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l'attore Mario Carotenuto

Mario Carotenuto, dalle Waffen SS a Pierino: “non scelgo, lavoro”

Mario Carotenuto scese dal treno ancora vestito da prigioniero e non si fermò più

Tra i miei film preferiti ci sono quelli della serie Pane, amore e…. Raccontano un’Italia che ormai nessuno ricorda, povera certo, ma con una grande speranza per il futuro. Un futuro che non doveva essere per forza roboante, ma fatta di cose normali, casa, affetti, un lavoro dignitoso.

l'attore Mario Carotenuto
Mario Carotenuto – Boomerissimo.it®

Quel mondo l’ho vissuto solo nei racconti, ma erano racconti di prima mano. Un solo contatto reale. Ero piccolissima e durante una visita ai genitori di mio padre, mi resi conto che non avevano il bagno in casa. Era un mondo in cui lavorare ed avere un reddito era un dono, dopo gli anni disastrosi della guerra e il sogno più alto poteva essere anche quello di avere in bagno in casa. L’ascensore sociale funzionava.

Mario Carotenuto

Quei film erano fatti anche di attori che riuscivano a catturare l’attenzione. C’era Gina Lollobrigida, Sofia Loren, Vittorio De Sica e uno stuolo di caratteristi che da soli valevano il film, da Tina Pica a Memmo e Mario Carotenuto. Vittorio De Sica era perfetto nelle vesti del Maresciallo Carotenuto, sfortunato in amore, la cui esclamazione preferita era “per me, oramai”. Per De Sica avevano scelto quel cognome, Carotenuto, che era quello vero dei due fratelli caratteristi che finirono entrambi per essere presenti nella serie di film. In particolare Mario, in Pane, amore e… era il fratello prete di Vittorio De Sica, che tentava di fargli mettere la testa a posto. Il film vedeva una esplosiva Sofia Loren indimenticabile nel suo vestito rosso, mentre trascina il povero maresciallo in un improbabile mambo. 

Il celeberrimo mambo tra De Sica e SophiaBoomerissimo.it®

Roma, 1945. Un uomo scende da un treno ancora vestito da prigioniero di guerra inglese, con tanto di scritta “Prisoner of War” cucita bene in vista sulla divisa. Nessuna valigia, nessun cambio, niente di niente. Solo la voglia di ricominciare a fare qualcosa, subito, quel giorno stesso. Quell’uomo è Mario Carotenuto, e da lì in avanti passerà i successivi cinquant’anni a non fermarsi praticamente mai. Se pensate che sia l’inizio di un film, avete ragione: è più o meno l’inizio di tutti i suoi film. Prima di arrivare a quella divisa color kaki, però, c’è una storia parecchio più complicata, da raccontare senza sconti.

Un passato controverso

Mario Carotenuto, romano nato nel 1916 da una famiglia del mestiere (il padre Nello era attore ai tempi del muto), aveva avuto un’adolescenza turbolenta. Era stato tre anni di riformatorio. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelse la Repubblica Sociale Italiana e si arruolò volontario nelle Waffen-SS italiane, nella 29ª divisione. Non finì però in un reparto combattente, entrò nella compagnia teatrale legata alla sezione propaganda del corpo, un gruppo che insieme alla banda musicale formava il “complesso artistico” della legione. Negli anni successivi, avrebbe raccontato che era un modo per evitare la prigionia tedesca, un dettaglio che nelle interviste tornava spesso e che va preso per quello che è: la sua versione dei fatti, non necessariamente l’unica possibile.

Mario Carotenuto e Alberto SordiBoomerissimo.it®

La compagnia si spostava, montava scene, provava numeri di varietà e prosa leggera, andava in scena la sera per chi capitava ad assistere. Poi fu catturato dagli Alleati e nei mesi successivi passò da un campo di prigionia all’altro, tra appelli e razioni, aspettando semplicemente che finisse. Quando lo liberarono, gli misero addosso la divisa inglese con la sigla POW e lo spedirono verso casa. Arrivò a Roma così, ma non si fermò. Cominciò a fare radio a Firenze, si unì a piccole compagnie di rivista, l’avanspettacolo riapriva i battenti. Qualunque cosa arrivasse, andava bene. Va detto che per Carotenuto il palcoscenico non era una novità del dopoguerra. Aveva debuttato al Teatro Costanzi di Roma, ad appena otto anni, portato dal padre. Poi però, per un pezzo di vita, aveva fatto mestieri che con lo spettacolo c’entravano poco. Da ragazzo aveva lavorato come attacchino e come salumiere. Fu solo nella seconda metà degli anni Quaranta che tornò stabilmente al mestiere di famiglia, prima come presentatore e regista radiofonico, poi buttandosi anima e corpo nella rivista. Nel 1949 lo ingaggiarono per presentare “Ice Follies”, una rivista inglese sul ghiaccio arrivata in Italia, cosa che dà l’idea di quanto fosse disposto ad accettare pur di lavorare. Da lì in poi la sua faccia bonaria da romano di mezza età diventò una presenza fissa del cinema italiano, con oltre cento film alle spalle. In un’intervista rilasciata negli anni Novanta a Gigi Marzullo, per il programma Sottovoce, Carotenuto disse che la sua vita vera era iniziata solo a trent’anni, nel 1945, prima c’erano state due guerre, la morte della madre, il collegio, il riformatorio. Nella stessa intervista si lasciò andare anche a un po’ di malinconia sulla Roma che non riconosceva più, caotica e senza più il valore dell’amicizia di una volta, e sul fatto che i grandi teatri per anni avessero snobbato la sua compagnia. 

