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Moro e la R4

La R4 di Moro: auto banale, storia eccezionale

Era solo la macchina di un uomo qualunque, eppure, parcheggiata in Via Caetani, divenne l’immagine silenziosa di una sconfitta

La vicenda tragica di Aldo Moro continua ad essere oggetto di studi, analisi, riflessioni. Questo nonostante il quadro operativo principale sia considerato sostanzialmente accertato dalle indagini giudiziarie, dai processi e dalle confessioni dei brigatisti. Ma anche fonti attendibili (commissioni parlamentari, storici, inchieste successive) segnalano zone grigie irrisolte. Non è però il compito di Boomerissimo illuminarle. La nostra rivista preferisce la storia piccola.

Moro e la R4
Moro e la Renault 4 – Boomerissimo.it®

Molti di coloro che, nel 1978, avevano già l’età della ragione conservano nella memoria un’immagine. Un’immagine agghiacciante quanto le immagini della scorta massacrata, ma più silenziosa e definitiva. Un’auto, una Renault 4 che ci dissero rossa, a noi che avevamo la tv in bianco e nero, parcheggiata in Via Caetani, nel centro di Roma, a pochi passi dalle sedi del Pci e della Dc. Dentro il bagagliaio, sotto una coperta, il corpo di Aldo Moro. Quella macchina non era di nessuno di importante. Non apparteneva a un politico, a un brigatista o a un servizio segreto. Era di Filippo Bartoli, un imprenditore edile marchigiano che lavorava a Roma e la usava per trasportare materiali e attrezzi per l’edilizia. L’aveva comprata per 898.000 lire. Una R4 come tante altre, che sapeva di lavoro, sporca di cantiere. Una macchina da gente normale, di quelle che allora si vedevano dappertutto.

La macchina di un uomo qualunque

Filippo Bartoli era di Serravalle di Chienti, in provincia di Macerata. A Roma aveva messo su una piccola attività nell’edilizia stradale. La Renault 4, targata MC 95937, gli serviva per il lavoro e per le commissioni della famiglia. Il 1° marzo 1978 non la trovò più, rubata. Sporse denuncia ai Carabinieri, pensando che forse sarebbe saltata fuori dopo qualche giorno, com’era frequente con le utilitarie. Magari qualcuno si era fatto un giro e poi l’avrebbe mollata da qualche parte.

Bruno Seghetti
Bruno Seghetti (Di sconosciuto – fotocopia dal quotidiano “Il mattino” dell’aprile 1980, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2533167) – Boomerissimo.it®

Invece non saltò fuori. Le Brigate Rosse, nella persona di Bruno Seghetti, l’avevano presa per usarla nel corso delle loro azioni, cambiando più volte le targhe. Seghetti era uno dei quadri operativi più importanti della colonna romana delle BR e uno degli uomini chiave nell’organizzazione e nell’esecuzione del sequestro Moro. L’ultima targa, quella del 9 maggio, fu Roma N57686, proveniente da un’Alfetta dell’ATI. Scelsero la R4 perché aveva un bagagliaio grande abbastanza. Quel giorno la portarono in un garage di Via Montalcini, per metterci l’ultimo carico e la guidarono fino a Via Caetani. Alle 12.30 Valerio Morucci, presentandosi come “dottor Nicolai”, telefonò a Francesco Tritto, assistente di Moro e gli disse dove trovare il corpo. La polizia arrivò, gli artificieri aprirono il bagagliaio con la fiamma ossidrica per paura ci fosse una bomba. Sotto la coperta invece c’era il cadavere di Moro, crivellato di colpi. La foto fece il giro del mondo. Per milioni di italiani, quella R4 rossa divenne l’immagine definitiva di una sconfitta. Il povero Bartoli, intanto, si ritrovò in un incubo. Lo interrogarono più volte, lo misero a confronto con alcuni brigatisti, lo tennero anche a Rebibbia. Doveva dimostrare di non essere un militante o un fiancheggiatore. Alla fine risultò completamente estraneo. Ma l’auto gliela sequestrarono e la sottoposero a decine di perizie. Gli fu restituita solo un paio d’anni dopo, sventrata e ormai inservibile. Non ricevette una lira per il danno.

