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Altra rissa Sgarbi D'Agostino

Ferrara, Sgarbi, D’Agostino: quando telerissa arrivò al Quirinale

Un bicchiere d’acqua, un ceffone, un Presidente della Repubblica è la ricetta con cui la tv italiana ha scoperto che le parole, da sole, non bastavano più

Diciamo la verità, il pubblico ama emozioni forti. Conoscevo qualcuno che guardava i Gran Premi di Formula 1 solo per vedere gli incidenti, così come molti vedono i reality solo per assistere alle bassezze più bieche della varia umanità. Un gusto sadico che non è molto diverso dalle risate che esplodono quando qualcuno cade.

Altra rissa Sgarbi D'Agostino
Sgarbi e D’Agostino con Giuliano Ferrara – Boomerissimo.it®

Saranno forse le Comiche che ci hanno innescato questa reazione pavloviana. L’unico che non ride è colui che è finito a terra dolorante.  E’ per questo che quando in uno show si presentava Sgarbi, a qualunque titolo, tutti si aspettavano le parolacce, le urla e tutto il cucuzzaro. Va detto per amor di precisione che di scazzi televisivi se ne erano già visti, ma erano quasi sempre battibecchi verbali, punzecchiature che si esaurivano in una battuta tagliente e in un applauso di studio compiacente. Il passaggio alle vie di fatto sarebbe arrivato nel 1991.

Un processo (quasi) vero

Abbiamo già raccontato del primo round di Sgarbi e D’Agostino, con arbitro un Pippo Baudo che non riuscì a contenere l’incontenibile. Peggio (o meglio, dipende dai punti di vista) andò a Giuliano Ferrara. Nel 1991 l’immenso Ferrara era in TV con L’Istruttoria. Nell’ansia di trovare una formula nuova per un talk show, il conduttore lo aveva concepito come l’aula di un tribunale mediatico, nominalmente un talk show di approfondimento e dibattito, un programma di attualità costruito come un’udienza pubblica. Il titolo stesso diceva tutto, c’era un’istruttoria, l’indagine preliminare, il processo. Quella sera del 15 aprile 1991 Ferrara aveva deciso di processare lo “sgarbismo”.

La sigla dell’Istruttoria Boomerissimo.it®

Due fatti di cronaca gli avevano fornito il pretesto perfetto. A Cosenza erano sorti alcuni comitati anti-Sgarbi, organizzati da radio locali legate alla curia. I devoti avevano messo in piedi una manifestazione da con un unico slogan: «Sgarbi volgare te ne devi andare». Una rima non si nega a nessuno. Più o meno nello stesso periodo un collettivo femminista “La città sessuale”, di cui faceva parte Elvira Banotti, aveva querelato Sgarbi (le cronache non riportano il motivo preciso) chiedendo cinquanta miliardi di lire di danni. Le querelanti furono fatte accomodare nello studio accanto a quello principale, proprio per evitare contatti ravvicinati con l’accusato.

Sgarbi arrivò in studio con il ciuffo disinvolto e ammiratrici al seguito. 

In studio, oltre all’imputato, c’erano Barbara Alberti e Roberto D’Agostino in qualità di “testimoni”. Ferrara, prima di iniziare, aveva tentato di alleggerire l’atmosfera suggerendo agli ospiti di parlare con leggerezza. Poi aveva dato il via a una trasmissione che, nelle prime battute, sembrava quasi troppo calma e lineare per gli standard dei suoi ospiti. Del resto, mettere insieme quei due significava accendere consapevolmente la miccia. Partecipava anche il semiologo Ugo Volli chiamato, chissà perché, a dare un’aria da convegno a una puntata che aveva tutt’altre ambizioni. Tra il pubblico, secondo le cronache dell’epoca, si aggirava anche un giovanissimo Corrado Guzzanti, testimone silenzioso di quello che stava per succedere.

I collegamenti da Cosenza si esaurirono in fretta, con i manifestanti che ripetevano lo slogan a mò di tormentone e il cronista in esterna che annaspava cercando qualcosa da dire oltre che facevano un tifo da stadio. Sgarbi incassava sorridendo, palesemente compiaciuto della propria fama di bersaglio nazionale. Poi fu mostrato un video del critico, una testimonianza inedita di Sgarbi che si faceva uno shampoo nel lavandino d’albergo, che gli valse allusioni sull’omosessualità. Allusioni che il critico liquidò con una battuta che meriterebbe un posto d’onore in ogni antologia dello sgarbismo: gli sarebbe piaciuto tanto essere anche gay, ma proprio non ci riusciva.

Con le femministe lo scontro si fece meno leggero. Sgarbi rispose colpo su colpo con i soliti improperi, cretino, imbecille, rifiutandosi sistematicamente di scendere sul piano dei contenuti. Barbara Alberti, tanto per non essere da meno, lo paragonò a Mozart e spiegò che chi lo criticava lo faceva perché turbato dal fascino di “un uomo così divino”. Ferrara sorrideva sotto i baffi, la trasmissione si era messa sul binario giusto (il conflitto), ma lui ne aveva perso il controllo.

Cossiga come esca, D’Agostino come innesco

Facciamo un passo indietro. Nel marzo 1991 Papa Giovanni Paolo II criticò duramente l’Emilia-Romagna, definendola un luogo di peccato e perdizione legato a una “cultura di morte”.