“Io non scelgo, io lavoro”

Chi gli chiedeva se preferisse il teatro, il cinema o la radio si sentiva rispondere sempre la stessa frase, diventata poi il suo marchio di fabbrica: “Io non scelgo, io lavoro”. Non un vezzo, non una battuta ad hoc per l’intervistatore di turno. La sua era una filosofia di vita applicata con coerenza, dall’avanspettacolo alla pubblicità passando per radio, teatro, cinema e televisione, senza distinzioni di genere o di prestigio.

Mario Carotenuto e Pierino
Mario Carotenuto e Alvaro Vitali – Boomerissimo.it®

Il risultato fu una carriera fatta di partecipazioni continue, spesso a film di scarso peso artistico ma sicuro incasso, come notava con un pizzico di asprezza anche la Treccani, sottolineando come in lui convivesse un’esuberanza autentica con la necessità, sempre incombente, di un riscatto economico immediato. Non stupisce, se si pensa che veniva da una famiglia dove il cinema era l’unica vera fonte di reddito e in cui, come diceva lui stesso, per anni aveva “soltanto lavorato”, accettando qualunque parte gli capitasse a tiro. Eppure ci sono, in questa carriera poco selettiva, anche pagine di tutto rispetto. Diretto da Giorgio Strehler, interpretò un memorabile Peachum ne “L’opera da tre soldi” di Brecht, che nel 1956 gli valse il premio San Genesio come migliore caratterizzazione maschile , ma anche, soprattutto, i complimenti personali di Bertolt Brecht, che lo paragonò ai grandi attori del Berliner Ensemble. Le cronache narrano che lavorando con Strehler, affinò le sue doti umoristiche e l’ironia, prima di tornare a Shakespeare, Pirandello e Molière negli anni successivi. Da lì in poi Carotenuto lavorò con chiunque contasse qualcosa nel cinema italiano dell’epoca. Da Sophia Loren in “Ci troviamo in galleria”, Raf Vallone in “Destini di donne”, Alberto Sordi in “Un eroe dei nostri tempi”, fino a Luigi Comencini che lo diresse ne “Lo scopone scientifico”, ruolo che nel 1973 gli fece guadagnare il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista. Prestò anche la voce, in un doppiaggio meno noto ma delizioso da citare, al personaggio di Mario Conocchia nell’”8½” di Federico Fellini. Non disdegnò nemmeno il filone dei musicarelli, generi popolari quanto bistrattati dalla critica, arrivando a girarne nove. Tra questi, “Juke box – Urli d’amore” resta un piccolo gioiello di curiosità. Nel cast, oltre a Carotenuto, comparivano in ruoli minori o cameo nomi come Mina, Adriano Celentano e Giorgio Gaber, praticamente mezzo firmamento della musica leggera italiana ancora agli esordi. Negli ultimi anni di attività, poi, si prestò senza problemi anche alla commedia sexy, diventando il padre di Pierino in diversi film con Alvaro Vitali, coerente fino in fondo con il suo “non scelgo, lavoro”.

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Quando il cinema cominciò a offrirgli meno occasioni, Carotenuto si rifugiò di nuovo nel teatro, tornando ai classici. Fu Falstaff shakespeariano, l’Avaro di Molière, interpretò ruoli che per anni, diceva lui, gli erano stati negati o si era negato da solo, troppo occupato a portare a casa la pagnotta. Nel 1995, l’anno della morte, era ancora sul set. La sua ultima interpretazione fu quella del signor Pieralisi in “Romanzo di un giovane povero”, a chiudere una filmografia lunga quasi mezzo secolo esattamente come l’aveva condotta per tutta la vita, cioè senza fermarsi un attimo prima del necessario.

La divisa da prigioniero con cui era tornato era solo il punto di partenza. Un uomo che accettava ogni proposta non ha bisogno di essere giudicato: ha solo bisogno di essere raccontato.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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