Il foro sul pianale

Sull’auto erano rimasti i segni evidenti dell’accaduto. Il più chiaro, visibile ancora oggi dopo il restauro conservativo, è un foro sul pianale di lamiera del bagagliaio, in fondo a sinistra. È il segno lasciato da un proiettile calibro 9 mm corto. Quel colpo ha attraversato il corpo di Moro, e si è conficcato nella lamiera dell’auto. Accanto, sulla tappezzeria, restano macchie scure che gli esperti hanno indicato come possibili residui di sangue. La versione dei brigatisti (confermata da Mario Moretti) è che Moro fu portato nel garage di Via Montalcini, sistemato nel bagagliaio della R4, coperto con una coperta e ucciso lì. Moretti sparò prima con una Walther PPK calibro 9 mm corto (che si inceppò) e poi con una Skorpion 7,65 mm. Nel vano del bagagliaio sono stati ritrovati anche bossoli e la posizione delle ferite e delle tracce indica che almeno una parte degli spari avvenne mentre Moro era già posizionato nel vano posteriore, con il busto eretto o appena disteso.

la R4 in via Caetani
La Renault 4 (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

Il garage di Via Montalcini era molto piccolo. Le prove di ingombro fatte dal RIS hanno mostrato che era difficile, se non quasi impossibile, eseguire l’omicidio esattamente come descritto dai brigatisti con la porta basculante completamente chiusa e l’auto interamente dentro. Questo ha alimentato dubbi sulla dinamica precisa, ma l’evidenza fisica sul pianale della Renault 4 dimostra che almeno un colpo (quello da 9 mm) e probabilmente altri sono stati sparati con Moro già nel bagagliaio o quantomeno in posizione molto ravvicinata all’interno del vano.

Cosa ne è stato

Oltre al foro e alle macchie, sull’auto erano rimasti i tagli sulla lamiera fatti dagli artificieri per aprire il bagagliaio. Sulla carrozzeria c’erano ancora le tracce di bitume e sabbia di una macchina usata per lavoro. Bartoli se la riprese lo stesso. Gli arrivarono offerte generose per venderla, da Renault, da collezionisti e da produzioni cinematografiche. Ma non la vendette. La tenne per decenni sotto un telone in un terreno di sua proprietà alla periferia romana, in Via Casette Mistici. Per lui era un pezzo di storia e non voleva disfarsene. Nel 2007 un giornalista del Resto del Carlino, Giorgio Guidelli, la ritrovò lì e ne scrisse un libro. Filippo Bartoli morì il giorno di Natale del 2013, a 77 anni. La famiglia donò l’auto alla Polizia di Stato. Fu quindi sottoposta ad un accurato restauro. Subito ripulita, alcuni fanalini  furono sostituiti così come gli pneumatici, ma i segni di quella giornata, compreso il foro sul pianale furono deliberatamente lasciati. Oggi si trova al Museo Storico delle Auto della Polizia di Stato a Roma. Quella R4 non ha mai avuto niente di speciale dal punto di vista tecnico. Era una Renault 4 degli anni Settanta, probabilmente con motore Billancourt da 845 cm³ o 782 cm³, di quelle che allora si usavano per lavorare. Era solo una macchina robusta, con un bagagliaio largo, comoda per chi trasportava cose. E proprio per quello finì dove finì.

La Renault 4 di Aldo Moro – Boomerissimo.it®

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Per chi allora aveva vent’anni, o anche meno, quella macchina rossa in Via Caetani è rimasta una delle immagini più nette degli anni di piombo. Non perché fosse bella o particolare, ma perché non c’entrava niente. Era di un imprenditore edile che non aveva mai avuto a che fare con le Brigate Rosse, eppure divenne il luogo in cui si concluse la vita di uno dei protagonisti della Prima Repubblica. Bartoli la tenne per rispetto, poi la diede allo Stato. Oggi con le sue ferite è il segno che a volte la storia più grande passa anche attraverso le cose più ordinarie.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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