Il Papa e il presidente della Repubblica
Giovanni Paolo II e Francesco CossigaBoomerissimo.it®

Vittorio Sgarbi, ferrarese, reagì con forza durante Ricomincio da due su Rai 2. Disse che nemmeno il Papa poteva permettersi certe affermazioni e definì quelle dichiarazioni “azioni terroristiche”. Ovviamente la Rai punì il critico. Multa di 15 milioni di lire e obbligo di pre-registrare tutti i suoi interventi, privandolo di fatto della diretta. Il direttore generale Pasquarelli motivò la sanzione definendola la risposta a un attacco al magistero della Chiesa.

Durante L’Istruttoria di Giuliano Ferrara, ci fu un’intervento del presidente Cossiga. Il Capo dello Stato parlò a lungo di Sgarbi definendolo un professore-burocrate che si era guadagnato la popolarità in quanto divertente e auspicò che “il conflitto col papa sull’Emilia” fosse stato solo un incidente, augurandogli il ritorno in diretta.  Sgarbi rispose con la solita sufficienza, precisando che della diretta non aveva alcun bisogno. D’Agostino a quel punto non si tenne più, disse che avrebbe voluto lasciare un Paese in cui il Capo dello Stato non trovava di meglio da fare che tessere le lodi di un comico. Parola sbagliata nel momento peggiore.

Acqua, schiaffo, e la regia che decide cosa tenere

Sgarbi non digerì l’etichetta di “comico”. Si alzò, afferrò il bicchiere (c’è chi giura fosse una bottiglia, ma sulla questione la storia non si è mai messa d’accordo) e lo rovesciò in faccia a D’Agostino. Un gesto che lui stesso avrebbe poi definito, con la consueta modestia, un modo elegante per “spegnere” l’interlocutore.

Il fattaccio Boomerissimo.it®

D’Agostino non perse tempo a valutare le alternative. Mano sinistra aperta a fendere l’aria fino a impattare sulla guancia di Sgarbi. Rimasero evidenti cinque dita e un graffio destinati a fare storia. Ferrara si lanciò a dividerli, la telecamera girò ancora per qualche secondo prima che qualcuno in regia staccasse. Il diverbio proseguì fuori onda, con D’Agostino che rinfacciava a Sgarbi le tre bocciature ai concorsi da cattedra universitaria (“Professore de che?”) e Sgarbi che rispondeva insinuando un presunto trasporto sentimentale verso Federico Zeri, lo storico dell’arte di cui, con involontaria ironia, entrambi si consideravano allievi prediletti. D’Agostino aveva scritto con Zeri un libro di divagazione dal titolo Sbucciando piselli. D’Agostino lasciò lo studio. Sgarbi venne medicato e mezz’ora dopo la trasmissione ripartì. I calabresi in collegamento abbandonarono per protesta, le femministe minacciarono di fare lo stesso e ottennero, come premio di consolazione, un altro giro di insulti. Ferrara chiuse la serata trasformando il finale in un colloquio intimo con Sgarbi, guarda caso proprio sul tema della violenza appena consumata davanti a milioni di spettatori. Nella notte si discusse animatamente su cosa salvare. I collaboratori di Sgarbi spingevano per buttare via tutto, quelli di Ferrara no. Secondo la ricostruzione che D’Agostino avrebbe fatto anni dopo, Sgarbi si sarebbe scagliato su Ferrara intimandogli di non mandare in onda l’evento per cui i telespettatori avevano atteso (la rissa con bonus), ricevendo in cambio un rifiuto netto in nome dello share, formulato senza troppi giri di parole. Il compromesso finale fu chirurgico: lo schiaffo resta, il seguito più scomposto no. Da allora quel filmato vive di vita propria negli archivi, tirato fuori con la stessa regolarità di Michael Bublè e Mariah Carey a Natale. Factum infectum fieri nequit.

Nessun pentimento, solo dialettica

A distanza di decenni D’Agostino non ha mai speso mezza parola di scuse, e lo ha ribadito senza sconti ai microfoni de La Zanzara di Giuseppe Cruciani. I pentiti, ha detto, sono roba da mafia, mica da lui. Lo schiaffo, sempre secondo lui, era pura dialettica applicata, un bicchiere d’acqua vale un punto esclamativo, uno schiaffo ne vale due. Sgarbi, nel 2021, per il trentennale, ha liquidato la vicenda con una battuta sull’età che avanza e sulla voglia di accapigliarsi che, per fortuna, cala di pari passo. I due si sono ritrovati più volte nel tempo, con la disinvoltura di chi ha capito che le liti migliori invecchiano bene. Nel frattempo le loro carriere hanno preso strade parallele, mai troppo lontane. D’Agostino ha trasformato la lingua tagliente in un impero editoriale fondando Dagospia.

Sgarbi ha fatto delle liti in diretta un secondo mestiere. In conclusione, Ferrara ebbe il cinismo di non spegnere le telecamere mentre due uomini che si detestavano litigavano senza copione. La tv italiana ha imparato quella sera una lezione che non ha più disimparato: al pubblico interessa solo vedere qualcuno che si insulta, e che, prima o poi, alza le mani.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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