuro e il suo ritorno alla normalità, ad un avvenire progettato intorno al computer e non alla calibro 9, ha subito qualche nuova interruzione.
Nel 2014 è sfuggito, pare per ragioni romantiche, alla semilibertà che il suo cambiamento gli aveva guadagnato. E soprattutto, si è fatto cogliere in due furtarelli da dilettante: taccheggio in un negozio di abbigliamento e furto di un sacco di concime in un supermercato milanese. Reati banali che sarebbero costati poco a un novizio del crimine ma che per lui hanno significato il ritiro della semilibertà e l’isolamento, a cui è condannato da nove anni.
Renato Vallanzasca con il fumettista Luca Scornaienchi – Boomerissimo.it
Dopo 46 anni di carcere, Vallanzasca è un uomo finito. La sua ultima richiesta di semilibertà è stata respinta nel 2020. Provato nel fisico, nel morale. E, secondo i suoi legali, ormai incapace di affrontare qualsiasi prova processuale, Vallanzasca aspetta una decisione dai giudici per essere liberato almeno dal peso dei procedimenti che gli pendono ancora addosso.
È l’ultimo sconto di pena a cui ha diritto. L’udienza è fissata per i primi di marzo.
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