La torta di compleanno sul volo dirottato, quando Demis Roussos cantò per i terroristi
In casa mia si ascoltava più che altro musica della tradizione. Canzoni napoletane classiche (che all’epoca detestavo) e qualche irruzione nel nuovo che avanza. La mia mamma amava Rita Pavone, Nicola Di Bari, Peppino Gagliardi, Iva Zanicchi versione Zingara. Insomma, “per noi giovani” c’era poco da stare allegri. L’unica che portava in casa musica straniera era mia zia. Lei ai tempi era “ragazza” ed aveva la fortuna di lavorare sin da giovanissima, poteva comprarsi i suoi dischi e le sue cassette.

I suoi preferiti erano Tom Jones, i Beatles, e Demis Roussos, colui che con Vangelis aveva creato gli Afhrodite’s Child. Demis Roussos era davvero un personaggio, avvolto com’era in caftani che a me all’epoca sembravano decisamente strani indosso ad un uomo. Per me era il prototipo dell’esotico, considerando che negli anni Settanta a Foggia, di esotico ne arrivava poco. Ma non ricordavo che l’uomo che cantava Forever and Ever aveva dovuto mostrare la sua abilità ad un gruppo di terroristi.
Il fatto
il 14 giugno 1985, il Boeing 727 della TWA decollò dall’aeroporto di Atene diretto a Roma. A bordo c’erano 139 passeggeri e otto membri dell’equipaggio. Tra loro viaggiava Demis Roussos, il cantante greco nato in Egitto che negli anni Settanta aveva riempito stadi e classifiche in tutta Europa. Demis era atteso per partecipare ad un non meglio precisato programma televisivo proprio nella capitale. Con lui c’era la compagna americana Pamela Smith. Il volo era tranquillo, una delle tante tratte estive del Mediterraneo, piene di turisti.

Pochi minuti dopo il decollo due giovani libanesi di ventun anni, Mohammed Ali Hamadei e Hasan Izz-Al-Din, si alzarono dai loro posti. Uno aveva in mano una pistola, l’altro due granate. In pochi istanti irruppero in cabina di pilotaggio, picchiarono il comandante John Testrake e costrinsero l’equipaggio a fare rotta verso Beirut. I due dichiararono di far parte di Hezbollah e il loro scopo era di ottenere il rilascio di circa settecento prigionieri sciiti libanesi detenuti in Israele. Il volo 847 aveva appena smesso di essere una tratta turistica per diventare, nel giro di un quarto d’ora, un caso diplomatico internazionale con 139 vite umane come merce di scambio. Nei minuti successivi l’aereo perse quota. I passeggeri, legati o costretti a tenere la testa bassa, sentirono le urla dei dirottatori e il rumore dei comandi radio. Il Boeing atterrò a Beirut nel primo pomeriggio. Lì furono rilasciati diciannove passeggeri, soprattutto donne, bambini e anziani, in cambio di carburante. Poi ripartirono verso Algeri, dove altre venti persone scesero dall’aereo. Il giorno dopo tornarono a Beirut.
È in quella seconda sosta libanese che la situazione precipitò davvero. I sequestratori individuarono alcuni passeggeri americani di origine ebraica e cominciarono a picchiarli. Si accanirono su Robert Dean Stethem, un giovane marinaio della US Navy che stava semplicemente tornando a casa dopo una missione. Lo colpirono selvaggiamente, gli spararono in testa, gettarono il suo corpo sulla pista e continuarono a colpirlo anche da morto. Un’esecuzione sommaria filmata dalla cronaca dell’epoca, diventata in poche ore una delle immagini simbolo del terrorismo anni Ottanta. Quel momento di brutalità rimase impresso per sempre nella memoria di chi era a bordo. Roussos, che era greco e quindi non considerato un bersaglio prioritario, assistette alla scena da una posizione più defilata. I sequestratori lo avevano già individuato come una personalità nota e lo trattavano con un certo riguardo. Nelle ore successive l’aereo continuò a fare avanti e indietro tra Beirut e Algeri, negoziando carburante e rilasci parziali in un mercato grottesco. I dirottatori usavano i passeggeri come merce di scambio e come leva politica. Tra le richieste c’era anche la liberazione di un loro complice, Ali Atwa, arrestato ad Atene il giorno del dirottamento. Il governo greco si trovava in una posizione delicata, aveva in mano un terrorista ma rischiava di perdere otto cittadini greci, tra cui un cantante famoso in tutto il continente. Roba che colpisce l’opinione pubblica.
La torta, la chitarra, e quella gentilezza che nessuno ha mai saputo spiegare
15 giugno, l’aereo era di nuovo a Beirut. Non si sa come, i dirottatori scoprirono che era il compleanno di Demis Roussos, trentanove anni festeggiati da ostaggio. Per chiunque altro sarebbe stato un dettaglio irrilevante in mezzo a una crisi internazionale e con un cadavere sulla pista. Per loro, evidentemente, è un’occasione. Fecero arrivare una torta di compleanno e del tè. Chiesero al cantante di esibirsi. Roussos, che era terrorizzato tanto quanto gli altri passeggeri, accettò. Chissà se cantò anche “Profeta non sarò”, un titolo che, con il senno di poi, suona quasi come una battuta crudele scritta apposta per l’occasione. Nessuno, in quel momento, avrebbe potuto prevedere come sarebbe finita quella giornata, nemmeno lui. Gli diedero persino una chitarra. I dirottatori sembravano conoscere e apprezzare i suoi brani. Un concerto privato organizzato da Hezbollah per Hezbollah, con il pubblico più improbabile della storia della musica leggera europea. Pochi giorni dopo il rilascio, in conferenza stampa, Roussos racconta l’episodio con parole che faranno discutere per decenni: «Mi diedero una torta e una chitarra per cantare». E ancora, più gravemente: «Sono stati educati e gradevoli con noi». Frasi pronunciate da un uomo uscito vivo da un sequestro durante il quale un ragazzo americano era stato giustiziato e gettato sull’asfalto come un sacco. Molti, all’epoca, lessero in quelle dichiarazioni un eccesso di diplomazia, altri un caso da manuale di sindrome di Stoccolma. Roussos, anni dopo, si difenderà con una battuta che è anche un atto d’accusa verso chi giudicava: «Mi piacerebbe vedere i giornalisti con una pistola puntata alla testa, come è successo a me».
Il trattamento riservato al cantante fu oggettivamente diverso da quello riservato agli altri ostaggi. I dirottatori lo vedevano come una pedina di valore nelle trattative con il governo greco, e su quella pedina giocano fino in fondo. Minacciarono di uccidere gli otto cittadini ellenici, Roussos compreso, se Atene non avesse liberato il complice Ali Atwa. Il ricatto funzionò, la Grecia accettò, Atwa tornò in libertà, si unì ai dirottatori in Algeria e partecipò al resto del sequestro.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con un click a questo link
In cambio Roussos, Pamela Smith e un altro passeggero greco furono fatti sbarcare nella notte e rimpatriati con un jet governativo. Il sequestro, per chi era rimasto, andò avanti per altri dodici giorni. I passeggeri subirono ulteriori violenze e furono trasferiti in prigioni improvvisate nella capitale libanese. Solo il 30 giugno, dopo le forti pressioni americane e la mediazione di Nabih Berri, leader della milizia sciita Amal, gli ultimi ostaggi furono liberati. Un solo passeggero non tornò a casa, Robert Stethem. Aveva 23 anni.
Il dopo
Mohammed Ali Hamadi venne arrestato due anni dopo a Francoforte, mentre tentava di far passare esplosivi liquidi in aeroporto. Processato in Germania per il dirottamento e per l’omicidio di Stethem, fu condannato all’ergastolo. Uscirà nel 2005. L’altro dirottatore, Hasan Izz-Al-Din, resta latitante per decenni, inserito nelle liste dei ricercati più pericolosi al mondo. Solo nel 2019 le autorità greche fermano a Mykonos un signore sessantacinquenne. Gli Stati Uniti avevano messo sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari. Atwa non fu mai più catturato. Visse in Libano, protetto da Hezbollah dove visse liberamente fino alla morte.

Demis Roussos tornò alla sua vita di tournée e incisioni, ma su quell’episodio preferì mantenere, progressivamente, un silenzio prudente. Le sue parole sulla “gentilezza” dei sequestratori gli avevano procurato più imbarazzo che comprensione, e lui lo aveva capito benissimo. Di tanto in tanto, in qualche intervista o documentario, la storia torna a galla, la torta, la chitarra passata di mano tra ostaggi e terroristi, il compleanno celebrato a un passo da un cadavere. La fama, persino sotto la minaccia di una granata, resta una valuta che qualcuno è sempre disposto a spendere.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Lascia un commento